Pendolari in ritardo

Dopo un inverno di caos, per chi viaggia in treno la primavera si annuncia all’insegna di forti e diffusi ritardi. «La crisi è cronica e la situazione è tutt’altro che normalizzata», sostiene Legambiente. Dal 20 al 24 marzo i volontari dell’associazione hanno monitorato i treni dei pendolari in arrivo tra le 6,30 e le 9,30 nelle stazioni di Torino Porta Nuova, Milano Lambrate, Bologna e Roma Termini. Su 1.000 convogli controllati, 216 sono arrivati con un ritardo superiore a 5 minuti. In media, quasi 1 treno su 5 fuori orario. Il record negativo spetta a Roma Termini dove sia il 20 che il 23 marzo il 39,7% dei treni ha sforato la tabella di marcia. Giovedì 23 marzo è stata la giornata peggiore anche nelle altre stazioni: 34,7% la percentuale dei convogli arrivati in ritardo a Lambrate, 22,9% a Bologna, 21,9% a Torino. Siamo ben lontani dall’obiettivo 90% di arrivi sotto i 5 minuti di ritardo – che Trenitalia si era data per il 2005. L’azienda sostiene d’aver stabilito il record di puntualità il 20 marzo, con il 91% di treni regionali in orario. Proprio quel giorno, obietta Legambiente, i convogli in ritardo hanno sfiorato il 40% a Termini e il 20% a Lambrate, Torino e Bologna. Si aggiunga che all’inizio di marzo erano tornate in servizio solo 153 delle 508 carrozze avviate al revamping, la pulizia radicale imposta dall’assidua presenza di cimici e zecche, pomposamente battezzata «operazione decoro» da Trenitalia. Per frenare le proteste dei pendolari l’azienda ha concesso rimborsi sugli abbonamenti e ripristinato da domenica 16 treni interregionali, cancellati lo scorso dicembre e sostituiti da Intercity che costano di più e fanno meno fermate. Un atto riparatore meramente simbolico, secondo il presidente di Legambiente Roberto Della Seta. I disagi del milione e 600 mila passeggeri che usano il treno quotidianamente resteranno insopportabili finché non si affronterà di petto la cronica emergenza pendolari. Una questione nazionale di «primaria importanza», visto che l’80% degli spostamenti ferroviari avvengono in ambito locale. Su una rete di 19.570 chilometri, 5 mila non sono elettrificati, 4mila sono a binario unico. L’età media di una locomotiva italiana è di 22 anni (il doppio dello standard europeo), qualcuna arriva addirittura al mezzo secolo. E non è un modo di dire: aveva 50 anni suonati l’Omnibus locale che un paio di settimane fa si è scontrato con il Malpensa Express alle porte di Milano. Legambiente suggerisce ricette giuste e fin qui inascoltate: potenziare la rete, liberare le linee d’ingresso alle città per i treni regionali e metropolitani, investire per aumentare la qualità dell’offerta, del servizio e della sicurezza, accelerare la liberalizzazione di nuove tratte dedicate al trasporto merci. I costi per far viaggiare meglio i pendolari non sarebbero stratosferici. I Verdi lombardi hanno calcolato che con 650 milioni di euro si farebbero viaggiare 100 nuovi treni regionali. Ridurrebbero del 15% il traffico automobilistico e l’inquinamento che ne deriva. Il ponte di Messina, se si farà, brucerà 6 miliardi di euro. E se non si farà, lo Stato dovrà pagare comunque salate penali alle imprese. Per il confronto con la Tav in Val di Susa guardate le cifre in questa pagina.