Passa da Wal-Mart il voto col trucco

Le elezioni americane di «mid-term» sono alle porte. E secondo tutti gli osservatori si tratterà ancora una volta di un voto assolutamente incerto. In gioco c’è il controllo del Congresso per i prossimi due anni. In altre parole c’è la possibilità reale che George W. Bush possa passare gli ultimi due anni della sua infausta presidenza con le mani quasi completamente legate. Questo, coniugato con un tasso di consenso popolare tra i più bassi della storia presidenziale americana (nonostante un recente lieve miglioramento), dovrebbe servire a sigillare per la storia la sua presidenza. Secondo lo schema che pubblica il New York Times sul suo sito (www.nytimes.com) al momento attuale la corsa al Senato (si rinnova un terzo dei senatori) dovrebbe essere decisa dal risultato di 17 circoscrizioni, sette sono «orientate verso i Democratici», tre sono nell’incertezza assoluta e quattro propendono per i Repubblicani. Non ci dovrebbero essere sorprese per 39 seggi democratici e 47 repubblicani (inclusi quelli non in rinnovo). Tenendo presente che la maggioranza è di 51 seggi, ai repubblicani basterebbe mantenere quelli certi e aggiudicarsi i quattro «propensi» per vincere. Il problema per loro è che al momento sia nei tre collegi incerti (Montana, Missouri e Rhode Island) che in tre dei quattro collegi giudicati come «propensi» a votare repubblicano (in Ohio, Tennessee e Virginia) sono in vantaggio i candidati democratici. Se le elezioni andassero così come dicono i sondaggi attuali il risultato sarebbe 52-48 a favore dei democratici. Alla Camera il conto è più difficile, ma anche qui dei 27 collegi che erano propensi al voto repubblicano sembrerebbe che almeno 21 siano incerti. Il Partito Repubblicano sta pertanto giocando tutte le sue carte, utilizzando anche strumenti «innovativi» e non propriamente ortodossi. Il primo è l’uso del «redistricting», cioè il ri-disegno dei distretti elettorali in modo da rendere difficile se non impossibile una vittoria democratica. La seconda arma è quella dell’introduzione delle macchine per il voto elettronico, gestite da società vicine ai repubblicani come la Diebold. La battaglia delle organizzazioni vicine ai democratici, come MoveOn.org, molto più attive dello stesso partito, è per il mantenimento di una traccia «cartacea». Ma le «tracce» non sono eterne. Organizzazioni democratiche hanno lanciato l’allarme sulla prossima distruzione (il 2 settembre) delle schede del voto presidenziale 2004 in Ohio, quelle che, secondo molti, porterebbero le tracce di un broglio ai danni di Kerry.
La forma più subdola per il controllo del voto, e quella su cui più accese sono le battaglie tra i due schieramenti, riguarda il cosiddetto «voter disfranchisement», cioè l’eliminazione preventiva, attraverso leggi o attraverso forme disincentivanti, di vaste fasce di elettori che si sanno orientate verso i democratici. Sono leggi in discussione proprio negli Stati chiave, Pennsylvania, Ohio e Virginia. I repubblicani utilizzano allo scopo due argomenti, capaci di una certa presa popolare: il pericolo di brogli e il «voto dei criminali». Sono state approvate leggi nei vari stati per richiedere di esibire un documento di identità di nuova emissione o la patente, quali requisiti per il voto. Non è una misura «neutrale»: studi hanno rivelato come ad esempio il 36% dei cittadini sopra i 75 anni in Georgia non hanno la patente, negli Usa 3 milioni di disabili non hanno documenti di identità governativi, che i neri in Wisconsin hanno la patente in percentuale pari alla metà dei bianchi e che solo il 22% dei giovani neri ha la patente. Molte tribù indiane poi non hanno documenti con foto per motivi religiosi. Si tratta sempre di gruppi sociali, demografici o etnici che votano in stragrande maggioranza per i democratici.
Molti stati hanno poi leggi che vietano il voto a chi ha precedenti penali. In Florida, dove gli ex-carcerati devono essere riammessi al voto personalmente dal governatore (che lì si chiama Jeb Bush), l’8% dei maschi sono di fatto esclusi dal voto, ma tra questi ci sono il 25% dei maschi afro-americani. Se non ci fosse stata questa legge, George Bush avrebbe perso in Florida per 80 mila voti contro Gore nel 2000 e i repubblicani non controllerebbero oggi il Senato (dati di un autorevole studio dell’Università del Minnesota-Minneapolis).
Se tutto questo non basta, la battaglia dei repubblicani in questo clima da «broglio preventivo» si sposta anche sul terreno della registrazione degli elettori. Come è noto, in America non si riceve il certificato elettorale a casa se non ci si registra come elettore. Le ultime elezioni si sono giocate sul doppio terreno della registrazione di nuovi elettori «simpatizzanti» e su quello della chiamata alle urne il giorno del voto. Sul primo fronte la mossa repubblicana più importante è una misura passata ancora nel fatale Ohio che rende più difficile la registrazione nei quartieri poveri, con la scusa di limitare le false registrazioni. L’altra è quella di andare a registrare elettori sotto il cappello di organizzazioni all’apparenza neutrali, ma che in realtà registrano i potenziali elettori repubblicani e distruggono le domande di registrazione dei democratici.
È successo in Tennessee, dove decine di punti di vendita Wal-Mart sono stati presidiati per giorni da Liberty Consultants, un gruppo che si è scoperto essere diretto da Nathan Sproul, attivista della Christian Coalition e consulente pagato quasi 8 milioni di dollari dal Partito Repubblicano. Qui Wal-Mart, che pure dà l’80% dei suoi contributi politici ai repubblicani, ha «fatto la cosa giusta» e ha cacciato i falsi registratori dai suoi punti vendita.