Paolo Pietrangeli: «Vi racconto perchè mi fido della memoria»

“Ignazio”, l’ultimo album di Paolo Pietrangeli: dodici brani, tutti nuovi, da assaggiare e odorare. In edicola con “Liberazione”, “l’Unità”, “il manifesto” e “Carta”

«Il nostro è un paese senza memoria e verità e io per questo cerco di non dimenticare». Leonardo Sciascia la pensava così. Proprio partendo dalle sue parole Paolo Pietrangeli si chiede «A chi affidiamo la memoria, non ci fidiamo della storia…».
Lo fa come si conviene a un cantautore, assemblando parole e musica nei dodici brani che compongono “Ignazio”, l’ultimo album della sua lunga produzione in uscita in questi giorni a trentasette anni da quell’ormai lontano 1968 in cui pubblicava il suo primo disco, un Ep che conteneva tre brani destinati a mantenere intatta la loro forza nel tempo: “La risoluzione dei Comunardi”, “Il vestito di Rossini” e la famosissima “Contessa”.

Lo fa a modo suo, raccontando storie, umori e sensazioni, con l’ironia, la pietà e la rabbia che da sempre caratterizza il suo lavoro. La divaricazione o, meglio la contrapposizione nei fatti tra storia e memoria è un tema che sta particolarmente a cuore a Paolo che se viene sollecitato spiega meglio il concetto: «Non mi fido della storia. In questi anni abbiamo rimosso, tagliato, cancellato un sacco di cose che probabilmente non valeva proprio la pena di buttare via. La storia ufficiale finisce per essere un racconto costruito ad arte e in funzione di chi ha il bastone del comando, dei primi, dei vincenti. Per questo mi fido della memoria, cioè della capacità di trasmettere e tramandare da persona a persona i fatti, le ragioni e anche le emozioni. È un po’ il lungo filo che conserva la storia reale, quella dove i vinti e gli emarginati non sono soltanto comparse».

Il documento programmatico, se così si può dire, di questa impostazione è “Franco”, il brano che apre l’album, una lunga sequenza di episodi della storia di questi anni raccontati in prima persona e filtrati attraverso le sensazioni di chi li ha vissuti. La canzone si conclude con un ricordo e un rimpianto «Franco, perché non ci sei più?».

Il Franco che le dà il titolo è Franco Coggiola, l’inquieto e instancabile animatore dell’Istituto De Martino e dei Dischi del Sole, scomparso da alcuni anni, che qui diventa il simbolo di un modo diverso, oggi si direbbe “altro”, di concepire la storia, di raccoglierla e conservarla. Quasi per rafforzare il concetto Pietrangeli aggiunge che «c’è più storia nell’intera collana dei Dischi del Sole che nei manuali ufficiali».

L’album si intitola “Ignazio”, come suo nonno, raffigurato in copertina con l’aria seria e la divisa militare ben stirata. La sua storia è simile a quella raccontata da “Addio alle armi” di Hemingway. Partito per la Grande Guerra ’15-‘18 viene ferito e tra le corsie degli ospedali militari incontra e si innamora di una crocerossina che diventerà la sua compagna di vita.

È sulla copertina perché la memoria di Pietrangeli lo racconta come un personaggio decisivo nell’ispirare al giovane Paolo il valore della ricerca «dell’eticità della vita». Storie, ricordi ed emozioni, dunque, che si rincorrono tra le tracce di un disco che è uguale e, insieme, molto diverso dalla precedente produzione del cantautore romano.

È uguale perché Pietrangeli ripropone il consueto taglio personalissimo di comporre e interpretare le sue canzoni. I suoi dischi a me ricordano le drogherie di una volta, quelle che quando entravi ti accoglievano con i loro aromi, alcuni conosciuti, altri misteriosi ed esotici. La loro mescola variava ogni giorno in funzione di tante cose, dall’umidità dell’aria agli acquisti dell’ultimo cliente che magari avevano fatto aprire un sacco più profumato degli altri, all’arrivo di un nuovo prodotto mai visto prima… La percezione di quegli odori fascinosi era soggettiva, personalizzata, difficile da raccontare e tuttavia così precisa da restare impressa nella memoria fino alla volta successiva.

Se si escludono “Contessa”, “Valle Giulia” e i brani più militanti, le composizioni di Pietrangeli sono così. Le parole delle canzoni si mescolano in apparente naturalezza con le sensazioni che sottendono. Ciascuno le può ascoltare, assaggiare e odorare secondo la sua personalissima percezione senza per questo sentirsi fuori sintonia.

“Ignazio” non tradisce le attese, anzi forse va al di là delle stesse. I brani sono tutti nuovi, anche quelli, come “Ninna nanna” e “Amore coniugale”, che abbiamo già ascoltato e che ritroviamo diversi nell’impostazione musicale e nel cantato. Il primo pensiero però è stato «C’è la batteria». Non è una valutazione critica, ma un mio personalissimo modo di catalogare le canzoni di Paolo che non c’entra niente con i canoni ufficiali.

Pur non disdegnando le percussioni (basta pensare al ruolo importante che hanno in “Karlmarxstrasse”) Pietrangeli non sceglie mai gli strumenti giusto per riempire i canali del mixer e neanche per battere il tempo. Nei suoi dischi c’è solo quel che serve. In alcuni la batteria non esiste in questo, invece, c’è. E poi c’è tanta musica. È un disco molto suonato, ricco, in alcuni casi, come nella già citata “Franco”, quasi elettrico. Siccome gli strumenti non suonano da soli ci sono quindi anche i musicisti. È risaputo che in genere Pietrangeli li vuole buoni altrimenti fa tutto da solo, ma questa volta la band si è superata. Bravi e intriganti nell’approccio ai brani aggiungono emozioni vere al cantato.

C’è ancora un’ultima osservazione. Pur essendo un disco in studio, possiede quella che in gergo si chiama “attitudine live”. È un concetto che, nella sostanza, vuol dire che pur essendo un disco realizzato in studio non ha la perfezione del ghiaccio, ma è caldo e avvolgente come un caminetto acceso, ha, cioè, i suoni meno puliti ma più veri dell’esibizione dal vivo. Paolo la spiega così: «Ci siamo trovati in studio e abbiamo registrato come si deve, curando ogni minimo particolare, con anche il più piccolo silenzio al posto giusto. Dopo averlo ascoltato abbiamo deciso di mettere da parte il lavoro fatto e di scioglierci un po’ cantando e suonando come se fossimo in diretta». “Ignazio” è nato così ed è un bel disco. Ora non resta che comprarlo e ascoltarlo.