Paolo Rossi: “Basta politica, scelgo la vita”

Scivola sul can can mediatico di questo momento – Celentano, Berlusconi, i comici – con un paradosso: «I numeri comici migliori sono i suoi, del Cavaliere. Guarda anche questa cosa della guerra… Venga a lavorare con noi, io qualche serata con lui la farei volentieri». Fa il muso lungo su cose come satira e censura: «Non ci tengo a costruire il mio mestiere sullo stato di esiliato o censurato, né a relegarmi nel ruolo di vittima. Il mio Moliére in Rai faceva un milione e 200 mila spettatori e l´hanno censurato? Amen. I miei galloni me li sono guadagnati sul campo. Faccio spettacoli, i teatri sono pieni e a far casino mi diverto».
No, il problema oggi per Paolo Rossi è un altro. «C´è un piano di rincoglionimento del popolo italiano in atto – dice – E la sola salvezza, a me pare, è migliorarsi, studiare, leggere, approfondire le cose. Andare controcorrente alzando la qualità. Lo dico anche per noi comici. Basta spettacoli che parlano di Berlusconi, battute sul governo. Torniamo alle origini, al teatro popolare, alla Commedia dell´Arte».
A 52 anni, da più di 20 incendiario protagonista della satira politica italiana, Paolo Rossi promette ancora sorprese. Lo fa con una stagione fitta di impegni, sempre intraprendente, ma che «si allontanerà dalla politica – spiega – e sarà più dentro la realtà, più vicina alla vita, a noi». Due spettacoli, tanto per cominciare: Il signor Rossi contro l´impero del male (Firenze dal 3, poi Gorizia, Grosseto, Napoli dal 15 novembre), dell´anno scorso e ora completamente rifatto, e il nuovo Chiamatemi Kowalski, il ritorno (debutto a Trieste dal 27 gennaio, poi Bologna, Roma dal 21 febbraio all´Ambra Jovinelli, Milano Teatro Strehler dal 5 aprile) rivisitazione di un successo giovanile dell´87 dove spera di coinvolgere la cantante Syria e una band rock. E poi a gennaio, l´atteso ritorno in tv, ospite fisso di Che tempo che fa di Fabio Fazio dove già ieri sera ha fatto una esaltante comparsata. «La par condicio? È una regola stupida. La sfuggirò raccontando storie di vita», preannuncia.
Rossi, cos´è questa storia dell´addio alla politica. Basta satira?
«La mia idea è che la politica non si fa più solo coi proclami, gli slogan. Oggi la politica la fanno con i talk show, i reality, la fiction, i quiz. Con modelli e stili di vita che la gente segue».
E allora?
«Allora bisogna reagire in maniera inversa a quello che sta accadendo nel paese. Ci rincoglioniscono? E noi studiamo, leggiamo, approfondiamo le cose, teniamoci svegli, in forma, facciamo stretching 40 minuti al giorno…».
Sta scherzando?
«No, per niente. Lo dico anche per noi comici. Non è importante parlare di Berlusconi per tenere l´occhio sveglio sul sistema e il vero teatro satirico è quello che parla a tutti, a chi la pensa come te e a chi no, come facevano gli attori della Commedia dell´Arte dove è nata la satira, come hanno fatti i grandi come Shakespeare e Moliére, Karl Valentin, Fo, Gaber, Jannacci che sono le nostre radici».
Ma allora un comico di cosa parla?
«Le dico una cosa: ho la soddisfazione di fare uno spettacolo, questo Signor Rossi contro l´impero del male, dove si parla di Berlusconi solo i primi 15 minuti, poi non più. E il pubblico ride molto di più dopo».
E su cosa?
«Storie di vita quotidiana, su di noi. Perché la realtà non è quella della politica o quella della televisione. Lo spettacolo parla della paura dello straniero, della paura delle malattie, dell´essere sospesi tra un leasing e un mutuo, di tradimenti matrimoniali, insomma della nostra vita. L´ho completamente rifatto dall´anno scorso, togliendo le forzature politiche che c´erano. Poi l´anno scorso era nato in un momento particolare della mia vita, avevo avuto un grave lutto. Ora tornarci è stato come farlo rinascere. Lo considero il mio spettacolo migliore».
E il nuovo Kowalski?
«Il vecchio era uno dei miei primi spettacoli, quello che con Operaccia romantica era stato l´ossatura della trasmissione di RaiTre Su la testa. Il protagonista allora era un ribelle metropolitano, giubbotto di pelle con le mie irrequietezze di ragazzo. Oggi voglio andare a ritroso, riprenderlo e arrivare alla mia infanzia».
Un´autobiografia?
«In un certo senso. Racconterò dei miei miti da ragazzo, Walter Chiari, Petrolini, Tognazzi, Vianello, i padri del varietà, della sola grande forma di teatro popolare. Racconterò anche della mia terra, Trieste, terra di grandi affabulatori, dove si mescolavano storie, lingue e visioni politiche diverse. Storie che ho ascoltato quando ero bambino. E poi prenderò pezzi del repertorio, aneddoti di quando lavoravo con Jannacci, storie vissute nel mondo del teatro perché il teatro è un mondo che va controcorrente».
Il teatro?
«Certo. Già 500 anni fa noi teatranti avevamo fatto le famiglie allargate, da noi i gay potevano convivere e le donne erano libere di parlare tant´è che ci seppellivano in terra sconsacrata. Eppure siamo ancora qui. Siamo l´esempio di come si resiste al potere».