Paolo, il parricidio del valdo-marxista

Più col popolo e meno in tv», è stata la prima cosa che ha detto Paolo Ferrerò. Ma chi se non lui ha le carte e i soprannomi per apparire, a suo modo, telegenico, e sfruttarlo?
A suo modo, attenzione. Il valdomarxista. L’abatino rosso. Il quaquero. Il giustizialista. Uno che va in giro su una Mercedes usata pagata 600mila lire («quando vado dai rom mi scambiano per uno di loro», civetta). L’unico comunista che vince un congresso di (ancora) comunisti proclamando «il comunismo non può essere solo una tendenza culturale»; lui che neanche fu mai iscritto al Pci.
La prima cosa che torna in mente del neosegretario di Rifondazione è il «signor no» del governo Prodi, il ministro di lotta e di governo, che a sentir parlare di pensioni rispondeva in automatico «sciopero generale», dinanzi alla legge Fini-Giovanardi se ne uscì con l’elogio dello spinello e la proposta delle stanze del buco per i tossicodipendenti, e dopo la manovra 2006 sposò lo slogan «anche i ricchi piangano». Quando Edoardo Sanguineti disse «bisogna tornare all’odio di classe», Ferrero ragionava: «Come provocazione intellettuale lo capisco, citava Benjamin». Insomma, un uomo colto; persino autore di libri (su Panzieri, per la cronaca). E dire che Paolo Ferrero, 48 anni, da Pomaretto, Val Germanasca – la più sprofondata delle valli valdesi, dopo Val Pellice e Val Chisone – ha tutte le stimmate del compagno, famiglia di operai, il bisnonno morto di silicosi, il nonno sindaco socialista; Paolo che non potè iscriversi all’università perché «dovevo andare subito a lavorare», ma si rifarà condendo l’eloquio un po’ sindacalese con letture eretiche, Heidegger e Paul Celan, per esempio. Operaio alla Fiat, entrò in Democrazia proletaria nel ’77 -quando Dp ce l’aveva col Pci berlingueriano e con «Lama non l’ama», e preferiva la locuzione «democrazia diretta» a quella «comunismo», alla quale invece il Paolo di Chianciano s’è come aggrappato. Fu quindi in cassa integrazione dopo l’80 a Torino, e allora chi c’era a guidare la Cgil dello sciopero Fiat? Fausto Bertinotti, che l’avviò alla carriera politica scorgendone le doti, e ieri è finito vittima dell’ultimo parricidio marxista. Ferrero: «Più col popolo e meno in tv».
Vendola gli dà del «furbino», ma sono dinamiche che non scomodano alcun tradimento, solo l’evoluzione delle condizioni, l’autocritica astuta (come quella fatta per la partecipazione al governo Prodi). Unite a quella dose di cinismo indispensabile per ambire a una leadership. Ancora nel settembre 2007 a L’Espresso l’allora ministro auspicava «una federazione di sinistra che si lasci alle spalle le vecchie strutture leniniste di partito»; contrordine, oggi niente più federazione ma ripartire dal simbolo. Indubbia abilità di manovra, chissà se appresa da giovane alla Federazione giovanile evangelica italiana: la Fgei faceva campi spirituali nel villaggio L’Agape, dove transitavano santi, poeti, navigatori, brigatisti smarriti, lì certo Ferrero imparò a conoscere gli uomini. Oltre che a coltivare l’alpinismo.
Il potere, quando l’ha avuto, l’ha celato dietro lo stile di vita, da ministro non voleva neanche la segretaria, da oppositore era in piazza Navona con Di Pietro, e per questo l’ex padre Bertinotti l’ha fustigato. Il che non significa resti estraneo a talune eleganze faustiane. Quando fu eletto ministro andò a passeggiare a Torre Pellice in sandali incrociati, camicia a righine, tracolla di cuoio, «The Bridge», spifferò il giornale. Fa colazione con paste di meliga piemontesi della nonna, narrano abbia un solo paio di scarpe – nere allacciate, quasi da testimone di Geova – e odi spendere per vestiti. Se gli si regala una borsa di marca, la getta. Nondimeno è raffinato, quasi aristo-freak, suona chitarra e pianoforte, sente Keith Jarrett, ha un figlio e una figlia intelligenti per cui stravede, se deve comprare un regalo per fare un po’ colpo sceglie il cachemire, sì, ma equo e solidale…
Alle nove, a cena, sussurra, «Vendola ha detto che sono un furbino, un giudizio morale, bah, che brutta questa cultura… non rispondo, mi hanno detto giustizialista, plebeista… però marxista-leninista non è un insulto». Sul futuro spiega «non ci sono le condizioni per un accordo col Pd, non vuol dire che da domani usciremo dalle giunte». Vede uno sciopero generale contro la norma sui precari? «Dopo questa lunga seduta di autocoscienza vedo le condizioni per cominciare a far qualcosa su temi specifici; non ancora le condizioni per uno sciopero generale, qualcosa in cui si incontrino pezzi di sindacato, di partito, di associazioni». Farà una Rifondazione solo identitaria? Tutt’altro. «Il punto non è rinchiudersi in un fortino o fare ideologia, ma tornare nella società, e forse essere un po’ meno presenti in tv». Come i suoi antichi maestri.