Per far rivivere la nostra Costituzione

In questi giorni un timore si sta trasformando in realtà. Infatti, dopo il referendum confermativo del 25 giugno che ha visto la netta vittoria dei no, bocciando un progetto eversivo di devastazione della Costituzione, i forzati delle riforme del centro-sinistra sembrano intenzionati a riproporre nuove formule di ingegneria costituzionale. Ho l’impressione che la furia riformista sia intenzionata a riproporre, attraverso l’istituzione di una convenzione tecnico-politica, i principi cardine del revisionismo costituzionale di Craxi della fine degli anni settanta, spostando l’asse del discorso dalla rappresentanza alla governabilità; dalla effettiva tutela dei diritti ai «modellini» costituzionali.
Ma con preoccupazione leggo anche le proposte di influenti economisti e editorialisti, i quali propongono la modifica dell’art. 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», poiché per lavoro si intenderebbe la classe lavoratrice e la garanzia del posto di lavoro. La furia riformista travolgerebbe anche quella parte della Costituzione, c.d. economica (artt. 41, 42 e 43), al fine di armonizzare l’Italia all’Europa, o meglio alla concorrenza, e evitare che la socialità diventi statalismo comprimendo la libertà.
Credo piuttosto che una vera politica culturale delle riforme debba prescindere da modifiche costituzionali, ripartendo piuttosto proprio dalla Costituzione vigente, garantendo, con specifiche politiche pubbliche, l’effettiva tutela di diritti; quei diritti che, come disse Calamandrei nel 1952, sono ancora misteriosi ordigni di cui si ignora l’uso.
Ripartire dalla Costituzione significa ripartire dall’unità nazionale, dai principi di solidarietà e eguaglianza, dai diritti inviolabili della persona al lavoro, alla libertà, alla salute, alla formazione.
Ripartire dalla Costituzione significa anche allargare l’uguaglianza e le libertà individuali, estendendole a chi arriva sul nostro territorio chiedendo un gesto di convivenza, come le migliaia di immigrati che con la loro presenza ci chiamano a un atto di civiltà.
Ripartire dalla Costituzione significa anche rinnovare l’impegno della Italia per la pace nel mondo, attraverso il fermo ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ricordandosi che l’uso legittimo della forza per ragioni umanitarie deve avere sempre l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e denunciando come un’autentica impostura il ricorso alla motivazione umanitaria per giustificare le guerre di aggressione e la creazione di tribunali penali internazionali ad hoc.
Ripartire dalla Costituzione significa riarmare le istituzioni pubbliche, restituire una animazione etica alla democrazia italiana, recuperare il senso della legalità e delle istituzioni.
Ripartire dalla Costituzione significa anche pensare scelte legislative che prevedano l’efficienza democratica quale antidoto alla tecnocrazia, per una nuova e più efficace separazione tra politica ed amministrazione.
Ripartire dalla Costituzione significa porre nell’agenda politica incisive politiche economiche finalizzate alla crescita quantitativa e qualitativa dell’occupazione, a una più equa distribuzione della ricchezza, alla tutela dei beni comuni contro le privatizzazioni selvagge, e al maggior benessere dell’ampia maggioranza dei cittadini.
Occorre ridare ossigeno al concetto della funzione sociale della proprietà e dell’impresa, concetto mutuato dal pensiero degli istituzionalisti americani del new deal; occorre ridare ossigeno alla sintonizzazione dell’iniziativa privata con le finalità di interesse pubblico, concetti mutuati dal personalismo cristiano francese, fondato sulla necessità di una reciproca solidarietà tra gli individui.
Il vero riformismo è ripristinare a livello costituzionale un protagonismo della cultura politica, ripristinare il circuito tra società e politica, rivalutando il principio di rappresentanza e la centralità del parlamento nella determinazione e attuazione dell’indirizzo politico, rispetto ad azioni di organi monocratici quali il presidente della Repubblica e il presidente del consiglio dei ministri, entrambi privi di investitura popolare.
Ma ripartire dalla Costituzione significa anche evitare che i principi della Costituzione risultino relativizzati o compressi da regole organizzative e strumentali spesso imposte da patti di natura economico-finanziaria; significa evitare che le regole organizzativo-funzionali, utilizzate quali strumenti di policy, diventino, secondo l’espressione di Dworkin, assi pigliatutto.
In conclusione, dunque, il vero problema, come disse Calamandrei nel 1952, è di far vivere la Costituzione vigente, attribuendo ai suoi principi moderni, attuali e lungimiranti, effettività e normatività, non trasformandola in una legge qualsiasi, ostaggio di contingenti maggioranze parlamentari.
La politica reagisca a iniziative tecnico-corporative; dal mondo della cultura, dalle università si dia impulso a una nuova stagione del diritto pubblico, che recentemente Zagrebelsky ha definito la nouvelle vague del costituzionalismo.

* Ordinario di diritto pubblico Università di Napoli Federico II