Partiti senza Unione

Le baruffe estive che scuotono il centrosinistra. Le polemiche di Parisi, sul neo-consociativismo, che avrebbe ispirato l´accordo sui vertici della Rai; e sugli intrecci fra politica, finanza ed economia, realizzati con la complicità della sinistra. E le repliche astiose di esponenti Ds, che si interrogano se sia giusto, alle primarie, votare per Prodi. Ritenuto (un po´ semplicisticamente) il suggeritore di Parisi.

Segnali, rumori. Utili. A rammentare che, nel centrosinistra, non c´è, non esiste – ancora – la “Casa comune”. Ma un condominio. Il “Condominio Unione”. Dove coabitano famiglie diverse, ciascuna proprietaria del proprio appartamento. Ciascuna gelosa del proprio specifico interesse, della propria tradizione. Tante famiglie tenute insieme da un fine comune: sfruttare le crepe della casa antagonista, la CdL. Aperte e allargate, soprattutto, dall´inarrestabile perdita di credibilità del proprietario. Silvio Berlusconi.
Il “Condominio Unione”. Non ha uno statuto dei valori. Stenta perfino a tratteggiare un regolamento. E poi non vuole, non accetta un “padrone”. Un altro Berlusconi. Ci mancherebbe. Ma neppure una “guida” forte, che esprima un progetto forte. Come Blair o Zapatero. Gli basta un amministratore. E forse neppure quello. Meglio un consulente, un commercialista. Cui affidare la delega a rappresentare le scelte negoziate dalle famiglie. Dagli inquilini e dai condomini. Preventivamente.
Fuor di metafora: è una coalizione, l´Unione. Non più il centrosinistra, ma il centro-sinistra, con il trattino. (E forse più di uno). L´intesa fra partiti distinti; attraversati, a loro volta, da interessi, da progetti e da soggetti diversi. Che hanno rinunciato a perseguire l´integrazione culturale e organizzativa.
Hanno recintato e rinsecchito l´Ulivo. Ma fingono che non sia così. E, per questo, hanno allestito il rito delle “primarie”. Metodo che mira a selezionare e a legittimare il leader, con il coinvolgimento diretto dei militanti, degli iscritti, degli elettori. Promuovendo, in questo modo, la mobilitazione comune e lo spirito unitario del centrosinistra. Ma, in questa occasione, si annuncia come un´arena dove i leader dei partiti “minori” competono per conquistare visibilità e spazio alle loro formazioni, da spendere in sede di negoziato sui candidati e sui collegi, in vista delle prossime elezioni politiche. Insomma: le primarie, più che a favorire aggregazione e unità politica, sembrano finalizzate ad accentuare le distinzioni partitiche e culturali. Nella fattispecie: promosse per fornire a Prodi l´autorità avvizzita insieme all´Ulivo, rischiano di enfatizzare la sovranità di ogni soggetto politico del centrosinistra, per quanto piccolo. Tanto più se piccolo.
D´altronde, nessuno, davvero, pensa di adeguare le proprie strategie, le proprie proposte, a quelle espresse dal leader vittorioso. Di attribuire alle primarie il compito di indicare il programma, oltre che il candidato premier. Non ci pensa Bertinotti, che si è espresso in modo chiaro, in tal senso («È una competizione per la leadership, non sul progetto». Come fosse possibile disgiungere i due aspetti…). Ma, neppure Mastella, Pecoraro Scanio, Di Pietro. Lo stesso Prodi sembra essersi rassegnato. A fare l´amministratore di condominio. Non potendo, come Berlusconi in passato, esserne il padrone. Ma neppure, come sembrava possibile fino a qualche tempo fa, il titolare del marchio. L´Ad. O, almeno, un manager con ampi poteri.
D´altronde, i partiti maggiori, DS e Margherita, ne sostengono la leadership, ma, nelle questioni che contano, agiscono in proprio. Com´è avvenuto, da ultimo, nella vicenda degli organismi della Rai. Che i partiti di centrosinistra hanno “negoziato”, seguendo rigorosi principi di spartizione, ben prima di arrivare alla nomina di Petruccioli e di Meocci. Come dimostra la composizione del Cda, nel quale il centrosinistra ha inserito figure certamente competenti, quanto “partigiane” (direttori di testate e responsabili di settore dei partiti). Dopo aver contestato, per anni (e radicalmente), il metodo della lottizzazione (peraltro elogiato, di recente, da Mastella). Dopo aver criticato, per anni (e radicalmente) la commistione di interessi mediatici e politici, che regolano il governo e la gestione della Rai.
È come se nel centrosinistra si fosse rinunciato al progetto dell´integrazione, del bipolarismo fra soggetti alternativi. Come si fosse ripiegato sulla coalizione fra partiti. Sul cartello di sigle. Senza, però, avere la forza né il coraggio di confessarlo. E di agire di conseguenza. Avrebbero potuto, gli attori politici del centrosinistra, lavorare per ri-strutturare le proprie incerte identità e la propria fragile organizzazione. Rivalutare la teoria e la pratica del negoziato. Avrebbero, quindi, potuto designare e promuovere Prodi come il candidato premier di coalizione; in base a un programma di coalizione, fondato su alcuni – magari pochi, ma chiari – obiettivi comuni.
Invece, si è preferito eludere il problema. Rinviarne la soluzione ad altri momenti. Successivamente.
Fra coalizione e integrazione si è scelta una “terza via”. Indefinita. Si è scelto di non scegliere. “Inventando” un esperimento inedito, come le primarie di coalizione. Che rischiano di indebolire i partiti (soprattutto i maggiori, in primo luogo i Ds, privi di candidati propri), senza peraltro legittimare il candidato eletto.
Le preoccupazioni di Parisi, circa il declino del bipolarismo fra soggetti politici alternativi, per questo, sembrano legittime. E, semmai, perfino pleonastiche. Mentre le polemiche sollevate appaiono, per la stessa ragione, fuori luogo e misura. Perché investono una posizione che, nel centrosinistra, è minoritaria (almeno, nel gruppo dirigente). Distinta e distante, peraltro, dalle scelte dello stesso Prodi. Che ha accettato, per necessità, il ruolo di amministratore del “Condominio Unione”. Ed è preoccupato, per questo, di affiancare i partiti, più che di sfidarne la sovranità. Nella speranza che il successo alle primarie e, successivamente, alle elezioni politiche possano fornirgli consenso e autorità.
Tuttavia, questa via intermedia, fra centrosinistra e centrosinistra, fra integrazione e coalizione, rischia di non portare troppo lontano. Di scoraggiare l´elaborazione di idee e di programmi comuni (che potrebbero rivelare e accentuare le divergenze fra i partiti dell´Unione). Di inibire la formazione di una leadership autorevole e autonoma. (Potrebbe limitare la sovranità dei partiti).
Questa Unione transitoria, guidata da una leadership transitoria. Può essere in grado di battere il centrodestra (soprattutto se guidato da un leader logoro come Berlusconi). Non di costruire un progetto e un soggetto riformista capace di garantire un governo stabile e duraturo. E di rispondere alle attese di chi, dopo tanti anni passati a votare turandosi il naso, vorrebbe, finalmente, tornare a respirare il profumo della politica.