Per gli indios. Ma non solo

I piedi di Blanca Chancosa quasi scompaiono vicino a quelli degli altri leader delle comunità indigene: sono di taglia 34. Eppure questa cinquantenne minuta, che non dimostra la sua età, è da anni in prima fila nelle marce di protesta in Ecuador che hanno portato alla caduta di due governi. Ancora di recente, per tre giorni la dirigente della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie) e del movimento Pachakutik, ha guidato la sua comunità da Otavalo fino alla capitale Quito. «Vedi? – dice ora mostrando il décolleté – ho ancora i segni del sole». Nella hall dell’Hotel Fiume a Roma, Blanca Chancosa indossa gli abiti tradizionali indigeni. Spiega al nostro giornale le caratteristiche di un movimento il cui motto di piazza è: nada solo para los indios, niente solo per gli indios. Obbiettivi tutt’altro che etnici e corporativi. «Il Pachakutik – afferma – è un movimento indigeno, ma plurale. Non è stato facile costruire uno spazio comune, ma adesso al nostro interno ci sono operai, professori, studenti. La questione indigena è centrale della nostra agenda politica e nell’Ecuador – siamo quasi la metà su un totale di 12 milioni di persone – ma s’inserisce in un progetto politico alternativo che prevede la trasformazione di tutto il paese. Oggi – aggiunge – lo stato ecuadoriano, uninazionale e neoliberista, non emargina solo gli indios ma anche tutti i settori popolari. Noi vogliamo uno stato plurinazionale e multietnico, unito nella diversità».

Un movimento politico forte, il Pachakutik, nato alla fine degli anni Novanta. Quasi un decennio prima, nel 1988, la Conaie accoglieva in sé due importanti filoni di lotta indigeni: quella degli indiani delle terre alte – che si opposero alle inique riforme agrarie del `64 e del `73 – e quella degli indios amazzonici, influenzati dalle missioni religiose. Un movimento politico che coniuga lotta di classe e recupero dell’identità ancestrale? «Nel corso della storia – spiega Blanca – abbiamo visto come l’imperialismo può utilizzare l’elemento identitario per rivolgerlo contro le forze della trasformazione, quando queste non ne raccolgono le istanze positive. È successo così in Nicaragua. Per questo abbiamo cercato di svilupparci in maniera diversa. Vogliamo l’autogestione del nostro territorio, vogliamo essere riconosciuti e rispettati, ma la nostra liberazione è quella di tutti i popoli oppressi – e questo non è garantito dalla costituzione. La nostra idea di politica comunitaria, anche se a volte coincide con il marxismo “classico”, non ne è però egemonizzata».

Essere riconosciuti e rispettati. Blanca ricorda quando, da bambina, ha «visto nascere in lei il seme della ribellione». E racconta: «Vengo da una famiglia di senza terra che, a fine anni Cinquanta, decide di migrare in città. Sono l’unica figlia che ha studiato. Ho potuto farlo grazie a una borsa di studio della cooperazione internazionale. La maestra che mi aiutò a ottenerla disse: impara e poi torna qui a insegnare. Così ho fatto. Dopo essermi diplomata in scienze dell’educazione, sono tornata nella località di Azam, a Imbabura». Un’insegnante giovane, in grado di parlare sia il quechua che il castigliano, è una risorsa preziosa per una comunità che, nei numerosi passaggi per farsi capire e rappresentare, perde tutte le battaglie con una società che non le riconosce alcun diritto. «La gente – dice adesso Blanca – credeva che il nostro popolo avesse delle tare mentali e per questo fosse d’intralcio allo sviluppo. E invece abbiamo la nostra lingua, le nostre leggi, e un sistema sociale basato sulla reciproca solidarietà. Fino a vent’anni fa, a ogni raccolto dovevamo pagare la decima alla chiesa che evangelizzava noi “selvaggi”. Fino a vent’anni fa, e a volte capita ancora oggi, nessuno ci affittava una sede, né una camera d’albergo. Quando dovevamo spostarci per far conoscere le nostre iniziative, dormivamo per strada e facevamo le riunioni all’aperto». Ma poi il movimento cresce, il ruolo di Blanca passa da quello di mediatrice culturale a quello di dirigente politica. Oggi, l’ex-maestra va a parlare del riscatto indio nei Forum sociali mondiali.

Ma qual è lo stato dei movimenti ecuadoriani dopo «l’illusione Gutierrez» che li ha portati a condividerne le responsabilità di governo? Che bilancio traggono da quell’esperienza istituzionale? «Per noi è stato come scampare a un uragano – risponde Blanca -. Puoi immaginare come ci si sente dopo un uragano? Siamo entrati nel governo con un nostro discorso radicale: assemblea costituente, autodeterminazione, sviluppo dell’economia nazionale… Ma, dopo una riunione a porte chiuse con Condoleezza Rice, Gutierrez si è rimangiato ogni proposito. Siamo tornati a essere uno dei tanti regimi tutorati dagli Usa, una democrazia di facciata che deve dare l’esempio di una buona “governance”. Alcuni di noi sono rimasti stritolati dal meccanismo istituzionale, adesso stiamo cercando di rimetterci in piedi, di ricostruire relazioni dal basso all’interno e a livello internazionale».

Le marce e le proteste popolari, intanto, continuano, ma la situazione generale non induce all’ottimismo. «Dall’aprile scorso – racconta ancora Blanca -, da quando abbiamo fatto cadere il governo Gutierrez, il paese vive un periodo di grande instabilità. C’è una crisi politica, l’inflazione è altissima, e la pressione nordamericana per eliminare il movimento indigeno o per neutralizzarlo con tante strategie sporche è molto forte. In questi giorni c’è stato un altro attentato alla sede della Conaie».

Un’emergenza politica che ha impedito a Luis Macas, presidente della Confederazione indigena, di unirsi alla delegazione, portata in Italia dalla rivista Latinoamerica e dall’associazione A Sud. Ma perché la grande potenza nordamericana dovrebbe eliminare tre milioni di indios? «Stiamo sostenendo uno scontro molto duro con le compagnie petrolifere, principalmente con la Oxy – risponde Blanca -. Forse sapete che Rumsfield è uno dei soci principali della Oxigas. In un documento pubblico, le società nordamericane scrivono che i movimenti indigeni dell’Ecuador e della Bolivia minacciano gli interessi nazionali degli Stati uniti».

Per il momento, la pressione popolare ha impedito ai governi di sottoscrivere l’Alca, il Trattato di libero commercio voluto da Bush, ma la partita è tutt’altro che chiusa. «L’Alca – prosegue Blanca – non riguarda solo il commercio con l’Ecuador, ma è parte di un pacchetto di accordi che mira a ridefinire gli interessi geopolitici nordamericani nel Latinoamerica. Plan Colombia, Plan Andino, Plan Patriot vogliono le nostre risorse… Nomi diversi, ma un unico progetto che punta al controllo della regione andina e al possesso dell’Amazzonia, al coinvolgimento militare dell’Ecuador contro le guerriglie in Colombia, a un intervento pieno sulle politiche economiche». Per Bush e per i sostenitori del libero mercato, i piani di aggiustamento strutturale sarebbero la ricetta salvifica in grado di portare sviluppo. Invece, Blanca Chancosa dice: «Uno dei problemi alla base del Trattato di libero commercio è anche la questione del nostro debito estero, che continua a crescere. Il Fondo monetario internazionale condiziona i prestiti e l’abbuono di una parte del debito alla privatizzazione delle risorse naturali e alla “governance”, cioè all’istituzione di regimi democratici solo all’apparenza, pronti ad accogliere nuove basi militari. In Ecuador, oltre a quella di Manta ne sono previste altre. Stanno facendo venire i soldati dalla Scuola delle Americhe, tristemente famosa in tutto il Continente. Gli unici salari che aumentano sono quelli delle forze armate. Vengono create false società umanitarie per stornare i fondi a fini militari. Gli Usa hanno creato un organismo di donazione per aiutare i rifugiati. In realtà si servono di quei soldi per altri scopi». È pensabile un’uscita a destra del paese? «Non è da escludere, ma forse non ne avranno bisogno – risponde Blanca -. Anche se non ci uccidono per strada come in Colombia, cercano di comprarci. La gente ha fame, e c’è un’enormità di denaro che circola».

Per questo, la delegazione latinoamericana è venuta in Italia. Chiede un pronunciamento chiaro ai paesi d’Europa, auspica una politica solidale, capace di incidere sulle scelte dei governi. E le risposte «dal basso» stanno arrivando: dalle aree che lottano insieme ai senza-casa, al pacifismo conseguente come quello di Zanotelli che, insieme a don Angelo Cassano e a Gianni Minà, ha firmato un appello contro la privatizzazione dei beni comuni. «Ma il problema – dice Blanca – è che le relazioni internazionali vengono gestite dai governi e dalle imprese. Chiediamo un tavolo di trattative dirette, gestito dalle organizzazioni popolari».