Paraguay, né verità né giustizia

Rischia di chiudere i battenti la Commissione che deve far luce sui crimini di Stroessner

C’è un paese che sembra immune al nuovo corso riformista del Cono Sud. In Paraguay, le vecchie abitudini sono dure a morire e i conti con il passato difficili da chiudere. Un passato segnato da una delle più longeve e spietate dittature che l’America latina abbia conosciuto, quella del generale Alfredo Stroessner, rimasto al potere dal 1954 al 1989. La Commissione verità e giustizia, istituita dal governo di Nicanor Duarte Frutos nell’ottobre 2003, rischia ora di chiudere i battenti con un quasi nulla di fatto. Il suo mandato, salvo proroghe, scade infatti il prossimo 31 marzo, ma il governo di Asunción si è ben guardato dal finanziarla, impedendone di fatto il funzionamento. Sul tragici anni della dittatura rischia così di calare l’oblio. E dire che il presidente Duarte, dopo la vittoria elettorale dell’aprile 2003, sembrava intenzionato a fare sul serio. Al nuovo organo era stato assegnato il compito di indagare sulle torture, le esecuzioni extragiudiziali, i desaparecidos e tutte le altre violazioni dei diritti umani commesse a partire dal 1954. In breve, come si legge nel provvedimento che la istituisce, la commissione doveva «contribuire a chiarire la verità in modo ufficiale, ciò che implica stabilire la responsabilità morale e politica dello stato». Ma la legge è rimasta in gran parte sulla carta. E’ lo stesso presidente della commissione, monsignor Mario Melanio Medina, a puntare il dito contro i vertici dell’amministrazione: «Crediamo che ciò succeda perché non c’è coscienza nei poteri dello stato, non c’è molto interesse che questo processo si sviluppi come dovrebbe. Ai piani alti non si vuole portare a termine il lavoro».

A ripercorrere la storia recente del Paraguay, il fallimento della commissione non stupisce. Stroessner è stato deposto nel 1989, a seguito di un colpo di un golpe da più parti definito «di palazzo» o «preventivo», e ora vive nel suo esilio brasiliano. La transizione verso la democrazia, guidata dall’alto, è stata sancita da una nuova costituzione e da nuove libertà, ma il potere è rimasto nelle mani del Partido Colorado che fu di Stroessner.

Secondo le parole del paraguayano Martin Almada, lo scopritore degli «archivi del terrore» del regime e una delle vittime della dittatura, «il condor continua a volare». Un riferimento esplicito all’Operazione Condor, il patto firmato tra i paesi del Cono Sud negli anni `70 – con l’appoggio della Cia – per sopprimere con la forza ogni forma di opposizione. Di quel patto il Paraguay era una pedina fondamentale. La repressione e la violenza hanno prodotto effetti di lunga durata: «C’è in Paraguay una generazione di persone che ha paura di parlare ad alta voce, che teme tutto e segue la strada del disimpegno, sostenendo che quanto meno ti informi meglio è», racconta Selza Ramírez, 54 anni, vedova di Derlis Villagra, il leader della Gioventù comunista paraguayana arrestato e ucciso dagli aguzzini di Stroessner nel novembre del 1975. Selza è sopravvissuta alla prigionia, dando alla luce il suo primo figlio in carcere: «Mi arrestarono e mi picchiarono tenendomi in isolamento, senza curarsi del fatto che ero incinta. Ancora non so dove è sepolto mio marito. La commissione non ha soldi e molto del lavoro è svolto da volontari, dalle vittime sopravvissute e dai loro familiari. I militari condannati si contano per ora sulle dita di una mano».

La situazione economica e l’insicurezza che regna nel paese peggiorano le cose: «La gente comincia a sentire nostalgia del passato», avverte la Ramírez. «Non c’è lavoro e le strade non sono sicure. La decomposizione del tessuto sociale è impressionante». Gli incubi attuali, così, non hanno più il volto dei militari, ma quello dei malviventi e dei sequestratori, come quelli che hanno rapito e ucciso Cecilia Cubas, la bella figlia trentaduenne dell’ex presidente Raul Cubas, ritrovata morta lo scorso febbraio. Un evento che ha scosso l’opinione pubblica e che è costato la poltrona al ministro dell’Interno Nelson Moras, spingendo Duarte a parlare di una crescente cultura della morte che attanaglia il paese e che lui ha promesso di combattere. Il passato rischia così di passare in secondo piano di fronte al difficile presente.

Gli archivi del terrore scoperti nel 1992 custodiscono ancora molti segreti. Per sottrarre all’usura del tempo il patrimonio di documenti, verbali e foto segnaletiche (cinque tonnellate di carta in tutto) della polizia segreta paraguayana si sta provvedendo a microfilmarli e ordinarli. Tra quelle carte ci sono prove compromettenti anche per i regimi militari che negli stessi anni tenevano in pugno gli altri paesi del Cono Sud. Paesi come l’Uruguay e l’Argentina, i cui presidenti Tabarè Vazquez e Nestor Kirchner hanno da poco siglato un accordo di cooperazione per condurre inchieste congiunte sulle atrocità delle passate dittature.

*Lettera22