«Per me il ricordo di Hiroshima è più forte e nitido di quel che ho sognato la notte scorsa»

Seiko Ikeda, 73 anni, superstite, ricostruisce dettagliatamente quella giornata di 60 anni fa

Avevo 13 anni e frequentavo la seconda media. Stavo lavorando alla difesa civile, come gli altri ragazzi delle scuole. Vidi con i miei occhi gli orrori del bombardamento atomico. Ringrazio Dio per avermi permesso di sopravvivere fino ad oggi, nonostante le radiazioni, sì da poter essere qui oggi per condividere con voi la mia esperienza. A Hiroshima vivevano all’epoca 350mila persone. Nell’arco di pochi secondi la bomba atomica spazzò via la mia città. Nel raggio di 4 chilometri dall’epicentro tutto fu bruciato e distrutto. Da 130 a 150mila persone morirono immediatamente o nei cinque mesi successivi. Secondo le stime più affidabili, nel 1950, cinque anni dopo l’esplosione della bomba, erano morte più di 200mila persone. Di queste, solo 20mila erano soldati giapponesi e forse altri 20mila erano soldati stranieri. Fu un massacro di civili. La bomba atomica, chiamata Little Boy, pesava quattro tonnellate e conteneva quasi un chilo di uranio: il peso di 15 uova di gallina.
Al momento dell’esplosione si formò una palla di fuoco di un milione di gradi centigradi. Si dice che questa palla di fuoco avesse un diametro di 2-300 metri. Quando esplose la bomba, la temperatura all’esterno del fungo atomico raggiunse invece 4mila gradi. Considerate che i metalli fondono a 1530 gradi, mentre il vetro fonde a 700-800 gradi. La temperatura raggiunse quindi livelli superiori a quelli di un altoforno. I corpi umani bruciarono all’istante, come la città stessa. Alcuni dicono che, in temperature del genere, un corpo umano evapora. Poi l’onda d’urto. L’esplosione travolse tutto ciò che si trovava nel raggio di 16 chilometri dall’epicentro. Con la sovrapressione sprigionata, un boato sonico esplose in tutte le direzioni. Infine lo spostamento d’aria, come un vento fortissimo. Questa è l’energia sprigionata dall’onda d’urto. La velocità massima dello spostamento d’aria raggiunse 440 metri al secondo, inimmaginabile se pensiamo che nessuno degli uragani che ha colpito il Giappone negli ultimi sessant’anni ha mai superato gli 85,3 metri al secondo. Una forza talmente potente non solo da scaraventare le persone contro gli edifici ma anche da strappare la pelle dai corpi umani. A molti, la pressione fece anche saltare gli occhi fuori dalle orbite ed esplodere gli organi interni. Autobus e tram furono spazzati via come fuscelli, gli edifici in legno furono livellati e anche quelli in muratura furono devastati.

Poi ci furono le radiazioni. Questo avviene solo dopo l’esplosione di bombe nucleari. La radiazione naturale, che non ha conseguenze sull’uomo, si misura in Sievert: i danni agli esseri umani iniziano alla soglia di un milli-Sievert. Nell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima, la zona nel raggio di un chilometro dall’epicentro fu investita da radiazioni che raggiunsero 4 Sievert. Le persone che si trovavano a 100-200 metri dall’epicentro furono colpite da 17 Sievert, cioè 17mila volte il livello di soglia minima che inizia a causare danni al corpo umano.

La combinazione di onda termica, onda d’urto e radiazioni fece danni terribili, peggio di quanto chiunque avesse potuto immaginare. Nessun poeta, nessun pittore potrà mai descrivere in parole o immagini le scene di questa tragedia senza precedenti nella storia dell’umanità. Anche coloro che ne furono testimoni e ne subirono le conseguenze hanno difficoltà a descrivere con precisione l’evento. E ricordare solo una parte di ciò che avvenne è molto lontano dal dare un quadro complessivo degli avvenimenti.
Sono passati 60 anni. Ma per me, vittima della bomba, il ricordo di quel giorno terribile è più vivo di quanto non lo siano i sogni della notte scorsa. Da 60 anni, la paura, la tristezza e il dolore sono il pane quotidiano per noi, sopravissuti alla bomba. Paura delle conseguenze sconosciute di un’esplosione atomica sul corpo umano. Angoscia per una morte che ci può cogliere in ogni momento. Quel giorno, il 6 agosto, mi trovavo a un chilometro e mezzo dall’epicentro dell’esplosione, nel quartiere Tsurumi-Cho. Avevo 13 anni. I ragazzi delle scuole erano stati mobilitati nello sforzo bellico del Paese ed io stavo aiutando a sgomberare un edificio evacuato. Improvvisamente, un bagliore di luce fortissima, mille volte, o forse diecimila volte, più luminoso del lampo di un temporale, con scintille tutt’intorno. Un fortissimo boato e poi tutto fu buio. Fui scaraventata a circa 15 metri dall’onda d’urto. Quando ripresi conoscenza, mi resi conto che i miei capelli erano tutti increspati e i miei vestiti erano bruciati. Dalle mani e dai piedi si stava staccando la pelle, lasciando scoperta la carne viva. Ero nuda, ma non mi vergognavo, pensavo solo a gridare aiuto. Ero in mezzo a tante altre persone e tutte urlavano e cercavano aiuto. Tutti ci muovevamo nella stessa direzione, come una processione di fantasmi. La bella città di Hiroshima trasformata in una distesa di fiamme, di rovine annerite.

Ammassati qua e là, mucchi di cadaveri che sembravano pesci lasciati a bruciare sulla griglia, talmente devastati dalle fiamme che era impossibile capire se si trattava di un uomo o di una donna, o se un corpo più piccolo fosse quello di un bambino o di un anziano. E poi c’erano persone che non riuscivano a respirare, asfissiati dal proprio sangue, e altri che non avevano più la forza di chiedere aiuto. Continuavo a camminare, passando accanto ai morti e ai feriti. Il corpo mi bruciava e, insieme ad un’amica, mi gettai nel fiume. Quando guardai la faccia della mia amica vidi la pelle che le colava via dal viso come cera sciolta dal calore. Mi immaginai che anche il mio viso era come il suo. Si buttavano nel fiume sempre più persone ferite e ustionate. Il fiume era pieno di gente. Molti stavano morendo, e man mano scomparivano nell’acqua. Altri corpi, gonfi, galleggiavano, trasportati dalla corrente.

Quando uscii dall’acqua sentii delle persone che gridavano, chiedendo aiuto, da sotto le macerie delle case distrutte. Ero solo una ragazzina. Non potendoli aiutare, scappai via. Mi turai le orecchie per non sentire le grida di aiuto della gente. Mentre stavo scappando, vidi un vecchio ferito gravemente che mi guardava e chiedeva dell’acqua da bere. Scappai anche da lui. Tutti questi momenti me li ricordo ancora benissimo. Più tardi, mi domandai spesso che cosa ne era stato di quelle persone. Mi fa ancora star male il pensiero di non aver potuto far niente per aiutarli.

So che voi sapete che le bombe atomiche uccidono un numero enorme di persone. Ma è peggio, perché è una morte senza pietà. Prima di uccidere, le bombe nucleari strappano alle persone la loro umanità. Dall’alto di un colle guardai la città di Hiroshima: case bruciate, edifici crollati, incendi un po’ dappertutto. Mi sembrava di osservare una città diversa, attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Hiroshima non esisteva più. L’enorme calore dell’esplosione aveva appiccato incendi ovunque. L’intera città fu avvolta dalle fiamme, un mare di fuoco. Le persone intrappolate sotto le macerie furono arse vive. Scesi giù dalla collina e mi diressi verso la strada statale che dal quartiere Danbara-Cho attraversava il ponte Taisho. Lì incontrai i ragazzi della scuola superiore, insanguinati e nudi, che piangevano e correvano. Una donna mi dette un pezzo di tenda, preso da una casa crollata, per coprirmi dalla vita in giù. (Quel giorno tutti gli studenti dei primi anni delle scuole superiori, in tutto 8.521 ragazzi e ragazze, erano stati mandati a lavorare nei campi: ne morirono 6300.)
Un camion poi mi trasportò, con altri feriti, ad un ospedale a Kaita-Cho. Avevo fortissimi dolori perché i miei vestiti si erano sciolti per il calore della bomba atomica e si erano fusi con la pelle. Ma ero cosciente e lucida. All’ospedale dove mi prestarono le prime cure c’erano persone con ferite terribili. Arrivavano a ondate e ben presto l’ospedale era stracolmo. Misero delle stuoie in terra nei corridoi, perché i feriti potessero sdraiarsi, come pesci esposti al mercato. Anche qui non era possibile capire se questi corpi gonfi e anneriti appartenessero a donne o uomini. Alcuni gridavano, chiamando la mamma o il papà, e chiedendo acqua. Ma non c’era acqua a sufficienza e molti morirono in mezzo a terribili sofferenze, coperti di mosche, con i vermi nelle ferite purulenti, in mezzo ad un fetore insopportabile. Morirono così tante persone che si organizzarono dei camion per portar via i cadaveri ammucchiati. Ricordo di aver visto nei mucchi molti corpi con mani e piedi piccoli. Più tardi, seppi che i cadaveri venivano accatastati all’esterno e bruciati con il petrolio, sebbene per le famiglie il corpo dei propri morti sia sacro.

Dopo le cure stavo un po’ meglio e riuscii ad addormentarmi in una stanza. Ma quando mi svegliai le palpebre erano talmente gonfie che non riuscivo ad aprire gli occhi e la bocca riuscivo solo a socchiuderla. In modo fortunoso mio padre aveva saputo che ero stata trasportata in quell’ospedale; insieme ad un vicino di casa, venne a cercarmi con una barella. Il mio povero babbo non riusciva a riconoscere sua figlia tra tutti i feriti. Si aggirava nelle corsie chiamando: «Seiko, il tuo papà è venuto a prenderti». Quando sentii la sua voce, gridai «Papà» ma non riuscivo a vederlo. Mi trasportarono a casa con la barella quella notte, perché ci dissero che era pericoloso muoversi di giorno.

Quando rientrai al villaggio non era facile essere assistiti da un medico. Molti si arrangiavano alla meglio con le cure in casa. Due volte al giorno mio padre ripuliva le mie ferite, asportando il pus e applicando ossido di zinco e olio di ricino alle ustioni. Urlavo per il dolore e lui mi rimproverava. Il dolore era atroce, come se mi stesse scuoiando. Avevo una fortissima diarrea, vomitavo, ed avevo la febbre alta; gridavo per il dolore e non ero molto lucida. Ero davvero tra la vita e la morte e i vicini cominciarono a prepararmi il funerale. Quando invece sopravissi, tutti parlarono di miracolo.

Due giorni dopo l’esplosione della bomba, una mia compagna di scuola delle elementari, Chie Okisue, tornò al villaggio da Hiroshima. Non era ferita e fu una grande gioia per la sua famiglia. Ma dopo meno di un mese cominciò a star male e non riusciva più ad alzarsi da letto. Quando la mattina si pettinava, i capelli le restavano in mano a ciocche, finché non li perse tutti. Poi il torace e lo stomaco si indurirono e comparvero in tutto il corpo macchie viola. Cominciò a perdere sangue dal naso, dalla bocca, dalle orecchie. Quando finalmente arrivò un medico, la madre era ormai disperata. E la ragazza stessa gridava di non voler morire, che aveva ancora così tante cose che voleva fare nella vita. Morì per sindrome acuta da irradiazione. Passò un mese e la maggior parte delle persone che tornarono al villaggio da Hiroshima morirono.

Io invece dopo tre mesi cominciai a stare meglio. Riuscivo a camminare e le ferite si stavano rimarginando. Ma sentivo qualcosa di strano, di diverso, al viso. Cercai uno specchio ma i miei me lo avevano nascosto. Cercai dappertutto e alla fine riuscii a trovarne uno. Quando vidi allo specchio la mia faccia fu uno choc tremendo. Non avevo mai visto niente di simile. Era di un colore rosso scuro, come la carne di fegato, e la pelle era durissima. L’angolo sinistro delle labbra era rovesciato e il mento era saldato al collo. Non credevo ai miei occhi. Da quel giorno a tutte le sofferenze fisiche si aggiunsero anche quelle psicologiche.

Circa sei mesi dopo il bombardamento tornai a scuola. Ma sul treno che prendevo per andare in città la gente guardava la mia faccia e smisi di andarci. Chi potevo incolpare delle mie sofferenze, dove potevo chiedere risarcimento…? Ero sconvolta e desideravo morire. Nella mia disperazione, fui salvata dalle parole di mio padre. Papà era sempre accanto a me, mi curava e mi accudiva. Ma, una volta, stava parlando con un vicino e non sapeva che lo stavo ascoltando. Disse: «Il suo corpo è stato completamente ustionato, ha avuto la febbre altissima. Non riuscivo neanche a spostarla. La prossima volta, se scoppia una bomba atomica, voglio tenerla stretta tra le mie braccia e morire insieme a lei. Ma adesso sta migliorando, nonostante le brutte cicatrici. E’ straordinario che cosa possa fare un corpo umano. Io credo proprio che Seiko sopravivrà». Queste parole mi fecero piangere e decisi di farmi forza, di continuare a vivere. Da allora, guardo solo avanti perché, lo so, se guardo indietro gli occhi si riempiono di lacrime.

Non riesco a descrivere la sofferenza degli anni di scuola superiore. La mamma continuava a dire «se solo riuscissimo a farti bella … se solo potessi riavere il tuo viso di prima …» e mi portò più di quindici volte dal chirurgo plastico. La posizione delle labbra è ritornata quasi come prima ed è migliorata molto anche la pelle stiracchiata del collo.

Ma il mio viso non sarà mai quello di prima. Non volevo diventare bella, rivolevo solo la mia faccia. Sono passati tanti anni, ho avuto una vita lunga. Sono stata più fortunata di quelli che vidi quel giorno per la strada o nel fiume, colpiti da atroci sofferenze senza sapere chi incolpare. Non dimenticherò mai i volti di quelle persone agonizzanti. Ciò che più mi fa soffrire è il pensiero delle persone che non ho potuto aiutare, forse alcune erano anche persone che conoscevo. Sono passati 60 anni e ancora oggi ci sono vittime della bomba che muoiono a causa delle radiazioni. Le vittime non si libereranno mai delle radiazioni assorbite, come non si libereranno mai della paura, per tutti i giorni della loro vita. Se viene un mal di pancia, si ha paura che possa essere un cancro. Se viene un mal di testa, si ha paura che sia leucemia. Noi, sopravvissuti, abbiamo continuato ad esprimere la sofferenza e la rabbia, ma anche la speranza in un mondo di pace dal quale le armi nucleari siano bandite. Ma perché gli uomini continuano a fare la guerra? La guerra cambia le persone, le fa impazzire. Uccidere è un crimine, eppure alcuni lo fanno. La vita non è un dono individuale, è un dono per la comunità. E’ un dono che attraversa le generazioni. Hiroshima è il luogo ideale per capire la dignità della vita umana. Ma guerra, terrorismo, armi nucleari distruggono la vita. La guerra non uccide solo noi, ma anche i nostri genitori, i figli, fratelli, sorelle e amici. Nella guerra nucleare non ci sono né vincitori né vinti. Può portare solo alla distruzione dell’umanità, alla fine del pianeta terra. Se l’umanità non eliminerà le armi nucleari, le armi nucleari elimineranno l’umanità.

Non si può sradicare l’odio con l’odio. Non ci sarà pace finché ci sarà odio. Noi, i sopravissuti alla bomba atomica, abbiamo superato l’odio che provavamo in passato. Adesso siamo convinti che riusciremo a trasformare il sospetto in fiducia, l’odio in comprensione, la separazione in armonia, per superare tutte le divisioni e cambiare il flusso della storia dell’umanità. Le armi nucleari sono state create dall’uomo, come la guerra. Se saremo capaci di scaldare il cuore con l’amore, l’amore per tutti gli esseri umani, con l’intelligenza riusciremo ad eliminare le armi nucleari. Se gli uomini e le donne useranno la loro intelligenza, le guerre saranno prevenute invece che combattute. Non è possibile la convivenza tra umanità e armi atomiche.

Vi siete mai domandati se davvero l’umanità del 21mo secolo abbia a cuore il benessere delle generazioni future? Siamo tutti diventati così spietati da provare per le generazioni future solo violenza e odio? Non credo. Sono qui oggi perché, come sopravissuta della bomba di Hiroshima, ho una responsabilità. Insieme agli altri Hibakusha, è nostro compito condividere con gli altri la nostra esperienza e lavorare insieme per trasmettere il messaggio che le armi nucleari devono essere eliminate, che dobbiamo impegnarci per porre fine a tutte le guerre.