Per la ripresa del reddito alcune piccole regole

L’idea che mi sono fatto del declino economico dell’Italia (che vado argomentando sulle pagine di Contropiano e ai convegni della Rete dei comunisti) è insieme semplice e drammatica. Mi sono fatto l’idea che, a seguito della massiccia svalutazione della lira del 1992 e anni seguenti, sia venuta in mente a diversi (a troppi) che si potesse basare lo sviluppo economico nazionale soltanto sulla domanda estera, che a quelle condizioni di favore «tirava» alla grande. Si poteva quindi fare a meno del trascinamento della domanda interna, sia pubblica che privata (di consumo), bastando le esportazioni nette positive a sostenere gli investimenti. In fondo a che pro pagare più tasse allo stato? Da cui l’accanimento per la riduzione della spesa pubblica a colpi di avanzi primari e privatizzazioni, precondizioni per l’obiettivo di «meno tasse per tutti». Ma pure a che pro pagare più salario ai dipendenti, così da guadagnare l’ulteriore vantaggio sui mercati esteri del basso costo del prodotto? Da cui l’accanimento per la precarizzazione dei contratti di lavoro, ove possibile, e per la «moderazione» salariale e pensionistica dappertutto.

Tuttavia questo sciagurato progetto poteva durare finché la domanda estera avesse mantenuto la sua forza. Ciò purtroppo è stato per tutti gli anni `90, anche dopo il ritorno al cambio fisso e l’introduzione dell’euro perché l’euro ha cominciato la sua esistenza in svalutazione rispetto al dollaro. Però quando il governo Bush è passato alla politica di dollaro debole, l’euro si è rivalutato e il nostro vantaggio competitivo è miseramente sfumato. Fine dello sviluppo export-led; però nel frattempo era stata bloccata la domanda pubblica (regole di Maastricht costringendo) e il consumo privato era annichilito da un’insicurezza del reddito che induceva piuttosto al risparmio che alla spesa. Ma pure gli investimenti rallentavano, riducendosi gli sbocchi esterni e stentando quelli interni, così che i profitti hanno finito per rivolgersi alla speculazione finanziaria e immobiliare se non addirittura all’espatrio sotto forma d’investimenti diretti all’estero non compensati da equivalenti investimenti diretti dall’estero.

In conclusione, nel tempo in proporzione al Pil i risparmi hanno superato gli investimenti, con i primi in aumento (dal 20.7 del 1991-2000 al 20.8 del 1994-2003) e i secondi a calare (dal 19.9 del 1991-2000 al 19.7 del 1994-2003).

Ora è semplice regoletta keynesiana che «un boom è generato da un eccesso d’investimento rispetto al risparmio e una crisi da un eccesso di risparmio rispetto all’investimento». Applicandola al nostro caso saremmo dunque in crisi dall’inizio degli anni `90? Non necessariamente, perché la regoletta non tiene conto dell’effetto di un commercio estero positivo. Però se questo effetto viene meno, la perfida regoletta s’impone in tutta la sua severità: senza più quel paracadute, se la tendenza delle due variabili non muta, dalla crisi (che c’è già) non può che derivare il declino. E’ questo ciò che ci aspetta? Si prendano le previsioni governative nel Dpef per gli anni 2004-2008: il Pil è previsto passare dall’1.2% al 2.3%, ma quali poste vi contribuiscono? Intanto viene escluso il contributo delle esportazioni nette che peggiorano da -0.2 a -0.3 (niente domanda estera, quindi), mentre «il minor contributo dei consumi della pubblica amministrazione alla crescita (la stessa cifra dello 0.1 sia nel 2004 che nel 2008, ma su di un Pil che dovrebbe raddoppiare) sarà più che compensato dall’espansione degli investimenti e dei consumi», con i primi che dovrebbero passare da 0.4 a 0.9 e i secondi da 0.9 a 1.6. La partita si gioca tutta sul raddoppio del contributo della domanda interna privata. Ma non è come pattinare sul ghiaccio sottile? Infatti non si prevedono riprese inflazionistiche (se non altro per il rialzo della «bolletta petrolifera») che potrebbero minacciare i consumi, né si pensa che i maggiori investimenti possano essere frenati dal rialzo dei tassi d’interesse necessari a contrastare quel rischio d’inflazione. D’altra parte i consumi e gli investimenti privati sono tutto ciò che è rimasto per la produzione del reddito e guai se fallissero! Così, più che un Dpef, ci troviamo davanti una scommessa.

E se fosse persa, cosa consigliare a rimedio? Senza bisogno di dichiararsi «critico» o di sinistra, un economista almeno keynesiano dovrebbe ripercorre tutte le poste della domanda effettiva e ricavarne le politiche economiche più acconce alla ripresa del reddito. E quindi: svalutazione dell’euro per rilanciare le esportazioni nette; modifica del Patto di stabilità per far riprendere la domanda pubblica; politica di credito accomodante per incentivare gli investimenti privati; politica di redistribuzione del reddito per sostenere i consumi delle famiglie.

Ho detto troppo? Invece non ho detto niente, perché basta ripercorre la lista per accorgersi che sono decisioni di politica economica ormai sottratte all’autonomia del governo nazionale oppure impedite dai c.d. «vincoli internazionali». Col che si mostra che, al di là di eventuali palliativi del tipo di una «finanza creativa critica», non pare modo di evitare il declino prossimo venturo senza un cambiamento della linea generale di politica economica (monetarista o «mercatista» per dirla alla Tremonti) che viene perseguita a Bruxelles. Ma qui si apre un altro bell’argomento di dibattito: stretta tra la concorrenza di cambio degli Stati uniti e la concorrenza di prezzo della Cina come pensa di reagire l’Unione Europea? Congiurando sottobanco per allargarsi fino a Israele o per includere anche la sterlina nell’euro? Sarebbero queste le contromisure economiche?