Per la fondazione di un’etica critica di classe

Il giovane Marx pose la condotta morale come riflesso della posizione di classe. Aveva davanti a sé l’egoismo e la sociopatia delle classi dominanti e aveva vissuto a Parigi l’esperienza di un proletariato comunista le cui organizzazioni erano fondate sull’eguaglianza, la solidarietà e la democrazia.
Purtroppo la storia ha avuto sviluppi più contraddittori di quelli pensati da Marx, e tra essi vanno collocati gli sviluppi in Europa occidentale della condizione del movimento operaio. Li pongo in due proposizioni. La prima riguarda la complessità di una parte degli effetti reali della lotta di classe, cioè della dislocazione del salario medio al di sopra di quanto necessario alla riproduzione della forza-lavoro, dei cambiamenti nel quadro delle funzioni dello stato, cioè della crescita dei sistemi di “stato sociale” e della trasformazione della democrazia oligarchica liberale in democrazia rappresentativa del popolo. Ciò infatti recò all’implicazione del movimento operaio nel “mantenimento dell’ordine” (Staudiger), lo rese cioè ambivalente dinanzi allo stato e al sistema dei rapporti sociali capitalistici. La seconda proposizione riguarda l’autotrasformazione del movimento operaio in un apparato assai complesso, per la complicatezza dei compiti della propria nuova situazione. Essi richiedevano specialisti: che il movimento operaio prese dove erano, cioè nelle classi medie; più individui d’altronde di queste classi affluirono spontaneamente al movimento operaio, per la sua capacità egemonica ma anche per le opportunità di crescita dello status sociale che esso offriva. Rapidamente si costituirono all’interno del movimento operaio, a simulazione della società capitalistica, rapporti sociali asimmetrici; rapidamente i beneficiari, di vario ordine, di tali rapporti svilupparono pretese e condotte proprietarie. Rapidamente i partiti subirono impressionanti processi di verticalizzazione, burocratizzazione, “separatezza” che opposero gruppi dirigenti e figure poste nelle istituzioni dello stato alla base militante popolare.
Ci fu chi giunse (Michels) alla conclusione disperata che non ci fosse niente da fare e chi invece, come Gramsci, opererà non molto dopo una riflessione sulla rivoluzione nei paesi dell’Occidente che ne assumesse la complessità, quindi evitasse ogni ripiegamento settario dei comunisti, oppure che essi pensassero alla propria militarizzazione come a una risposta non dettata semplicemente dalle contingenze del fascismo o di guerre civili ma fosse anche di natura etica, parimenti li dotasse degli strumenti teorici necessari a evitare di diventare subalterni all'”ordine”, pur dovendo essi necessariamente lottare per un cambiamento di egemonia dentro alle sue “casematte”.
E’ mia convinzione che Gramsci nel comunismo italiano sia assai più un’icona che uno dei fondamenti della cultura teorica, e che tra le ragioni di ciò vi sia che la sua posizione etica è anche critica dei rapporti dentro alla politica. Non sto parlando solo del Pci. Democrazia Proletaria, di cui sono stato militante, subì una rottura avente a protagonisti pezzi di quadro dirigente centrale e, soprattutto, la larga maggioranza delle proprie figure istituzionali: alla ricerca di più consistenti possibilità di espansione personale, che la limitatezza elettorale di Dp non garantiva. Quanti se ne andarono precisarono, ovviamente, che chi difendeva Dp era “identitario”. Rifondazione Comunista, a sua volta, non ha scherzato neppure lei, sino alla Sinistra-l’Arcobaleno e alla dipartita di quel pezzo di gruppo dirigente che, dopo il congresso di Venezia e all’ombra di una monarchia, della sua vanità e delle sue bizzarrie, si era fatto proprietario dell’apparato centrale del partito, della redazione di Liberazione e del grosso delle postazioni parlamentari.
Dunque Gramsci è fondatore di un’etica che ha la sua base nei concetti (correlati) di “prassi” e di “connessione sentimentale” del partito (a partire dal complesso dei suoi quadri) alla propria gente. Senza questa base etica, inoltre, non è dato capire le categorie gramsciane di “blocco storico”, di “egemonia”, insomma ciò che Gramsci teorizza in fatto di rivoluzione in Occidente.
Gramsci è anche il punto di partenza di una riflessione, quella di Dussel, che guarda alle condizioni contemporanee delle società capitalistiche. Questi nella sua “etica critica” pone due istanze primarie: quella della “materialità” e quella dell'”internità” dell’azione dei partiti anticapitalistici, dei loro militanti e segnatamente dei loro quadri. La “materialità” consiste nella condivisione intellettuale e politica della condizione delle “vittime” (tutte) del sistema dei rapporti sociali capitalistici, quindi delle loro richieste, principalmente di quelle che muovono dalle condizioni quotidiane e immediate della loro vita. L'”internità”, a sua volta, è la condivisione soggettiva anche materiale della condizione delle “vittime”, e in due sensi. In primo luogo, con stili di vita sobri e ponendo a disposizione del partito, quando se ne disponga, di parte significativa del surplus di reddito. Non sto predicando un egualitarismo assoluto: ma certamente un comportamento davvero militante, orientato anche in questo dal primato degli obiettivi collettivi di lotta per l’emancipazione delle “vittime” rispetto alle proprie attese individuali. In secondo luogo, l'”internità” come base della stessa ricerca teorica. Essa non è solo necessaria alla comprensione della “materialità” concreta di una condizione sociale: lo è anche alla comprensione della realtà sociale nella sua effettiva totalità e reale complessità, per sapere anche ciò che la scienza accademica ignora, tace, mistifica, per riuscire quindi ad assumere un’effettiva capacità critica dell’esistente capitalistico.