«Paradisi fiscali? Il regno dell’illecito» (caso Parmalat)

INTERVISTA

«I paradisi fiscali? Ormai sono luoghi di illeciti di ogni genere». «Il caso Parmalat? «E’ gravissimo». Victor Uckmar, docente di scienza delle finanze, grande consulente di questioni fiscali, da sempre nemico di Giulio Tremonti con il quale ha vinto un contenzioso giudiziario a seguito di una querela del ministro, conosce bene la metamorfosi dei paradisi fiscali ma non disdegna di parlare del crollo dell’ex impero di Collecchio: «Quello che è avvenuto a Parma e dintorni è roba da banditi. Getta discredito sul nostro paese. E le assicuro che talvolta faccio fatica a difendere la nostra reputazione all’estero dopo casi come Parmalat. Ma bisogna sapere che ci sono gruppi industriali e imprenditori che hanno tenuto gli stessi comportamenti di Parmalat, hanno la stessa logica pur nella legalità. Guardi i casi di stock option miliardarie ottenute da certi imprenditori italiani o il caso di scalate societarie sul filo del rasoio». A chi si riferisce? «Lasciamo perdere, la prego». Sulla scrivania del professor Uckmar c’è un Corriere della Sera che mostra un servizio dal titolo: «I premi segreti di Colaninno e Gnutti. Dalla cessione di Telecom Italia, profitti milionari anche per la Unipol. Tutte le cifre incassate dai protagonisti della vendita nell’indagine della procura di Milano sull’ipotesi di evasione fiscale». Si riferisce per caso alla cessione della Telecom? «Le ho detto che preferirei non rispondere alla sua domanda». D’accordo allora torniamo ai paradisi fiscali che oggi sono così di moda

Come nascono i paradisi fiscali?

Inizialmente i paradisi fiscali erano luoghi scelti dalle aziende per reagire alla forte pressione fiscale che gravava sulle società, soprattutto nel dopoguerra, quando gli stati europei dovevano rafforzare le casse dello Stato dissanguate dal conflitto. Con il passare del tempo però i cosiddetti paradisi sono diventati zone franche dove si è concentrata la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro, proveniente anche dal traffico d’armi

Siamo a questo punto?

Purtroppo sì. Il dramma è che il movente dell’evasione e dell’elusione fiscale non tocca soltanto la criminalità economica pura ma anche il gangli del sistema legale. Il Financial Times di ieri pubblicava l’elenco delle prime 200 società americane che non pagano le tasse, attraverso il dirottamento delle risorse finanziarie verso i paradisi fiscali. Questo dimostra che il fenomeno tocca l’insieme del sistema delle imprese. Ecco perchè dico che se il caso Parmalat non è un incidente di percorso. Certo, Calisto Tanzi e i suoi manager hanno addirittura falsificato il marchio della Bank of America ma ci sono trucchi finanziari più sofisticati compiuti da gruppi industriali che introducono distorsioni nel sistema

Per esempio?

Ci sono ad esempio fattori distorsivi della concorrenza. L’OECD, l’organismo che controlla la correttezza dei prezzi di trasferimento delle multinazionali da un paese all’altro, ha scoperto che una gran parte di queste attività distorsive avviene passando dai paradisi fiscali e utilizzando in molti casi le società off shore. Lo stesso organismo nei suoi bollettini pubblica elenchi sterminati di paradisi fiscali sparsi in tutto il mondo. Se questo fenomeno non si arresta è naturale che in questi paesi ci sia la convergenza di criminalità economica e imprese legali. Una convergenza assai pericolosa

Secondo i magistrati della procura di Milano anche il gruppo Fininvest per anni ha utilizzato le società off shore. Ora il governo Berlusconi propone le authority sul risparmio. Lei cosa ne pensa?

Lei continua a portarmi verso lidi pericolosi ma io preferisco non seguirla. Mi limito a dire che questo governo ha fatto ben poco in materia di paradisi fiscali. Si è limitato ad assumere la legislazione in materia fatta dal governo di centro sinistra. Nulla di più. Una legislazione un po’ pasticciata, quella del centro sinistra ma che aveva iniziato a porre il problema della terapia

E quale sarebbe secondo lei la terapia da adottare?

Una volta in un incontro con L’Fbi proposi di mettere al bando tutte le istituzioni finanziarie che avevano propaggini nei paradisi fiscali. Loro mi guardarono in modo strano. Avevano mappe molto dettagliate, mega schermi che fornivano grafici sofisticati e dati sui flussi di denaro che passavano dai paradisi fiscali ma quando gli chiesi chi avrebbe fermato i flussi di denaro mi risposero: «di quello noi non ce ne occupiamo». La comunità europea, invece, ha messo a punto di recente una serie di progetti per aggredire il fenomeno ma con la globalizzazione dei mercati è molto difficile affrontare il fenomeno in modo efficace, soprattutto se manca la volontà politica di colpire l’evasione fiscale delle grandi aziende