Pechino: “Sul Tibet tante bugie”

PECHINO—Pericolo scampato: la leadership cinese si sta convincendo che per il suo status nel mondo il danno della crisi tibetana sarà meno pesantedi quanto poteva temere. Passando in rassegna le reazioni internazionali alla feroce repressione di Lhasa, i dirigenti di Pechino osservano con compiacimento che dall’America all’Europa al Giappone i toni sono molto moderati.
Quasi nessuno prende in considerazione il boicottaggio delle Olimpiadi. Il regime di Hu Jintao considera come una vittoria d’immagine perfino l’offerta di dimissioni del Dalai Lama, che interpreta come una sconfessione delle frange più radicali della protesta tibetana.
È sempre contro il Dalai Lama, però, che il governo cinese sceglie di lanciare le bordate più pesanti. Il leader spirituale in esilio resta il bersaglio numero uno per il suo prestigio mondiale e l’influenza tra i suoi connazionali. Ieri è sceso in campo Wenjiabao, primo ministro, la più alta autorità cinese a esprimersi finora sulla rivolta in Tibet. Il premier ha scelto un’occasione solenne, la conferenza stampa a chiusura della sessione legislativa del Congresso Nazionale del Popolo a Pechino.
«Abbiamo prove in abbondanza —ha dichiarato Wen—che gli incidenti sono stati organizzati, premeditati, orchestrati e istigati dalla cricca del Dalai Lama. Questo dimostra che sono soltanto bugie le pretese del Dalai Lama secondo cui perseguirebbe un dialogo pacifico con noi». Il premier ha fatto un collegamento coi Giochi di agosto: «La regìa di questi incidenti era diretta a sabotare le Olimpiadi, questa era l’agenda segreta dietro le violenze». Wen Jiabao non ha avuto bisogno di controbattere le ipotesi di boicottaggio dei Giochi. In effetti la campagna per il boicottaggio, per quanto vivace nell’opinione pubblica internazionale, è stata lasciata cadere dalla maggioranza dei governi stranieri. Dall’Unione europea agli Stati Uniti, dall’Australia alla Russia, si sono moltiplicate invece le dichiarazioni ufficiali che escludono il boicottaggio. Rarissime sono le eccezioni. A Parigi il ministro degli Esteri Bernard Kouchner ha affermato che se le violenze del regime «dovessero continuare» in Tibet, allora l’Unione europea dovrebbe considerare un boicottaggio, ma limitato alla sola cerimonia di apertura.
L’unico governo che sta pensando seriamente di disertare i Giochi è quello di Taipei. L’opinione pubblica di Taiwan ha seguito con una partecipazione molto intensa la tragedia del Tibet e si capisce il perché: i taiwanesi non fanno fatica a immaginarsi in situazioni simili nello scenario di una “riunificazione forzata”, cioè un’invasione militare lanciata da Pechino. Il tono complessivo delle reazioni straniere viene accolto con sollievo dai leader della Repubblica popolare. Non è sfuggito per esempio il silenzio di George Bush. Ieri gli Stati Uniti hanno affidato la loro reazione a un sotto-vice-segretario di Stato, Thomas Christensen, che ha ribadito di escludere il boicottaggio dei Giochi: «Quell’evento offre l’opportunità alla Cina di mostrare al mondo i suoi progressi. Per avere successo devono affrontare alcuni dei loro problemi in materia di diritti umani, perché il mondo li sta guardando».
Nel frattempo il regime stringe nella morsa del terrore poliziesco il Tibet e tutte le enclave etniche dei tibetani nelle regioni circostanti. Lunghe colonne di camion della polizia militare continuano ad affluire da tutta la Cina verso le zone della rivolta. La nuova linea ferroviaria diretta Pechino-Lhasa è monopolizzata dal governo per inviare più rapidamente i reparti speciali antisommossa. A Lhasa il capo della polizia si è rifiutato di rivelare il numero degli arrestati dopo l’ultimatum, limitandosi a dire che un centinaio di ribelli si sarebbero già arresi. L’assedio dell’apparato repressivo non ha impedito nuove tensioni nelle provincie dello Sichuan e del Gansu: queste sono zone che un tempo appartenevano al Tibet, ma dopo l’invasione militare cinese del 1950 furono amputate e annesse a provincie limitrofe. Le enclave etniche tibetane di queste regioni si sentono ancora più discriminate e oppresse.
Le testimonianze dei turisti stranieri costretti a lasciare Lhasa danno un’idea della esasperazione divampata la scorsa settimana. John Kenwood, un turista canadese arrivato a Katmandu dal Tibet, ha parlato di una «esplosione di rabbia, negozi incendiati, palazzi assaltati». E evidente che la rivolta di Lhasa ha avuto due volti: da una parte le pacifiche manifestazioni iniziali dei monaci buddisti, poi gli scontri in cui i giovani tibetani non hanno sempre seguito la via della non violenza predicata dal Dalai Lama. In questo senso il governo di Pechino “incassa” l’offerta di dimissioni del Dalai Lama come una conferma della divisione tra le due anime della resistenza tibetana, quella pacifista e le frange più radicali. Di certo se il Dalai Lama dovesse davvero farsi da parte, rinunciando al suo ruolo politico per riservarsi solo la funzione di guida spirituale, non per questo il regime cinese adotterebbe un atteggiamento più morbido.
Ne è la dimostrazione la sorte riservata a un’altra minoranza etnico-religiosa, gli uiguri islamici dello Xinjiang. Gli uiguri non hanno un leader religioso di fama mondiale come il Dalai Lama, e di fronte alle loro ribellioni Pechino ha usato sempre il linguaggio della forza.