Per la Casa Bianca Beirut può attendere

Per George Bush, ieri, in Libano non era accaduto nulla o quasi. Il bombardamento di Qana, l’indignazione generale per quei bambini ammazzati nel sonno, il «giallo» della sospensione dei raid aerei israeliani per 48 ore ripresi quasi subito e il ritorno anticipato di Condoleezza Rice da Israele, senza neanche passare per Beirut come previsto, nel discorso che il presidente è andato a tenere a Miami di fronte a una platea di «contributori» cubano-americani della campagna elettorale repubblicana hanno trovato solo lo spazio di un accenno: la tristezza per «le vittime libanesi e israeliane». Per il resto è stato il solito Bush.
Ecco allora il cessate il fuoco che «se non è duraturo non serve a nulla», ecco il governo libanese che «deve essere messo in grado di esercitare la sua sovranità», ecco l’Iran e la Siria che devono «smettere di sostenere e finanziare il terrorismo» ed ecco naturalmente l’attacco alle Torri Gemelle come prova che «lo status quo in Medio Oriente porta morte e distruzione» e che quindi serve un’azione «difficile ma indispensabile» per «estirpare i problemi alla radice».
Condoleezza Rice era attesa a Washington per ieri sera. Bush ha detto che la incontrerà subito per farsi raccontare «ciò che ha visto e sentito in Medio Oriente», ma in fondo ciò che gli avrebbe detto lui doveva già saperlo, viste le «tre lunghe telefonate» che dice di avere già avuto con lei durante il weekend. «Lavoreremo con i nostri alleati», ha assicurato Bush, per far sì che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite «affronti i problemi in profondità» in modo da produrre «qualcosa che duri e che aiuti i popoli del Libano e di Israele a vivere in pace».
Alle Nazioni unite il suo rappresentante John Bolton – ringalluzzito da una specie di conquistata legittimità, nel senso che l’opposizione bipartisan del Senato alla sua nomina, per aggirare la quale Bush ha dovuto ricorrere a un sotterfugio burocratico, ora non è più bipartisan – ha fatto sapere che il progetto di risoluzione americano era «quasi pronto» e che sarebbe stato presentato addirittura nella tarda serata di ieri. Intanto però la riunione «tecnica» fra i Paesi potenziali contributori di truppe, che il segretario generale Kofi Annan aveva convocato per ieri, è stata rinviata senza fissare un nuovo appuntamento perché, hanno spiegato i portavoce, «bisogna aspettare i dettagli della missione che solo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza può fornire». E il parto della risoluzione non sembra proprio dietro l’angolo. Non fosse altro perché il testo che Bolton era in procinto di presentare si troverà ad affrontare quello già presentato dalla Francia che contiene quel cessate il fuoco immediato di cui gli Stati Uniti non vogliono sentir parlare.
Sarà tutto finito entro la fine della settimana, ha detto Bush ed ha ribadito Condoleezza Rice durante uno scalo in Irlanda nel suo viaggio verso Washington, ma quella ferma convinzione non sembra condivisa dai diplomatici dell’Onu (compreso Bolton) che in previsione del peggio hanno pensato bene di estendere di un mese il mandato dell’Unifil, cioè la forza di pace dell’Onu che si trova in zona da anni. L’altro giorno quattro suoi uomini sono stati ammazzati dagli israeliani. Kofi Annan ha lanciato circostanziate accuse al governo di Tel Aviv ed ha invocato una seria inchiesta sull’accaduto. Ma ieri, forse per la frenesia della giornata (il Consiglio di Sicurezza ha anche approvato una risoluzione che concede un altro mese di tempo all’Iran per cessare il lavoro nucleare), di quell’inchiesta non se ne parlava più.