Pd, la Quercia perde pezzi Stallo su regole e congresso

Questa volta Piero Fassino non ha chiamato Peppino Caldarola, che ieri ha reso pubblica con una intervento sul Corriere della Sera la sua decisione di non partecipare al prossimo congresso dei Ds e successivamente lasciare il partito. Non lo ha chiamato né gli ha chiesto un incontro per cercare di dissuaderlo, come aveva fatto con Nicola Rossi la scorsa settimana, anche perché i rapporti tra il segretario del partito e l’ex direttore dell’Unità sono pessimi. Fassino ha persino evitato ogni commento a quello che – dopo l’addio di Rossi che lamentava un deficit di riformismo e l’uscita del segretario dell’Arcigay Aurelio Mancuso spiegata con la timidezza del partito sui diritti civili – è il terzo abbandono eccellente della Quercia in meno di un mese. Che il partito sia in difficoltà lo testimonia anche l’ennesimo rinvio di ogni decisione sulle regole del congresso. Ieri nella riunione convocata dopo un primo nulla di fatto si è confermata la distanza tra le richieste delle minoranze e quanto la maggioranza è disponibile a concedere. Domani ci sarà l’ultimo tentativo di comporre un quadro condiviso. Altrimenti deciderà la direzione giovedì prossimo, a maggioranza.
Caldarola non ha restituito la tessera della Quercia come Rossi: la tiene in tasca «fino a quando non scadrà», cioè fino al congresso che la segreteria della Quercia immagina come tappa del percorso di confluenza nel Partito democratico. Percorso irreversibile, dunque di fatto scioglimento (non immediato ma in un anno) dei Ds. «Mai vista una grande storia buttata via in modo così cinico e sciatto», ha scritto Caldarola che aveva firmato con Gavino Angius la terza mozione per il congresso. Si tratta della fronda di una parte della maggioranza uscente che non condivide il modo in cui si va verso il Pd ma non ne contesta la scelta di fondo. E soprattutto insiste per la permanenza all’interno del socialismo europeo. Una posizione che però a Caldarola sembra troppo debole «perché l’opposizione al Pd va fatta sul serio, io sono almeno sei anni che indico come unica prospettiva possibile quella socialista». Per questo Caldarola aveva proposto un’unità d’azione con la seconda mozione, quella della sinistra di Mussi e Salvi. Ricevendo ascolto nelle sinistre unite – che erano giunte ad ipotizzare una candidatura comune per la segretaria (attualmente è in pista Fabio Mussi) -, ma trovandosi «in totale isolamento» tra i suoi. C’è anche questo dietro la decisione di Caldarola di «arrendersi», come sottolinea anche Angius che pure esprime «dispiacere». «Fassino va avanti a testa bassa verso il Pd», commenta invece Cesare Salvi, mentre «il segretario dovrebbe pur chiedersi perché il suo progetto non risulta credibile».
Divise nei presupposti, le due mozioni di minoranza non riescono a colpire unite nemmeno sulle regole congressuali. Nei progetti della segreteria del partito il congresso nazionale dovrebbe tenersi a fine aprile (la stessa data che la Margherita si prepara ad indicare, la prossima settimana). La sinistra ha chiesto che le assise si tengano dopo il voto della amministrative, la terza mozione condivide invece le ragioni di perplessità della maggioranza. Ma nemmeno la richiesta di Mussi e Salvi di votare per il segretario nel congresso nazionale e di legare nei congressi di sezione la scelta della mozione al nome del segretario in un voto segreto sembra riuscire a farsi strada. La mozione Angius non ha indicato un segretario alternativo e Fassino può sperare che alla fine quei voti convergano su di lui.