Partito comunista libanese – BOLLETTINO MENSILE (8)

L’inizio dell’anno 2010 registra regressioni socio-economiche molto gravi accompagnate dalla recrudescenza delle guerre imperialistiche contro la maggior parte degli abitanti del Pianeta:

– La crisi capitalista che è esplosa dopo oltre dieci anni di difficoltà, va aumentando. La minaccia di nuove catastrofi, più violente delle precedenti, pesa sul mondo intero.
– Le nuove guerre colonialiste si estendono a tutto il Sud del Pianeta, riportandoci alla mente il periodo tra la fine del XIX secolo e la conclusione della seconda guerra mondiale, nel mezzo del XX secolo quando le grandi potenze hanno spartito il mercato mondiale e, soprattutto, il dominio sulle fonti energetiche e le ricchezze naturali.
– La crisi e le guerre sono molto evidenti nella regione araba, nelle sue due parti orientale e occidentale, per la situazione in Palestina, in Libano o ancora in Iraq e, di recente, nello Yemen e nel Sudan.

I. LA CRISI CAPITALISTA

A. Gli Stati Uniti

La maggior parte dei rapporti e delle analisi apparse all’inizio del 2010 concordano sull’esito del primo anno di amministrazione Obama: una delusione generale sotto ogni profilo per tutti quelli che l’avevano appoggiato e si erano entusiasmati della sua ascesa al potere. È apparsa difatti molto rapidamente la grande differenza tra le promesse del candidato alla presidenza e le politiche intraprese da Obama in quanto presidente degli Stati Uniti, che non mancano di ricordare il suo predecessore George W. Bush; eventi comunque attesi, visto che, generalmente, non è il presidente che può da solo assumere le grandi decisioni, soprattutto in materia di politica economica.

Le relazioni economiche, pubbliche o private, mettono in evidenza gravi evoluzioni particolarmente sotto due profili:

– Il primo riguarda i pignoramenti immobiliari che si sono innalzati a 3 milioni, con gli Stati della Florida, dell’Arizzona, della California e del Nevada in testa. Inoltre si rileva che più di un milione di giovani che avevano acquistato un appartamento durante la seconda metà del 2009 o che intendevano farlo, hanno ceduto il loro alloggio o si sono astenuti dall’acquistarlo a causa dell’esacerbazione della crisi e delle sue ripercussioni sociali.

– Il secondo, più importante, riguarda la crisi occupazionale. La disoccupazione cresce a vista d’occhio. Il rapporto dell’Ufficio statistico sull’impiego, rilevando un aumento reale della disoccupazione, ha ritoccato il tasso dichiarando la disoccupazione al 16,9% della popolazione attiva; si ripartisce come segue: 14,7 milioni di disoccupati che non hanno nessuna possibilità di trovare del lavoro (9,8% della popolazione attiva); 9 milioni di lavoratori a tempo parziale; 2,3 milioni di lavoratori con un lavoro intermittente per un reddito molto inferiore alla sufficienza.

Oltre questi fattori che sono stati detonatori della crisi economica, è necessario attrarre l’attenzione su altri due punti:

– Il primo: malgrado le dichiarazioni molto rigorose, l’amministrazione Obama continua ad accordare un aiuto finanziario importante alle banche; ultimamente è stato elargito un prestito di 90 miliardi di dollari.

– Il secondo risiede nell’aumento vertiginoso delle spese militari, a cominciare dalle nuove basi in America latina, passando per i nuovi interventi militari nello Yemen, ad Haiti con il pretesto di portare aiuto ed assistenza al popolo haitiano terremotato, o in Sudan, per finire con l’invio di altre truppe in Afghanistan (30mila unità) sostenute da un bilancio illimitato per le operazioni CIA, operazioni che annoverano gli assassini con i sofisticati droni di ultima generazione.

Tutti questi aspetti mostrano complessivamente che la nuova amministrazione degli Stati Uniti insegue selvagge politiche neoliberali. Washington mira a imporre precise tendenze economiche e militari agli alleati: aiuti ai paesi arabi petroliferi, abbassamento del prezzo del dollaro e degli interessi sul dollaro, nuove guerre che garantiscono la produzione per le industrie degli armamenti e consentono alle multinazionali di consolidare il loro dominio sul mondo.

B. L’Europa e l’Unione Europea

In quanto alla situazione in Europa e, più specificamente, nella zona euro, le cose non vanno meglio. Al contrario; i dirigenti della UE sono implicati sempre più negli obiettivi militaristi statunitensi, in particolare nei paesi del Medio e dell’Estremo Oriente (Afghanistan, Yemen, Iran): spendono molto denaro in guerre che non sono loro, mentre le economie dei principali paesi dell’Unione vivono una forte recessione e una disoccupazione che tocca milioni di persone.

I rapporti parlano di difficoltà economiche, finanziarie e monetarie che possono sfociare in bancarotta, tanto in Spagna che in Grecia, quanto in Portogallo e in Italia. La disoccupazione si inerpica alla soglia del 10% (9,89%), interessando 23.519 milioni di persone.

Questo tasso di disoccupazione è il più elevato degli ultimi 10 anni; del resto, bisogna notare che l’aumento mensile registrato durante la seconda metà del 2009, è stato dell’1%. La Banca centrale spagnola, aggiunge che la disoccupazione in Spagna è prossima al 17%, cifra destinata ad aumentare per raggiungere, alla fine del 2010, il 19,4%. Le donne in età attiva sono quelle che subiscono i contraccolpi maggiori, visto che il tasso di disoccupazione femminile è il più elevato; sono seguite da vicino dai giovani e dagli ultimi arrivati nel mondo del lavoro. Ciò lascia supporre che la disoccupazione non mancherà di avere delle ripercussioni sulla sicurezza sociale e sulla previdenza in generale.

II. LA SITUAZIONE ARABA

Il mondo arabo e la regione medio-orientale sono considerati i principali destinatari delle direttive statunitensi nei campi economico e militare.

Per consolidare il loro dominio sulla regione araba, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso “alla politica del bastone e della carota”, fissando priorità a breve termine secondo i loro interessi tattici. Ecco perché Washington, pur spingendo verso la scalata militare sul fronte dello Yemen, del Corno d’Africa e del Sudan, ha ritenuto opportuno prima calmare la situazione sul fronte siriano e libanese, aiutando la riconciliazione tra Arabia Saudita e Siria, accettando l’avvicinamento siriano con la Turchia e, poi, dichiarando, per voce del suo inviato speciale in Medio Oriente, George Mitchell, che la Siria ha un importante ruolo da giocare nel progetto statunitense di normalizzazioni delle relazioni tra Israele e i paesi arabi.

A. La questione palestinese

Il ritorno di George Mitchell nella regione e le sue dichiarazioni sulla Palestina rimarcano il pieno accordo tra Stati Uniti e Israele rispetto la questione palestinese. Per Mitchell, come per il suo ministro degli Esteri, i negoziati tra palestinesi e israeliani devono riprendere senza condizioni preliminari, ma, soprattutto, in un’atmosfera di calma e di non violenza (vale a dire: a seguito dell’arresto di ogni forma di resistenza da parte dei palestinesi). Inoltre ha dedicato una parte considerevole del suo viaggio al ritorno dei negoziati indiretti tra Siria e Israele.

Alcuni giornali, come “Al Qods al arabia”, hanno riferito di un nuovo progetto statunitense, messo a punto dalla CIA, che raccomanda la creazione di una “Confederazione delle terre sante” tra la Giordania, Israele e lo Stato palestinese (qualora proclamato). Questo progetto si basa su idee già avanzate nel 1982 da Shimon Peres: muove dal presupposto che la città di Al Qods (Gerusalemme) e il diritto al ritorno dei profughi costituiscono i due problemi da risolvere e che questi due problemi non possono trovare una soluzione stabile se non in seno a un Stato confederale che dichiari Al Qods “città aperta” e provi a definire ipotesi a lungo termine per il ritorno dei palestinesi nella loro patria!…

Partendo da questo progetto, che se adottato finisce col liquidare la causa palestinese, Israele conduce la sua nuova aggressione contro gli abitanti di Gaza, accanto alle misure che mirano strangolare la popolazione, come la costruzione del muro di acciaio o il blocco marittimo. Di più, il governo israeliano alza la voce contro i palestinesi del 1948 e insiste nella giudaizzazione della parte orientale di Al Qods. Tutto ciò nel momento in cui le divisioni intestine palestinesi si esacerbano e indeboliscono le forze che dovrebbero operare insieme per fare fronte al nuovo progetto statunitense-israeliano.

In considerazione di tutto ciò, il Partito Comunista Libanese ritiene indispensabile, per le forze della sinistra araba, tornare alle decisioni prese in seno alla Riunione internazionale straordinaria di Damasco del settembre 2009 [per un resoconto cfr qui: Riunione straordinaria in Siria di 52 partiti comunisti di 43 paesi, ndr] ossia la proclamazione unilaterale da parte delle forze palestinesi dello stato indipendente palestinese, la definizione di un programma volto a levare il blocco su Gaza e per imporre a Israele l’attuazione della risoluzione 194 delle Nazioni Unite, particolarmente in relazione al diritto di ritorno in patria dei profughi.

B. Due questioni: lo Yemen e il Sudan

Rispetto il problema yemenita c’è una novità da prendere in considerazione: l’entrata diretta dell’Arabia Saudita, per la prima volta nella sua storia, nel conflitto armato dello Yemen [cfr qui: Nel mirino USA non Al-Qaeda ma la democrazia, ndr]. Questo nuovo sviluppo mostra l’importanza dello Yemen nella strategia futura degli Stati Uniti nella regione, sia perché costituisce un luogo di passaggio verso l’Africa (stretto di Bâb El Mandab) verso Gibuti, la Somalia e l’Etiopia, sia per le lunghe frontiere che condivide con l’Arabia Saudita e, anche, per l’importante influenza iraniana su una parte della sua popolazione (sciita). Per questo abbiamo visto Washington e Londra affrettarsi, in seguito all’insuccesso militare saudita, ad un’escalation, approfittando della questione “dell’aereo americano”, procurando a proposito l’espediente utile a Washington per rammentare l’11 settembre e dichiarare la necessità di “salvaguardare” lo Yemen contro il terrorismo. Barak Obama “promette” così di accrescere la sicurezza nel mondo mentre il primo ministro britannico Gordon Brown mette in guardia contro il pericolo crescente dello Yemen e del Sudan “chiedendo al Consiglio degli affari generali dell’Unione Europea di inserire questo problema all’ordine del giorno”.

Concludiamo dicendo che ciò che accade oggi nello Yemen, al Sud (dove si ricorre nuovamente ad una politica secessionista) come al Nord, conferma che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna tentano di frammentare questo paese, come l’Iraq. Allo stesso modo, gli Stati Uniti stanno cercando di dividere il Sudan in tre Stati antagonisti, cosa che faciliterà loro di mettere mano sulle ricchezze minerarie scoperte nel Darfour e nel Sud.

III. LA SITUAZIONE IN LIBANO

Abbiamo già precisato che il Libano si trova, momentaneamente, in una zona di non-conflitto rispetto alla strategia degli Stati Uniti; questa situazione è tuttavia molto fragile e può cambiare ad ogni istante qualora Washington o Tel Aviv ravvisino il bisogno di fare pressione sull’Iran o sulla Siria per portarli ad accettare certi aspetti della soluzione raccomandata per la Palestina. È in questo senso che dovremmo comprendere le minacce lanciate da Netanyahu e le manovre che Israele prepara alle nostre frontiere.

Il governo libanese, da parte sua, approfitta di questa tregua per rafforzare il suo dominio sociale ed economico. Durante questo periodo, ciascuno dei diversi partiti dell’alleanza borghese al potere tenta di accrescere la sua posizione in seno al regime, sia attraverso il ritorno ai progetti di privatizzazione raccomandati nella terza conferenza di Parigi, quanto attraverso nuovi progetti economici che legano ancor di più il Libano alla politica del Fondo monetari internazionale. Ci accontenteremo di citare oltre il paradigmatico esempio della diminuzione delle pensioni, il progetto cosiddetto di “copertura sociale” che costituisce a tutti gli effetti un reiterato tentativo di liquidare la Cassa nazionale di previdenza sociale. Senza dimenticare il progetto in preparazione per aumentare gli affitti.

All’infuori di questi progetti, il nuovo governo ha presentato solamente delle soluzioni parziali per risolvere il problema dei tagli alla fornitura di corrente elettrica o per il deficit del bilancio… al contrario i tagli della corrente aumentano e le tasse indirette sui carburanti sono cresciute di venti volte in un anno, tra il 2008 e il 2009, tanto che il gettito relativo è passato da 44,8 miliardi in lire libanesi (2008) a 925,4 miliardi (2009). Aggiungiamo a tutto ciò che il debito pubblico continua ad aumentare così come gli interessi esorbitanti che lo Stato paga alle banche e che finiscono in alcune tasche ben scelte.

D’altro canto la disoccupazione prosegue la sua ascesa, soprattutto tra i giovani e chi fa il suo ingresso sul mercato del lavoro e che non trova collocazione, anche negli altri paesi arabi petroliferi gravemente colpiti dalla crisi del capitalismo. E le regioni libanesi, fuori dalla capitale e dalla sua cintura nel raggio di 200 km, vivono ancora più poveramente.

Nella pubblica amministrazione si contano 20.000 posti vacanti; tuttavia, i partiti in lotta per aumentare la loro fetta di torta rimandano alle calende greche il riassetto della funzione pubblica. In questo lasso di tempo si sopperisce ai posti vacanti con il ricorso a mezzi poco ortodossi.

Infine, sul piano politico, vi sono dei tentativi che mirano a sopprimere la decisione presa dal vecchio parlamento sul voto a 18 anni alle elezioni politiche previste per il mese di giugno (?). Del resto il nuovo progetto, presentato dal ministero degli Interni, non prevede un decentramento amministrativo. Inoltre è stata ingaggiata una lotta sistematica contro la formazione dell’Alta commissione per sopprimere il confessionalismo in politica.

IV. Le posizioni del PCL ed il suo programma di lotta

Il Partito Comunista Libanese ritiene indispensabile fare fronte ai tentativi del governo di mettere a profitto la riconciliazione tra l’Arabia Saudita e la Siria e della precaria calma che regna nelle regioni di frontiera al Sud, ma, soprattutto, far fronte alla debolezza del movimento sindacale, diviso dai dissensi confessionali, sfruttato per far passare progetti già rifiutati dal movimento popolare.
In questo stato di cose, i Comunisti, sindacalisti, operai, insegnati e anche studenti hanno messo a punto un programma che sarà presentato nei differenti settori in cui sono attivi. Mirano, a partire da questo programma, a raggruppare i comitati sindacali, le rappresentanze dei liberi mestieri e ciò che resta dei comitati inquilini, per organizzare dei dibattiti e una manifestazione di operai e salariati per inizio marzo, in difesa dei diritti delle masse popolari che sono alle prese con una situazione molto critica che mina ciò che resta della loro dignità.

Le parole d’ordine essenziali saranno quelle riecheggiate e votate nel X Congresso, oltre quelle pronunciate in comune coi partiti comunisti e operai durante il Congresso straordinario di Damasco e l’XI Congresso di Nuova Delhi.

Le priorità saranno:

A. Sul piano politico libanese nazionale ed internazionale:

1. Lotta per una nuova legge sulle amministrazioni locali ed il voto a 18 anni;
2. Opposizione, attraverso la resistenza, ad ogni tentativo di nuova aggressione da parte di Israele;
3. Definizione di un piano di azione contro il proseguimento dell’aggressione israeliana a Gaza e nelle altre regioni palestinesi e contro il “Muro della vergogna” in Egitto;
4. Organizzazione di una campagna nazionale contro l’aggressività degli Stati Uniti e della NATO nella regione araba e contro la presenza delle basi militari nel Mediterraneo e nel mondo.

B. Sul piano socioeconomico:

1. Organizzare una campagna contro la nuova legge sugli affitti che avrà per effetto di mettere oltre 100mila famiglie sulla strada;
2. Aumento dei salari minimi e dei sussidi familiari;
3. Prosecuzione della campagna già cominciata in novembre contro le imposte indirette e contro i tentativi di liquidare la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria a favore delle società di assicurazione.

Comitato delle relazioni internazionali del Partito Comunista Libanese
Beirut, il 25 gennaio 2006

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da PC Libanese – lcparty.org
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare