Partito Comunista del Brasile (PCdoB): le ragioni del “NO” francese

Editoriale uscito sul giornale telematico “Vermelho” (www.vermelho.org.br) del: 30/05/2005

TRADUZIONE DI FRANCESCO MARINGIO’

Il risultato del referendum francese sulla Costituzione Europea, con un’incontestabile vittoria dei “NO”, ha creato un vero e proprio “tsunami” sulla scena politica del Vecchio Continente. Dopo tutto, questa presa di posizione dell’elettorato francese crea incertezze sul progetto di integrazione europea con basi neoliberali.
In un paese in cui il voto non è obbligatorio, più del 70% dei francesi sono andati a votare, rafforzando così la legittimità della decisione di rigettare la proposta della Carta Europea compiuta da più del 55% dei votanti.
Il fronte per il “SI” ha riunito praticamente tutto il gotha delle classi dirigenti della Francia e dell’Europa: dal presidente Jacques Chirac al vertice del Partito Socialista che sta all’opposizione, passando negli ultimi giorni per l’aiuto del premier spagnolo Jose Luis Rodrigues Zapatero e del cancelliere tedesco Gerard Schoereder.
Il “SI” ha avuto il supporto consistente della grande impresa che non ha esitato ad usare toni catastrofisti, secondo cui, la sconfitta del referendum rappresenterebbe un caos in Europa. Niente di più falso. Ciò che ci sarà nel vecchio continente è certamente migliore di quello che ci sarebbe con la proposta di Costituzione.
Nel fronte per il “NO”, il Partito Comunista Francese ha giocato una carta separata, avendo come alleati alcuni dissidenti delle forze politiche che appoggiavano il “SI”, come il vice-segretario del PS, Laurent Fabius, oltre ai piccoli gruppi di sinistra e militanti dei movimenti anti-globalizzazione.
Ma quali sono le ragioni che hanno portato i francesi a rifiutare la Carta?
In primo luogo, si tratta di un testo che ricalca fedelmente i dettami del neoliberismo. Già nel preambolo definisce il continente un sistema di economia di mercato in cui “la concorrenza è libera”. Impedisce che, in caso di guerra o di grave turbamento dell’ordine pubblico, uno Stato-membro prenda misure che compromettano “il libero mercato”. In una parola, il trattato proposto “costituzionalizza” ed istituzionalizza come politica di stato la politica economica neoliberale consolidata nel trattato di Maastricht.
In secondo luogo, è una proposta di Costituzione che non tiene conto dei diritti sociali e propone l’eliminazione di quello che resta della condizione di benessere sociale europeo. Propone l’armonizzazione della legislazione del lavoro, ovviamente non ai livelli di Svezia o Francia, ma bensì al livello di Polonia o Ungheria. Cancella il diritto al lavoro, conservando comunque il “diritto a cercare lavoro”. In poche parole una minaccia ai centenari diritti dei lavoratori europei, riducendo le conquiste, flessibilizzando le leggi del mercato del lavoro ed eliminando le reti di protezione sociale.
Infine, un terzo grande motivo deriva dalle restrizioni alla sovranità nazionale degli Stati-membri. Dopo tutto stabilisce il primato della legislazione europea, la supremazia sulla legislazione degli Stati membri. I governi nazionali diventano meri esecutori delle politiche decise a Bruxelles. Inoltre, si è istituita la regola di decidere su eventuali temi dove ci sono pareri discordanti col criterio della “maggioranza qualificata”, a partire dalla composizione di una maggioranza con dentro i grandi paesi europei. La decisione sarebbe presa lo stesso anche se rappresentassero una minoranza dei 25 Stati-membri.
Il futuro di integrazione dell’Unione Europea rimane, per ora, indefinito. Qui vi è il merito grande della decisione storica dei francesi domenica scorsa: porre vincoli al processo di integrazione che, così come si sta formando, è al servizio dei monopoli e del grande capitale.