Pasolini e l’impotenza del poeta di fronte al mondo

Nominare Pasolini, evocarne la figura come coscienza poetica e profetica della tarda modernità, a partire dal successo senza flessioni degli Scritti corsari, del cinema, o di opere come Ragazzi di vita e Le ceneri di Gramsci, è divenuto un dato addirittura sociologico della cultura italiana da trent’anni a questa parte. Almeno dalla morte dello scrittore che aveva fatto dello scandalo della poesia il proprio modo di stare al mondo, incarnando una dimensione identitaria segnata dalla più irriducibile diversità, dall’ipertrofia dell’io intellettuale che produce sofferta, vaticinante conoscenza dell’universo orrendo del presente, attraverso l’esibizione del titanico antagonismo del passato arcaico e del sacro.
Progressivamente iconizzato, ancor più che canonizzato, come super-io collettivo dell’Italia contemporanea, anche in virtù dell’allusione cristologica sempre presente nella sua vita e definitivamente fissata dall’immagine della sua morte, Pier Paolo Pasolini è anche per questo un autore da leggere, da incontrare magari nei suoi testi meno circolanti, quelli che più di altri possano consentire varchi di contatto col poeta più che con il suo postumo personaggio.

Una preziosa occasione di lettura viene dalla pubblicazione di Bestia da stile (a cura di Pasquale Voza, Bari, Palomar, 2005, euro 15,00), il testo teatrale che Pasolini definì «una autobiografia», e a cui lavorò con molti ripensamenti e aggiunte, dal ‘65 al ’74. Proprio in quel cruciale periodo a cavallo del movimento del ’68, in cui Pasolini si schierò contro i giovani studenti borghesi che a suo avviso stavano tradendo la loro natura di intellettuali, barattandone la radicalità con il riconoscimento di pochi diritti civili di marca americana, il poeta andava maturando la propria riflessione sul teatro, proponendo, in sostanziale sintonia con Alberto Moravia, un «teatro completamente nuovo», il «teatro di Parola», per superare i «due teatri tipici della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro del Gesto e dell’Urlo». Una esperienza estrema, il teatro di Parola, un estremo atto di fede verso una comunicazione possibile almeno tra quei pari che soli possono essere gli intellettuali, autore e pubblico di uguale livello culturale, all’interno di una dimensione tutta cerebrale, liberata non solo, come è ovvio, da ogni residuo naturalistico, ma anche da ogni vuota pretesa avanguardistica, una dimensione in cui sia solo la parola ad affermarsi, misticamente, come in un rito, un rito culturale, appunto.

E se la rappresentazione teatrale è come una messa, certamente per Bestia da stile si tratta di una messa funebre, della celebrazione, tutta pasoliniana, della fine dell’ossimoro, dell’impossibilità, ormai, come sottolinea Pasquale Voza nella sua indispensabile e densa introduzione, «di esprimere e fissare lo sdoppiamento e le opposizioni inconciliabili», proprio quelle attraverso cui Pasolini aveva agonisticamente affrontato e letto la storia. Il poeta, insomma, nel tempo ultimo della sua vita, fatto coincidere titanicamente col tempo ultimo della storia, è una bestia da stile, «condannato a un destino di impotenza e afasia» in cui la propria arte squisita non può che autoriprodursi, faticosamente e vanamente, legata com’è a un passato senza futuro.

Tarda e iperletteraria, la scrittura teatrale di Pasolini è apparsa a lungo, almeno al pubblico vasto, come un’attività cadetta dello scrittore friulano: un’attività, se non altro, più difficilmente collocabile in quel profilo pubblico che gli eventi, le opere e lui stesso hanno contribuito a costruire. «Una voce clamante nel deserto non può usare il microfono», disse di lui Franco Fortini, sottolineando e ponendo come problema la doppia natura del poeta coltissimo e dell’opinionista mediatico. Bestia da stile, invece (nell’emozionante, imperdibile versione del gruppo di Antonio Latella, per esempio, dove Pasolini c’è proprio tutto), mostra come “I teatri di Pasolini”, per usare la bella espressione di Stefano Casi, siano una parte coessenziale dell’attività di questo scrittore talvolta afflitto, per la sua troppa fama, da una certa scontatezza. Il giovane Jan, (doppio del poeta, e ispirato allo studente che si diede fuoco durante la Primavera di Praga), in una Boemia edenica come l’amato Friuli, ripercorre le tappe della sua formazione letteraria e politica, ma al tempo stesso affronta e subisce l’ingiuria della storia, la guerra, la dispersione e degradazione degli affetti: attraverso una crudele iniziazione giunge inerme e senza più identità alla definitiva resa dei conti, in cui il Capitale e la Rivoluzione se lo contendono, ormai semplice simulacro di essere umano e di intellettuale. E’ il Capitale a vincere, nella «rivoluzione passiva» del presente dove nessun antagonismo è possibile. E a un vincitore così non servono neanche i martiri, tantomeno i poeti: «Va beh, mentre tu sogni di andare avanti io vado avanti – dice alla Rivoluzione che rivendica la propria ragione -[…]. Quanto a quest’uomo, se proprio non vuoi perderlo te lo lascio: ebbro d’erba e di tenebre».