Pensioni, preoccupante foto di famiglia

Al centro del confronto sulle pensioni vi sono problemi di breve e di lungo periodo. Quelli di breve riguardano il «superamento» del famoso «scalone». Quelli di lungo, su cui ci soffermeremo qui, concernono il «completamento» della riforma Dini del 1995, volto a tenere conto dell’aumento delle aspettative di vita attraverso la revisione dei cosiddetti «coefficienti di trasformazione».
1. Un mutamento demografico secolare, da società assai fertili e poco longeve a società poco fertili e più longeve e dunque mediamente più vecchie, sta avendo luogo in gran parte del globo. Tale passaggio è ormai avanzato in Europa, e in Italia (e Giappone) in particolare. La forte incidenza sul Pil della spesa pensionistica in Italia non ha però nulla a che vedere, per ora, con questo. Essa dipende fondamentalmente dai bassi tassi di occupazione (occupati diviso la popolazione in età lavorativa), per cui il sostegno dei pensionati ricade su una base occupazionale ristretta. Non mancherebbero attualmente le braccia in Italia per allargare le base occupazionale, ma ciò è ostacolato dalla politica economica europea orientata al controllo dei salari piuttosto che alla crescita, e da cause strutturali proprie all’economia italiana come le diffuse arretratezze regionali e tecnologiche.
2. Le riforme intraprese sinora (Amato 1992, Dini 1995, Prodi 1997, Maroni 2005) hanno messo «sotto controllo» la spesa pensionistica sganciando l’andamento delle pensioni da quello dei salari reali, e accrescendo l’età minima per il pensionamento. La Dini, che ha riformato strutturalmente il sistema introducendo il principio contributivo, entrerà solo lentamente in vigore. Chi scrive, per esempio, aveva 17 anni di anzianità contributiva nel 1995, per cui vedrà al momento del pensionamento liquidati questi 17 anni col metodo pre-Dini, e i restanti col metodo Dini. Solo nel 2030 cominceranno ad essere erogate pensioni puramente contributive. La Dini comincerà dunque a fare effetto, tenendo la spesa «sotto controllo», proprio quando il mutamento demografico comincerà ad avere effetti più evidenti. Questo si manifesterà con una contrazione della popolazione in età lavorativa in maniera tale che, pur con cospicui flussi migratori – che non saranno salvifici come spesso frettolosamente asserito a sinistra – e aumento dei tassi di occupazione, l’offerta di lavoro comincerà ad essere appena sufficiente a coprire i posti di lavoro disponibili, supponendo che questi si mantengano sui livelli correnti (circa 24 milioni). Al contempo, il pensionamento progressivo delle generazioni del baby-boom accrescerà il numero di pensionati da sostenere, anche sotto il profilo della spesa sanitaria e dell’assistenza sociale.
3. Col metodo contributivo, e in particolare con l’adeguamento delle pensioni alle più lunghe aspettative di vita e ai minori tassi di crescita del Pil, le pensioni rispetto all’ultimo salario percepito risulteranno seriamente decurtate. Per superficialità o ipocrisia si afferma spesso a sinistra che «abbiamo già dato, la spesa pensionistica è già sotto controllo», dimenticando che ci si riferisce a previsioni in cui si dà per effettuata la revisione del calcolo delle pensioni sulla base dell’aumento delle attese di vita. Sulla scorta dell’«equità attuariale» a base della Dini ciascuno riceverà come pensione il corrispettivo di ciò che ha versato: grosso modo se si è versato 100, e al momento della pensione la vita attesa è 20 anni, si riceverà 5 all’anno. Ma se la vita attesa diventa 25 anni, l’assegno diventa di 4. Da un lato ciò consente di tenere sotto controllo la spesa pensionistica, ma dall’altro apre il fronte dell’adeguatezza delle pensioni, in particolare per quei lavoratori, sempre di più, che hanno carriere discontinue e con versamenti esigui – come già sottolineato da Pizzuti (6/1/07). Se si vorrà evitare una povertà diffusa fra gli anziani, i figli dovranno dare di più ai padri, non di meno, come vorrebbe Nicola Rossi.
4. Per il paese questa è una sfida formidabile: (a) esso dovrà essere in grado di mantenere almeno i livelli occupazionali attuali e al contempo accrescere il prodotto per lavoratore in maniera tale che, pur dando di più ai padri, i figli possano continuare a far crescere il loro tenore di vita; (b) dovrà accettare una distribuzione del reddito ancor più orientata verso il sostegno degli anziani, con un più elevato prelievo contributivo-fiscale. Nei riguardi del punto (a) l’economia italiana mostra andamenti della produttività così allarmanti che non fanno ben sperare. Il paese è arretrato tecnologicamente e l’istruzione dei giovani lascia assai a desiderare. A ciò va aggiunto che la contrazione demografica delle fasce giovanili, da cui solo possono venire le nuove idee, e il ricorso progressivo a forze di lavoro italiane e straniere poco qualificate, rende il ritratto della società futura assai preoccupante: invecchiata e poco innovativa. Le politiche economiche europee aggravano poi il quadro senza che dal centro-sinistra si alzi una voce a sostegno, ad esempio, delle critiche di Ségolène Royal alla Banca centrale europea. Sotto il profilo (b) si afferma che l’aumento del prelievo fiscale, già elevato, possa disincentivare l’attività economica. Ma l’ammontare di imposizione sopportabile dipende da ciò che ci si attende in cambio dallo Stato. L’andamento recente della distribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente e a favore di ceti benestanti spesso parassitari, i quali sono meno interessati alle prestazioni dello stato sociale, non favorisce certo tale scambio.
In conclusione la sfida politica è su quale società abbiamo in mente: se più moderna, equa e solidale, o più arretrata, ingiusta e individualista. E’ una sfida enorme, a prescindere dalla questione pensionistica, come sottolineato da Valentino Parlato lo scorso 6 gennaio nell’avviare questo dibattito sulle pensioni.

* Professore associato, Facoltà di Scienze Politiche Università di Siena