Pasolini. La sua vita come un romanzo

L´intreccio (talvolta la confusione) fra letteratura e vita è una costante della letteratura (e dell´arte) otto-novecentesca. “Letteratura come vita” è stata la bandiera di un settore importante della cultura italiana fra le due guerre mondiali, titolo di un saggio famoso di Carlo Bo: punto d´incontro fra creazione poetica, formalismo, estetismo ed esistenzialismo (rivissuto, quest´ultimo, all´italiana): identificazione assoluta dello scrittore nella sua professione letteraria; atto di fede nelle capacità creative assolute dalla parola. Sull´altro versante, “vita come letteratura”: l´esistenza intera vissuta alla maniera di un´esperienza creativa, “opera d´arte” scolpita nel fango del quotidiano. Qui gli esempi storici (da Wilde a D´Annunzio) sarebbero innumerevoli.
Nella storia della letteratura italiana del Novecento l´ultimo grande personaggio che abbia interpretato queste due tendenze classiche del decadentismo è senz´ombra di dubbio Pier Paolo Pasolini. Più la prima o più la seconda?
A seconda delle occasioni e delle vicende circostanti talvolta più la prima e talvolta più la seconda. Ma siccome è difficile distinguere rigorosamente fra le due cose, sarà più semplice constatare che un poco dell´una e parecchio dell´altra sono state di volta in volta presenti in lui, costantemente intrecciate, in dosi reciprocamente variabili.
Ecco perché basta un niente, – persino le tardive farneticazioni di un autentico povero disgraziato, avvinto indissolubilmente come per una dannazione al destino e alla memoria dello scrittore, – perché, a trent´anni dalla morte, lui sia riproiettato nelle prime pagine dei giornali e nelle notizie televisive: come se, pur impossibilitato ormai a pronunziare di persona il suo verbo, fosse comunque tornato a lanciare a tutti noi uno di quei suoi messaggi squassanti, o poetici o giornalistici o cinematografici, cui a poco a poco e sempre di più ci aveva abituato nel corso della sua vita (fino alle esplosioni finali e persino postume degli Scritti corsari, delle Lettere luterane, di Salò-Sade e di Petrolio). Il fatto è che lui non è stato soltanto la sua opera: lui è stato la sua vita, il suo personaggio e il suo corpo, gettati di traverso al putrido declinare dell´ipocrisia storica italiana come provocazioni evocate dall´inferno, dal suo inferno. Insomma, c´è l´opera Pasolini; e c´è la leggenda Pasolini, e questa presso la maggioranza prevale sull´altra. Non appena lo si rinomina, è la sua testimonianza vivente che la gente ricorda, più e prima che l´insieme e ciascuno dei suoi scritti.
Confesso – e questo, del resto, per quel che può interessare, è anche noto – che non ho mai provato simpatia per questo modello letterario, pur apprezzandone la fosca grandezza. Amo di più quelli che, pur essendone anch´essi profondamente toccati, tendono tuttavia a “controllare” le due cose e, tanto per restare nell´ambito dei suoi coetanei migliori, la fantastica razionalità di Italo Calvino mi è sempre sembrata più adeguata ad esprimere la scissione radicale del nostro tempo, quella fra l´essere e l´apparire, fra il potere e il dovere (mentre l´altro continuamente li confondeva e li riproiettava l´uno sull´altro, quasi fossero la stessa cosa). Un po´ più di lucidità, a scapito se si vuole del calore, preferibile a un calore turgido e aspro e, alla fin fine, necessariamente enfatico.
Infatti, chi ricorda oggi Calvino per la sua vita?
Quando si pensa a lui, si pensa al Sentiero dei nidi di ragno, a Una pietra sopra, alle Città invisibili, a Se una notte d´inverno un viaggiatore, alle Lezioni americane. Per precipitare anche lui nel solco pubblicitario-giornalistico della “letteratura come vita” o della “vita come letteratura”, bisogna infatti disseppellirne (come si è visto recentemente) i documenti amorosi e farne oggetto di scandalo. Ma che importanza hanno questi documenti amorosi per la sua opera? Il suo messaggio, penso, è non meno forte dell´altro ma per coglierlo bisogna leggerne gli scritti.
Resta però ancora qualcosa da dire, che valga a riconoscere a Pasolini lo sforzo disperato e in un certo qual modo eroico, a cui alla fine (ammesso che le supposizioni in un campo così delicato siano consentite) ha sacrificato volontariamente la propria vita (in quel modo che sappiamo, ma avrebbe potuto essere un altro).
“Letteratura come vita” e “vita come letteratura” possono in uno come me suscitare qualche perplessità, soprattutto dopo l´uso incauto e a profusione che se n´è fatto nel corso del Novecento. Ma certo è lecito chiedersi oggi se a forza di separare le due cose non si sia pervenuti alla totale soppressione del binomio (dato, mi pare, che è sotto gli occhi di tutti ed è per me incontrovertibile), e se questo di conseguenza non abbia totalmente scarnificato la letteratura dalla sua linfa più preziosa – la carica vitale – e non abbia totalmente privato la vita (anche quella dei letterati) d´ogni stile. Se le cose stessero veramente così, salvo qualche eccezione, che converrà più avanti nominare, allora la turgida confusione letterario-esistenziale di Pasolini potrebbe ancora insegnare qualcosa.