Parte la guerra di Blair ai profughi

Per il premier britannico l’Iraq è un paese sicuro. Arresti e rimpatri di massa anche tra i rifugiati kurdi. Ma dai centri di detenzione monta la protesta. Digiunano anche le donne ugandesi

La guerra è finita. Di fronte alle mille vittime del panico (figlio della guerra) in pellegrinaggio mercoledì scorso in Iraq, le parole del presidente americano George W Bush suonano più sinistre che mai. Ma come Bush la pensa anche il fedele alleato Tony Blair. Il premier britannico infatti ha annunciato in una calda giornata di agosto che i cittadini iracheni (tra cui kurdi, ma anche dissidenti comunisti) che non hanno ottenuto asilo politico in Gran Bretagna verranno rimpatriati a partire dai primi di settembre. Blair ha sottolineato che l’Iraq è tornato un paese sicuro. Almeno in alcune zone, ha aggiunto, riferendosi al nord, il Kurdistan. Il premier è stato immediatamente smentito dall’Onu che ha invece ribadito che «in Iraq non esistono zone tranquille». Ma poco importa. Il governo new Labour ha deciso: chi non ha ottenuto asilo (compresi quelli che hanno presentato ricorso) sarà rimpatriato non appena «concluse le pratiche burocratiche necessarie». E per dimostrare che non si trattava solo di una minaccia, il ministero degli interni ha ordinato retate in tutto il paese. Trentotto cittadini iracheni sono stati arrestati e rinchiusi nei centri di detenzione nei giorni scorsi.

Sono centinaia i cittadini iracheni e kurdi già detenuti. Ma a rischio ci sono almeno settemila persone. Immediata la risposta dei detenuti e della società civile. Dentro ai centri di custodia sono partiti gli scioperi della fame. A Campsfield (famigerato centro vicino ad Oxford) ci sono almeno venticinque detenuti (quasi tutti kurdi) che digiunano ormai da diversi giorni. Il fine settimana scorso centinaia di persone si sono riversate davanti al centro per portare la loro solidarietà ai cittadini rinchiusi nel centro e per chiedere al governo di ritornare sui suoi passi. Cosa che non accadrà, visto che è fallito anche il tentativo legale di rovesciare la decisione del new Labour. Anche l’Onu si era pronunciata contro queste deportazioni ma senza successo. I primi aerei sono già pronti. Si tratta di concludere alcune formalità.

Dai centri di detenzione dove sono rinchiusi i profughi si dicono pronti a morire. «Meglio morire qui che in Iraq», ha detto al telefono da Campsfield uno dei cittadini kurdi detenuti. Manifestazioni di protesta si sono svolte anche a Manchester, Londra, Nottingham, Sheffield e Glasgow. La federazione dei profughi iracheni, con base nel Regno unito ha lanciato un appello chiedendo alla società civile «sostegno e solidarietà. Non vogliamo essere rimpatriati forzatamente. – scrive l’associazione – Siamo fuggiti dall’Iraq per salvare le nostre vite, abbiamo chiesto asilo come previsto dalla legislazione internazionale. Queste deportazioni sono una palese violazione dei nostri diritti umani».

La Lega contro le deportazioni fa sapere che gli aerei della Raf impiegati dal governo sono pronti all’areoporto di Heathrow. Una cinquantina di profughi kurdi, rinchiusi in un centro di detenzione hanno confermato di essere stati informati che un volo Raf li porterà, via Cipro, a Erbil. Dalla Germania (dove vivono tantissimi profughi kurdi e iracheni) giungono allarmate proteste delle associazioni umanitarie. Temono che dopo la Gran Bretagna anche altri paesi europei cominceranno a deportare i profughi iracheni. Prima dei kurdi avevano cominciato un lungo sciopero della fame anche una trentina di donne ugandesi rinchiuse nel centro di detenzione di Yarl’s Wood. La loro portavoce, Harriet Anyangokolo, è stata rilasciata il 22 agosto scorso, dopo 33 giorni di sciopero della fame. Le donne hanno scelto questa dura forma di protesta dopo che ogni altro mezzo per denunciare il trattamento brutale loro riservato all’interno del centro (specialmente dalle guardie carcerarie) era stato ignorato. Soltanto con lo sciopero della fame le donne sono riuscite a portare sui media nazionali la loro denuncia. «La lotta all’interno del centro – ha detto Harriet Anyagokolo dall’ospedale – continua. Le donne non hanno intenzione di smettere fino a quando non cesseranno gli abusi e le violenze, che hanno spinto diverse di loro anche a tentare il suicidio».