Pantano Iraq, Usa all’assalto di Samarra

Iportavoce militari l’hanno già definita «la principale offensiva dall’inizio della guerra». Un attacco che ieri, mentre a Baghdad si riuniva per la prima volta il nuovo parlamento, ha preso di mira la città di Samarra, roccaforte della guerriglia a un centinaio di chilometri a nord della capitale irachena. Decine di elicotteri Black hawk, 1.500 soldati, 200 mezzi corazzati, artiglieria pesante e anche tante telecamere sono state mobilitate per l’operazione «Swarmer», un assalto che nelle intenzioni dei comandi Usa dovrebbe durare giorni e assestare un duro colpo alla guerriglia sunnita più radicale, quella che ha approfittato delle ultime settimane di vuoto di potere per mettere a segno agguati sempre più sanguinosi e spettacolari. Da una media quotidiana di dieci morti dei mesi scorsi, nelle ultime settimane gli obitori, soprattutto quello di Baghdad, sono arrivati ad accogliere 30 cadaveri al giorno. Gli abitanti della città della moschea sciita dalla cupola d’oro – la distruzione della quale ha dato la stura all’ultima ondata di violenza tra le due principali correnti dell’islam iracheno – riferiscono di una massiccia presenza di aviazione e truppe statunitensi e di potentissime esplosioni che proverrebbero da quattro villaggi attorno a Samarra, interamente circondati dagli americani. «Dopo Falluja e altre operazioni condotte con successo sull’Eufrate e al con fine con la Siria, molti combattenti si sono spostati in aree più vicine a Baghdad. C’è bisogno di sradicarli» ha dichiarato Hoshyar Zebari, il ministro degli esteri provvisorio.

Gli americani, a pochi giorni dal terzo anniversario della guerra che ha già riportato in patria 2.312 bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce e fatto precipitare nei sondaggi il loro comandante in capo, hanno dato ieri grande risalto alla composizione del contingente che ha attaccato Samarra, per metà statunitense e per metà iracheno. Le analisi indipendenti sottolineano il contrario, ma il presidente George W. Bush, il ministro della guerra Donald Rumsfeld e i comandi Usa insistono che i soldati iracheni a cui dovrebbero affidare la gestione della sicurezza quando disimpegneranno parte della loro forza d’occupazione di 140.000 uomini, sono in grado di camminare sulle loro gambe, di combattere con efficacia.

Ma in Mesopotamia nemmeno le offensive dell’esercito più potente del mondo hanno ottenuto finora risultati lusinghieri: la resistenza di Falluja è stata stroncata solo dopo due attacchi (aprile e ottobre 2004) grazie all’utilizzo di armi proibite come il fosforo bianco e pagando un pesante tributo di vittime civili per un’operazione che si risolse nella migrazione della guerriglia in altre zone. Una serie di altre offensive minori nella provincia di al Anbar ha avuto come unico risultato pratico quello di esasperare la popolazione che subisce le conseguenze della guerra e ingrossare le file degli insorti. Stanchi di vedere i propri militari saltare in aria sulle micidiali mine artigianali, ora gli americani ci riprovano con Samarra.

A Baghdad le cose non vanno meglio: nella riunione inaugurale ieri i 275 membri del parlamento a maggioranza sciita uscito dalle elezioni di tre mesi fa non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sulla nomina del portavoce della camera. Alla ricerca di qualche successo da poter vantare in una situazione che parla sempre più di guerra civile, l’ambasciatore Usa Kalizhad s’è inventato un organismo che dovrebbe in qualche modo allentare la tensione, un Consiglio composto dal presidente, il primo ministro, il portavoce del parlamento, il capo del sistema giudiziario e vari leader politici. Ma sulla formazione del nuovo governo l’accordo tra sciiti, curdi e sunniti sembra ancora lontano. E fuori dal parlamento iper-protetto nella Zona verde, da ieri alla quasi guerra civile s’è aggiunta una pericolosa offensiva americana.