Patto Ribbentrop–Molotov, le colpe dell’Europa

Non c’è da stupirsi se la commemorazione dell’inizio della seconda guerra mondiale, scoppiata settant’anni fa con l’aggressione nazista della Polonia, abbia suscitato polemiche e riaperto discussioni mai sopite sulle responsabilità del conflitto. Molta acqua è passata sotto i ponti in questi decenni. Molti Stati protagonisti di quello scenario non esistono più o hanno subito radicali trasformazioni. Ma il rimpallo delle responsabilità conserva un valore politico aggiunto, è un’arma sempre attuale a scopi propagandistici. Naturalmente, in questa infinita querelle il patto di non aggressione siglato tra i ministri degli Esteri tedesco e sovietico una settimana prima dell’inizio della guerra occupa da sempre una posizione di eccellenza. Troppo appetitosa la notizia di una intesa tra nazisti e comunisti. Troppo invitante la vicenda dell’aggressione convergente ai danni della Polonia (invasa sul confine orientale dall’Armata Rossa il 17 settembre 1939). Sin troppo agevole la deduzione che tra Hitler e Stalin l’accordo era spontaneo, trattandosi di due incarnazioni del “totalitarismo”. Ovvio, quindi, che martedì scorso a Westerplatte, vicino Danzica, lo “scellerato patto” sia stato nuovamente tirato in ballo come un incontrovertibile capo d’accusa contro l’Urss. Allora è forse il caso di ricordare qualcosa che troppo spesso, anche “a sinistra”, si dimentica. Il patto Ribbentrop–Molotov venne siglato il 23 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia, dopo ripetuti tentativi sovietici di stipulare accordi di mutua difesa con la Francia e l’Inghilterra. Ancora il 18 aprile 1939 Stalin aveva proposto a Parigi e Londra un patto di reciproca sicurezza che prevedeva l’assistenza militare automatica ai Paesi dell’Europa orientale in caso di aggressione tedesca. Ma l’anticomunismo viscerale del premier inglese (e la tacita speranza che Hitler sfondasse a est, riuscendo nella benemerita impresa di liberare l’Europa dalla minaccia bolscevica) impedì qualsiasi intesa tra Mosca, Londra e Parigi. I negoziati anglo-sovietici si protrassero stancamente sino all’estate e non approdarono a nulla per il rifiuto di Chamberlain di fornire a Stalin qualsiasi garanzia automatica e reciproca. Era sempre più evidente che si stava ripetendo il film del ’36, col fallito accordo franco-sovietico e il non intervento degli alleati in Spagna. O la tragica commedia del ’38, il Patto di Monaco con il quale la Francia e l’Inghilterra avevano autorizzato lo smembramento della Cecoslovacchia, nell’illusione di placare gli appetiti di Hitler e – ancora una volta – di incanalarne l’aggressività verso oriente. In tale situazione il patto quinquennale di non-aggressione tra Berlino e Mosca si rese indispensabile per prevenire (differire) l’attacco nazista contro l’Urss, che costituisce un punto fermo sin nei primi piani di espansione di Hitler, nei quali lo “spazio vitale” della Germania nazista va dal Baltico al Mar Nero. Non si dimentichi che la gerarchia “razziale” nazista colloca i popoli slavi tra gli Untermenschen, e che nell’antisemitismo politico dei nazisti l’Unione sovietica è la patria del “giudeobolscevismo” (ragion per cui la “soluzione finale” avrebbe dovuto coinvolgere anche i cosiddetti «soldati asiatici dell’Armata Rossa»). Si consideri altresì che l’Urss non doveva difendersi soltanto dalla minaccia nazista, ma anche da quella giapponese. Nel ’38 il Giappone aveva attaccato la Manciuria e le sue truppe avevano sconfinato in territorio sovietico, nella regione di Vladivostok. E ancora nell’estate del ’39 tentavano di sfondare lungo il confine orientale della Repubblica popolare di Mongolia. Si aggiunga, infine, un piccolo particolare. Fu lo “scellerato patto” Ribbentrop–Molotov a permettere all’Unione sovietica di dotarsi della potenza militare che le consentì di rompere l’assedio di Stalingrado e di rovesciare le sorti del conflitto mondiale a favore della coalizione antifascista. E’ dunque proprio a questo accordo che si deve la sconfitta dell’Asse, l’infrangersi del progetto di un Nuovo ordine mondiale fondato sul dominio dei Signori della Terra e sullo sterminio o la schiavitù delle “razze inferiori”. Tutto ciò non cancella le responsabilità sovietiche nell’invasione della Polonia. Ma anche su questo aspetto andrebbe fatta chiarezza. Diversamente da quanto si suole ribadire, il patto Ribbentrop-Molotov non comprendeva alcun accordo spartitorio a danno della Polonia, ma soltanto la delimitazione di “aree di sicurezza” nei territori di confine. Se l’Armata Rossa invase la Polonia oltre due settimane dopo l’attacco tedesco, ciò discese da considerazioni di carattere strategico. I generali sovietici chiedevano l’estensione verso ovest del perimetro strategico della Russia in funzione difensiva. Ed è difficile dar loro torto, considerata l’inerzia di Francia e Inghilterra dopo l’attacco tedesco, e il concreto rischio di un Blitzkrieg che avrebbe rapidamente portato la Wehrmacht sino al confine sovietico. Di tutto ciò è necessario conservare memoria, consapevolezza e indipendenza di giudizio. Soprattutto oggi, dato il dominio pressoché incontrastato del revisionismo storico. Pena l’accoglimento della “storiografia dei vincitori”, tesa non solo a mettere Stalin sullo stesso piano di Hitler, ma anche a cancellare le pesanti responsabilità delle “democrazie occidentali” e del grande capitale finanziario americano nella ascesa di Hitler al potere e nella lunga fase di incubazione della Seconda guerra mondiale.