Parise e Pasolini o la rivoluzione del romanzo

Sono tante le ragioni per le quali vale assolutamente la pena leggere Quando la fantasia ballava il “boogie” di Goffredo Parise, (Adelphi, pp. 244, euro 20). Si tratta di una scelta di articoli e testi, egregiamente curata da Silvio Perrella, pubblicati tra il 1957 e il 1986 sul Corriere della sera (per la gran parte) e L’Espresso, oltre che come prefazioni a libri altrui o come rarità fuori commercio, a tema prevalentemente letterario (ma anche, a ben vedere, cinematografico e artistico: con Longanesi, Fortini, Stevenson, Sciascia trovano posto Truffaut, De Pisis, Cornell, Marilyn Monroe e perfino un Nanni Moretti annata 1978). Lo si potrebbe fare «quando si ha bisogno di compagnia e si vorrebbe fare quattro chiacchiere con una persona brillante, intelligente, avventurosa quantum sufficit e, insomma, con una persona di mondo» (lo scrive Parise a proposito di Maugham, ma calzerebbe a pennello anche per questo suo libro). Insomma, per ritrovare, calda e riconoscibile, la sua voce di grande scrittore. E soprattutto il suo modo di scrivere dei libri altrui, tenendo ostinatamente in moto la «macchina dell'”analisi stilistica”», vigile il suo sguardo capace di cogliere in un tratto sfuggente o in una misteriosa somiglianza, intuiti quasi furtivamente, l’entelechia di un autore.
Ma leggere questa raccolta a ridosso del trentesimo anniversario dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, induce a fare qualche riflessione in più, a incrociare retrospettivamente percorsi, polemiche e riflessioni che Parise e alcuni dei suoi colleghi andavano maturando in quegli anni Sessanta che, sempre di più dalla prospettiva odierna, ci appaiono come un’epoca decisiva: quella nella quale maturarono e si compirono le svolte e le rotture più importanti per buona parte della cultura e della letteratura contemporanee. In mezzo a quei dibattiti e a quelle polemiche, nell’analisi della fase d’avvio della lunga (e per molti aspetti benefica) crisi che avrebbe attraversato la società italiana, di fatto germinava il postmoderno letterario italiano. E’ una tesi sostenuta, tra gli altri, da Alfonso Berardinelli e da Marco Belpoliti.

E’ sorprendente, in questa prospettiva, constatare quanto anche l’autore dei Sillabari fosse, già nei Sessanta, così lucidamente consapevole del suo “essere dopo”, ovvero della sorte quasi di postumo in vita che spartiva con gli altri scrittori della sua generazione, quella degli anni Venti (non si può non pensare proprio al pur poco amato Pier Paolo Pasolini, nonché a Italo Calvino, come a due interlocutori implicitamente evocati, chiamati in causa, da Parise), rispetto a quelli appartenuti alla precedente. (E di quella che chiama “last generation”, Parise traccia un preciso, netto, canone personale: il suo Novecento italiano è fatto dalle opere – ma anche dai corpi, dalle sembianze, dai gesti – di Comisso, Piovene, Gadda, Montale, Moravia, ai quali sono del resto dedicati svariati degli scritti di questa raccolta).

«Non sono quell’umanista totale e totalitario, cioè sommo, che la mia parte di secolo del resto non mi permette di essere, né lo permettono le università “umanistiche” che ci hanno “preparato”, né le condizioni oggettive in cui viviamo, scandite da tempi non umanistici», scriveva Parise nel 1970. E la sua lucida consapevolezza della crisi della forma-romanzo, devoluta a un articolo dal titolo redazionale quanto mai drastico, “Inutilità del romanzo”, data addirittura dal 1958.

Proprio nella metà degli anni Sessanta, Pasolini, tra le altre cose, attendeva alla stesura di un testo sperimentale, La Divina Mimesis, che avrebbe licenziato solo dieci anni dopo, nel 1975, nell’immediata vigilia della sua morte. Com’è noto La Divina Mimesis è anche, o meglio diviene in corso d’opera, fittiziamente, l’edizione postuma di un manoscritto ritrovato. Nell’espediente metaletterario, il curatore segnala a un certo punto, in una sua “nota dell’editore”, che l’autore dei frammenti da lui riordinati «è morto, ucciso a colpi di bastone, a Palermo, l’anno scorso». L’esplicito – e polemico – riferimento di Pasolini è, ovviamente, alla seconda riunione palermitana del Gruppo 63, quella dedicata, nel 1965, al romanzo sperimentale. Ma quale che sia la parte che si prenda nel mai sopito scontro tra fautori e detrattori della neoavanguardia italiana, sembra comunque lecito affermare che, per la produzione letteraria nazionale, a partire da quel quinquennio compreso tra il 1963 e il 1968 niente (o quasi) sarebbe stato più come prima: e in questo senso si può ripensare alla gang dei neoavanguardisti non (solo) come a una cosca che taglieggia con le sue perentorie intimidazioni i Pasolini, i Moravia e tutti gli onesti narratori mimetici, costringendoli ad astenersi dal praticare il romanzo; quanto forse, piuttosto, come a un gruppo di intellettuali che allora intendeva porre una serie di problemi e aprire una discussione. Confronto nel quale, tra l’altro, le posizioni avverse delle due parti in causa, oggi ci appaiono assai meno antitetiche di quanto non fossero allora. I vari Arbasino, Malerba, Manganelli, Sanguineti, del resto, non furono i soli, in quegli anni, a praticare una narrativa “altra” o a riflettere sull’impasse delle forme tradizionali: Calvino, dal canto suo, nel 1964 avviava, con la celeberrima prefazione alla nuova edizione del Sentiero dei nidi di ragno, una lunga personale riflessione sulle possibilità del narrare; a distanza di poco tempo sarebbero venuti Le Cosmicomiche, Ti con zero, e il saggio Cibernetica e fantasmi.

E dunque come non cogliere che proprio il Pasolini di La Divina Mimesis (il Pasolini che lavora a La Divina Mimesis) muove anche lui, in quegli anni, dalla constatazione (empirica e teorica al tempo stesso) di quello che Carla Benedetti ha definito “crollo delle poetiche” e ciò a cui perviene, anche secondo la studiosa, è già un esito del postmoderno letterario: che, in altre parole, lo scrittore con quell’opera spuria non si limitava a denunciare sdegnosamente l’omicidio dell’Autore (e cioè di un modo di intendere e praticare la scrittura letteraria), ma da questa presa d’atto prendeva le mosse per tentare nuove strade, che nel suo caso avrebbero condotto al metaromanzo, al self-conscious novel e a un postumo di finzione che poi, tragicamente, postumo lo sarebbe stato di fatto. L’impresa di Petrolio, insomma, seguendo questa traccia interpretativa, avrebbe dovuto essere la prosecuzione nonché il ben più complesso approdo di un percorso letterario personale che Pasolini aveva cominciato a intraprendere dieci anni prima: quello che per, per strade diverse, avrebbe raggiunto Calvino con Se una notte d’inverno un viaggiatore, Palomar e le Lezioni americane e Parise con I Sillabari.

Tre autori diversi, Parise, Calvino e Pasolini, tre coetanei che diversamente ma contestualmente, a metà degli anni Sessanta, cominciavano a trasformare la letteratura del nostro paese, e il modo stesso di pensarla.