Panebianco e la politica estera dell’Unione

Il fondo di Angelo Panebianco apparso su Il Corriere della Sera del 30 settembre scorso, ove sono segnalate con soddisfazione aperture da parte del centro-sinistra – segnatamente del gruppo dirigente Ds, oltre che della Margherita – nei confronti della tesi dell’ “esportazione della democrazia”, non sorprende purtroppo più di tanto. Da tempo – dalla rielezione di Bush – è in atto un riorientamento dell’atteggiamento di D’Alema e Fassino verso gli Usa, che va nel senso di un’ancora più decisa ricucitura del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico: a partire, appunto, dalla suddetta questione di principio.
Non può sfuggire la rilevanza di tale slittamento concettuale. Panebianco lo rileva maliziosamente, sapendo bene che simili sortite non facilitano certo i rapporti a sinistra e la discussione programmatica: e tuttavia coglie nel segno. Concedere alla dottrina neocons e ai suoi esecutori la legittimità morale, ancor prima che politica, di una missione planetaria in nome della democrazia, significa aprire un varco fatale: se vale questo principio, ciò significa che è certamente doveroso provare a convincere l’interlocutore di turno con gli strumenti della diplomazia; sapendo però che a questi possono sempre seguire – se il confronto pacifico dovesse restare senza esito – le maniere forti. In fondo, è ciò che lo stesso Kissinger andava recentemente “consigliando” all’Europa in merito alla vicenda del nucleare iraniano. Provate pure a convincerli, ma datevi un tempo: scaduto il quale, occorrerà risolvere in ogni caso il problema. Anche con l’uso della forza.
Inoltre, con tale atteggiamento, si asseconda la menzogna: si prende sul serio ciò che mezzo mondo ha riconosciuto come pretestuosa giustificazione dell’aggressione all’Iraq: un’aggressione – è bene non dimenticarlo mai – che si è macchiata di crimini inauditi davanti all’umanità intera. Si cerca la strada di un’apertura di credito con il potente alleato per l’eventuale futuro governo, quando al contrario si dovrebbe drizzare la schiena e offrire ai cittadini italiani un segnale chiaro circa l’immediato ritiro dei soldati italiani dall’Iraq e dall’Afghanistan, nonchè il disimpegno da ogni altra missione bellica, comunque giustificata e sotto qualsiasi egida. Il recente summit delle Nazioni Unite ha del resto ancora una volta confermato il ruolo in buona sostanza subalterno al volere dei potenti di tale organismo. Subalterno nel metodo (nelle sue modalità di funzionamento) e nel merito: non a caso, il discorso inaugurale tenuto dal presidente degli Stati Uniti ha proposto con rinnovato vigore la missione dell’Occidente in nome della libertà e della democrazia.
Considerando la cultura di ispirazione liberale, c’è davvero da trasecolare nel vedere la stessa nozione di ‘democrazia’ talmente logorata nell’uso e asservita alle esigenze del martellamento ideologico neocolonialista da essere invocata a giustificare l’intervento “civilizzatore” dell’Occidente e l’imposizione, l’esportazione coatta del suo modello sociale. Tale involuzione del quadro politico ed etico-normativo è arrivata al punto di mettere esplicitamente in discussione lo stesso principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato, secolare architrave di un sistema di relazioni internazionali improntate alla ricerca di soluzioni negoziate e non belligeranti. Non sorprende dunque – per ritornare al caso Iran – che Kissinger abbia fatto esplicito riferimento alla necessità di “favorire” in quel paese un cambio di regime, qualora l’evoluzione delle cose non fosse quella desiderata dall’establishment del pianeta.
Che la parte maggioritaria del centro-sinistra non veda tutto ciò ed anzi ceda sempre di più alla pressioni politiche e ideologiche d’Oltreatlantico è un fatto grave: piombo nelle ali della discussione programmatica.