Patriot Act sulla via del rinnovo

Prorogato due volte perché non si trovava l’accordo per rinnovarlo, il Patriot Act sembra ora essere entrato nella via giusta per diventare legge permanente. Il Patriot Act sarebbe quell’insieme di norme che all’indomani dell’11 settembre 2001 furono approvate in fretta e furia col voto di deputati e senatori che non le avevano neanche lette, e quei pochi che lo avevano fatto non si sentivano di fare tanto gli schifiltosi per non essere accusati di proteggere i terroristi. Poi, quando il Patriot Act ha cominciato a «operare», si è scoperto che il governo poteva fare praticamente ciò che voleva: bastava enunciare (neppure dimostrare) il sospetto che uno fosse in possesso di informazioni riguardanti qualche attività terroristica perché gli agenti potessero presentarsi a casa sua, mostrargli una cosa chiamata National Security Letter e frugare nelle sue cose. E lo stesso criterio era sufficiente perché le biblioteche fossero obbligate a raccontare all’Fbi che libri Tizio o Caio avevano chiesto di consultare, perché i medici fossero obbligati a raccontare i malanni dello stesso Tizio o Caio e perché le banche fossero obbligate a riferire i dettagli della sua situazione finanziaria. Il tutto condito dal fatto che chi riceveva la National Security Letter aveva l’obbligo assoluto di mantenere la cosa segreta e che se si rivolgeva a un avvocato doveva immediatamente comunicarne il nome all’Fbi. Leggendo tutto ciò nella legge che avevano appena votato, molti restarono allibiti, ma ormai non restava altro che aspettare che quelle norme scadessero, dopo quattro anni, per ridiscuterle. I quattro anni sono scaduti alla mezzanotte del 31 dicembre 2005 e – nonostante Bush avesse cominciato da settimane a fare campagna affinché tutte le norme del Patriot Act venissero rinnovate così com’erano – 43 dei 45 senatori democratici si rifiutarono ed anzi cominciarono un ostruzionismo per impedire che si andasse al voto.

Per superarlo, l’ostruzionismo, occorrevano 60 voti e i senatori repubblicani non solo non li avevano, essendo 55, ma addirittura videro ridursi i loro ranghi perché quattro di loro erano passati dall’altra parte.

Ora sono stati proprio quei quattro senatori repubblicani a tornare a casa, trascinandosi altri due democratici. Così è avvenuta la svolta che rende un nuovo ostruzionismo impossibile e il rinnovo del Patriot Act pressoché sicuro. La «calata di brache» dei quattro repubblicani e dei due democratici non è avvenuta proprio gratis, ma quasi. Uno di loro, John Sununu, ha discretamente negoziato per settimane con la Casa Bianca e ha ottenuto alcune cosine da contrabbandare come «vittorie». La prima: non tutte le biblioteche saranno obbligate a fornire informazioni sui libri che consultano i loro clienti, ma quelle che mettono a loro disposizione i propri computer per compiere ricerche dovranno farlo. La seconda: chi riceve la National Security Letter avrà la possibilità di «contestare» il divieto di parlarne, ma solo dopo un anno. La terza: l’obbligo di comunicare il nome del proprio avvocato è stato tolto. Troppo poco? Non per Richard Durbin, uno dei due democratici che hanno detto «sì», secondo il quale il compromesso ottenuto è «carente» rispetto a ciò che ci vorrebbe, «ma se si paragona al Patriot Act originale, è innegabile che abbiamo fatto progressi verso la protezione delle libertà civili essenziali, in un tempo in cui abbiamo a che fare con la guerra al terrorismo».

A conti fatti, con il ritorno a casa dei quattro repubblicani e la «conversione» dei due democratici i sostenitori dichiarati di questa nuova versione del Patriot Act sono 59, quindi in teoria ancora non abbastanza per superare un eventuale ostruzionismo. Ma se si tiene conto che Harry Reid, addirittura il leader dei senatori democratici, ha detto che i cambiamenti fatti «sembrano costituire un passo verso la direzione giusta», si capisce bene che quella che tira non è proprio aria di battaglia.