Pedro: nelle cose la magia della vita

È la più grande retrospettiva Almodòvar mai realizzata e, per essere dedicata a un artista ancora molto vivente, è una esposizione che non evoca cattive energie, ma è, al contrario, piena di colori, ironia, curiosità. È “Almodòvar Exhibition!” che si apre domani nella nuova sede della Cinémathèque Française in rue de Bercy. Fino al 31 luglio Parigi renderà omaggio al regista spagnolo, il quale, ieri mattina, è arrivato al vernissage con un vivace seguito di cameraman, fotografi e giornalisti spagnoli. Se pur, in questo momento, un po´ malandata, Parigi incute rispetto, e la sua attenzione lusinga anche un regista straordinario come Almodòvar.
I francesi hanno fatto le cose in grande. Nel corso dei prossimi quattro mesi saranno proiettati alla Cinémathèque quindici film del regista (tutti tranne “Volver” candidato a Cannes), accoppiati, giorno per giorno, a uno scelto da Almodòvar tra quelli che hanno segnato la sua carriera di cineasta. Ci saranno incontri (venerdì sera, con il suo pubblico), tre convegni intitolati “Anti-corsi” e una tavola rotonda. Ma, soprattutto, c´è la mostra che Serge Toubiana, direttore della Cinémathèque, spera di poter trasferire a Madrid l´anno prossimo. «Io sono il peggior spettatore di questa mostra. Immaginate di aprire una porta e di entrare in una città fatta di immagini della vostra vita. È una sensazione molto strana» diceva il regista a un pubblico di addetti ai lavori ancora divertito e illuminato dalla visita delle coloratissime stanze.
La mostra, cui l´utilità più flagrante è forse quella di far capire come l´opera cinematografica di Almodòvar veicoli anche una sorprendente arte contemporanea e un design altrettanto bizzarro, è una delizia per gli occhi e per lo spirito. Ci sono gli inizi di Pedro, nel ‘75, come uomo-sandwich che, sulle Ramblas, cerca di far entrare pubblico nel “bar moderno Magic” alla proiezione del suo primo film in super8; ci sono i suoi collage mentre lavora alla Telefonica a Barcellona (vi resterà 12 anni) e sogna di fare un film che si chiamerà “El sueno” e racconterà di un aspirante regista che sogna di fare un film (lo farà in super8). Ci sono le sue donne, che lui, fregandosene di forme anatomiche e di età anagrafiche, ha sempre reso così belle e così intensamente, profondamente donne. C´è l´arte, tantissima, tanti quadri comparsi nei suoi film, tanti da farne un museo. E i mobili, le lampade, gli arredi. L´eleganza e la sapienza di mostrare l´eccentrico senza che si noti. «Molti di quei pittori sono oggi famosi in Spagna» dice Almodòvar, e si riferisce a Villalta, a Dis Berlin, a Begué, e a Juan Gatti e a Berlanga, fotografi, disegnatori ai quali forse lui ha regalato fama, ma dai quali ha, come in uno specchio, ricevuto un´immagine di sé rimbalzata potente in tutto il mondo.
La sezione “Pop”, quinta delle otto (introdotte dal baule del bambino Pedro, numero 27 nel collegio dei Salesiani a Caceres), è la più divertente. Ha i colori della “movida” e un sofà lungo sette metri sul quale ti sembra di vedere, voluttuosamente spalmate o nevroticamente sedute, le eroine dei film, da Pepi, Luci e Bom, fino alle donne sul bordo di una crisi di nervi. Senti anche le loro voci uscire dai cuscini del divano. Poco più avanti, nella sezione “En plein corps”, un altro mobile caro ad Almodòvar: un lettone sfatto, il letto dove si nasce e si muore, dove si dorme e si fa l´amore, il mobile-simbolo di tutta la vita. Ancora mobilio: nella sezione “La vita spettacolo” la poltrona di cartone disegnata da Gehry e usata in “Legami!”.
Ma straordinaria è la sua “arte collaterale”, come il fumetto del 1982, disegnato con Carlos Berlanga e mai pubblicato, o il fotoromanzo “Toda tuya” (tutta tua) che vede protagonista Patty Diphusa (il travestito Fabio di Miguel), «il tipo di donna che non sopporta di restare più di cinque minuti con la stessa acconciatura e la stessa tenuta». Grandi foto in bianco e nero con Patty preoccupata dalla presenza di un ladro assassino in casa sua, rassicurata dalla polizia e poi, assai piacevolmente, anche dal criminale medesimo.
«È una bella responsabilità, quella di essere in mostra dopo Renoir» ha detto ieri Almodòvar riferendosi alla esposizione precedente nella Cinémathèque. «Ma io mi nego alla sacralizzazione degli oggetti. Mi sembra più sano continuare a pensare che i copioni esposti siano semplicemente quaderni usati, semplici oggetti della vita quotidiana. Però, con questa mostra, mi sembra anche di aver vissuto una vita completa e intera. È come se adesso ne avessi davvero le prove. Quindi devo assolutamente cominciarne un´altra».