Palestina, storie della diaspora

I palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza sono circa 3 milioni. Altri 6 vivono fuori dai territori occupati, nei campi profughi che circondano i confini di Israele, nei paesi arabi, in Europa e negli Stati Uniti. Di questi circa un migliaio vivono in Italia.
Molti giunsero nel nostro paese all’inizio degli anni ’70, dopo i tragici giorni del settembre nero, quando l’Olp che con grande forza iniziava la propria resistenza armata a partire dai campi profughi in Giordania, entrò in scontro con le truppe di re Hussein: molti campi furono smantellati, tra i palestinesi si contarono oltre 5000 morti, in gran parte civili.
Alla spicciolata alcuni giovani palestinesi giungono in Italia e all’Università di Perugia si costruisce un piccolo nucleo che inizia a svolgere attività politica: nasce il Gups, l’unione degli studenti palestinesi, che si impegna in attività di controinformazione e che per anni rappresenterà la lotta del popolo palestinese nel nostro paese.
E’ l’inizio della diaspora palestinese in Italia. Una storia che Liberazione ha provato a ricostruire dai racconti di alcuni palestinesi che vivono ancora oggi in Italia. L’invasione israeliana e la conseguente cacciata dai territori palestinesi del’48 e del’67, il settembre nero, le lotte degli anni ’70 a fianco dei partiti della sinistra, la resistenza dell’Olp e la guerra che investe anche i paesi europei, dove i servizi segreti Israeliani non si fanno scrupoli di organizzare i propri omicidi mirati. E poi ancora l’intifada, la crisi del processo di pace, la vittoria di Hamas, la retorica del terrorismo e dello scontro di civiltà. Molti tra i palestinesi che vivono in Italia non sono più potuti tornare nella propria terra, molti hanno la cittadinanza italiana, si sono sposati e hanno dei figli nati nel nostro paese. Molti si sentono ormai italiani. Molti sono critici verso le scelte di politica estera del nostro paese e sono delusi dalle posizioni della sinistra italiana. Ma nessuno di loro sembra aver perso la speranza di poter tornare nel proprio paese e la voglia di resistere.

Storie dalla Diaspora Palestinese

Con un ampio sorriso, gentile e affabile, Samir Al Qariouti ci accoglie al bar della stampa estera. “Cosa posso offrirvi?”, esordisce, dandoci subito a intendere che stasera saremo suoi ospiti. Da poche ore la notizia della vittoria di Hamas è su tutti i media, ma Samir non sembra per niente stanco, né scosso. “Beh, è stata una giornata difficile, ma badate bene che la storia della Palestina non inizia con Hamas. Non bisogna preoccuparsi, dateci solo un po’ di tempo…”. Fino al 1967 Samir, figlio di un alto funzionario dell’esercito giordano a Betlemme, vive in una casa di Ramallah, “la stessa in cui, molti anni dopo, trovò residenza Arafat”. Allora la Cisgiordania, quelli che oggi sono i territori occupati, erano parte integrante del regno Hascemita di re Hussein.
“Lo ricordo come fosse ieri. Cinque giorni prima dell’invasione la mia famiglia si trasferì in Giordania, nella città di Zarqa. Era il 1967, giugno. Cominciarono a venire i profughi, in fuga dall’occupazione israeliana. Dividemmo le case, per far spazio a tutti. Io andavo ancora a scuola, preparavo gli esami di maturità. Ricordo che le lezioni erano divise in tre turni, perché non c’erano aule a sufficienza per tutti, dopo l’arrivo dei profughi”. Samir decide di partire: presenta una domanda a un’università americana, si reca in Jugoslavia, a trovare alcuni amici, da lì, poi, giunge in Italia, e si iscrive all’università di Perugia. “Quando arrivai a Perugia- ricorda Samir- non sapevo una parola di italiano. Ma fu facile ambientarmi. Allora all’università c’erano oltre cento studenti palestinesi. Tutti sapevamo che sarebbe stato impossibile tornare in Palestina. Ma il nostro sogno di tornare in patria, ci spingeva a studiare, a laurearci: era questa la nostra forza”. Lo studio, certo, ma anche l’attività politica: a partire da Samir e dai suoi colleghi in Italia nasce il GUPS, l’Unione degli Studenti Palestinesi, attivissimo gruppo politico che stringe rapporti coi partiti della sinistra (“Pci, Psup, Psi,sinistra Dc, e mai nessun rapporto con la destra”, ci tiene a precisare Samir) e lavora come gruppo di sostegno alla resistenza di Al Fatah, che nei territori occupati e nei campi profughi comincia a riscuotere i primi successi. La resistenza che lo studente e poi giornalista Samir Al Qariouti non ha mai abbandonato, anche al costo di mettere a rischio il proprio posto di lavoro: “Nel 1991, durante la Guerra del Golfo, ero capo ufficio stampa della Kuna, la principale agenzia kuwaitiana. Ma invitato in tv non potei trattenermi dal dire la mia sul tragico bombardamento del bunker di Al Hamaria”. Gli aerei statunitensi cercavano il rifugio di Saddam Hussein, invece uccisero 300 civili innocenti.

“Dopo il Settembre Nero i palestinesi giungevano in Italia a decine”, racconta Bassam Saleh. “Eravamo tutti figli di profughi, partiti con l’obiettivo di cambiare lo status sociale della famiglia. Perché in Palestina il fratello maggiore aiuta sempre quello minore”. Bassam, oggi una tra le figure più attive della comunità palestinese romana, era uno dei leader del Gups. Negli anni ’70 era una delle strutture più forti e organizzate della diaspora palestinese. C’erano 99 sedi in tutto il mondo, in Italia oltre 1000 iscritti. E congressi, mozioni, dibattiti. “Volevamo far conoscere agli italiani la nostra condizione, chiedevamo uno stato palestinese binazionale, laico e democratico. La nostra non era solo una lotta ma una rivoluzione, che si poneva l’obiettivo di un profondo cambiamento politico e culturale”, precisa Bassam. “In Italia collaboravamo col PCI. I compagni italiani ci aiutarono anche quando nel ’73 la nostra comunità subì le offese e gli assalti razzisti dei fascisti del Fuan, all’università di Perugia. La reazione del nostro gruppo fu durissima: scendemmo subito in piazza, giungemmo al punto di occupare la Questura e quattro fascisti finirono all’ospedale”. Poi, nel 1974, la prima vittoria della resistenza palestinese in Italia: il governo di Aldo Moro riconosce l’OLP e a Roma si installa l’ufficio di rappresentanza diplomatica diretto da Nemer Hammad.
Bassam si trasferisce a Roma, qui si sposa e inizia a lavorare da interprete. “Non sono mai riuscito a tornare in Palestina”, racconta. “Nel 95 seguivo come traduttore una delegazione della CGIL. Ma fui fermato all’aeroporto di Tel Aviv dagli israeliani, e rispedito in Italia. Rivedere la mia casa è un diritto individuale che nessuno stato può togliermi”, aggiunge Bassam. “A questo punto vi chiedo: cosa posso pensarne io del processo di pace, se non ho il diritto di rivedere la mia terra. Per questo credo che Oslo sia ormai fallita e che dopo la sconfitta di Al Fatah si dovrebbe abbandonare la strada senza sbocco dell’ANP e tornare all’Olp, in maniera da coinvolgere nuovamente i tanti palestinesi della Diaspora, come me”.
I palestinesi sono circa 10 milioni, di questi 6 milioni vivono nella diaspora. La famiglia di Bassam ne è un esempio: “siamo sei fratelli, un medico in Kuwait, un ingegnere negli Emirati Arabi e tre insegnanti in Bahrein e Giordania. Nessuno di noi è mai potuto tornare. Neppure quando morì mio nonno, in Giordania. Non potemmo seppellirlo in Palestina: gli Israeliani hanno paura di noi anche da morti”. Ma- chiediamo a Bassam- com’è possibile riuscire a mantenere la propria cultura dopo tanti anni di distanza dalla propria terra, e col flebile sostegno di una lontana speranza di tornare? “Mia moglie è sudamericana, io sono palestinese, i miei figli sono italiani. Siamo un coacervo di tre culture diverse”, spiega Bassam. “Non ho mai imposto niente ai miei figli, né una lingua, né una religione né un’idea politica. Sulla Palestina ho aspettato fossero loro a chiedere. La cultura per me è apertura, non chiusura”.

“Io nel campo di Shabra e Chatila ci sono entrato, poche ore dopo la strage”, racconta Jihad. “Ho visto intere famiglie accasciate sui muri, fucilate, da bimbi di pochi mesi agli anziani. Ho visto donne incinta uccise e teste tagliate. Chi fu artefice di quella strage non voleva solo colpire il nemico, ma distruggerlo, violentare i suoi corpi, senza alcun rispetto per ogni regola, di guerra o di pace”. Jihad è nato nel 1962 a Dura, nei pressi di Hebron, città sotto il controllo dell’esercito israeliano, sottoposta a continui coprifuoco. “La mia è una generazione forgiata dallo scontro diretto con l’esercito sionista”, ricorda Jihad. “Da noi non si sceglieva di fare politica, la resistenza era un percorso obbligatorio. La causa palestinese esiste da quando sei nato, e tutti intorno parlano di quello, tutto ha a che fare con la politica”. Negli anni ’70 Jhiad entra a fare parte di Fatah Consiglio Rivoluzionario, gruppo politico diretto da Abu Nidal che, dopo la sconfitta del Settembre Nero giordano, critica la direzione politica di Arafat. Lavorando per il suo gruppo politico Jhiad inizia le proprie peregrinazioni: nel ’78 è in Giordania, poi rischia l’arresto in Israele, poi ancora in Iraq, nell’82 è in Libano, nell’84 giunge in Italia. “Iniziavano i primi contatti tra paesi arabi, Olp e i sionisti. Noi eravamo contrari alle trattative a quelle condizioni. E organizzavamo attacchi contro i rappresentanti dei paesi arabi moderati per fermare le trattative con Israele che per il nostro gruppo politico rappresentavano una svendita dei diritti dei palestinesi”. In quegli anni lo scontro è durissimo. Nuclei di palestinesi e il Mossad israeliano si sfidano in una battaglia che investe anche l’Europa. Dopo le vicende di Monaco del ’72 e l’omicidio di Wael Zuaiter (intellettuale palestinese freddato dagli agenti israeliani al portone di casa sua a Roma, il 16 Ottobre 72), nell’ 82 vengono uccisi Nazim Matar e Kamal, componenti della delegazione dell’OLP in Italia. Il conflitto investe il mondo e diventa violento: la lotta è lotta armata.
“Arrivai in Italia il 10 Ottobre del 1984. Il 26 dello stesso mese fui arrestato, accusato dell’omicidio del primo segretario dell’ambasciata degli Emirati Arabi. A quei tempi in Italia vigevano ancora le leggi di emergenza. Fui condannato a 21 anni di carcere. Quindici li ho passati a Rebibbia senza mai uscire. Gli altri in semilibertà: avevo ogni anno 45 giorni di permesso, in cui potevo dormire a casa. Ma neppure lì mi lasciavano in pace: a volte venivano a controllarmi 2 o 3 volte per notte. In quegli anni ho scoperto che possono privarti della libertà fisica, ma quella di pensiero, nonostante ci provino, non possono mai togliertela”, dice Jihad. A giugno di quest’anno la scarcerazione. Poi di nuovo in carcere, questa volta nel Cpt: di Ponte Galeria. Il suo passaporto giordano, 21 anni dopo è scaduto: Jihad è un clandestino senza permesso di soggiorno.”La scorsa estate l’unico mio desiderio era di andare al mare. L’avevo visto solo una volta in Palestina, due ore, durante una gita scolastica, quando ero bambino. Invece mi rinchiusero nel CPT, peggiore di un carcere. Lì non esiste stato di diritto, sei solo un pacchetto postale, che aspettano di rispedire da qualche parte. Si dormiva in camerate di 8 persone, davanti a noi c’era un cortile. E le sbarre, alte sei metri, poi tornavano indietro ad angolo retto. La sensazione era di una gabbia che ti si chiudesse addosso”.
Oggi Jihad è libero, e questa estate è riuscito a passare pochi giorni al mare, in Puglia. Ma rimane un clandestino: “sto provando a risolvere il problema dei documenti, e inizio a lavorare come tecnico di reti informatiche. Alla mia famiglia non posso chiedere aiuto, ho altri due fratelli in carcere. Uno è stato arrestato dagli israeliani dopo essermi venuto a trovare. L’altro è stato preso nonostante fosse un poliziotto dell’ANP”.
Jihad si interrompe un attimo, mentre la tv del bar di S. Lorenzo in cui ci troviamo manda le immagini degli assalti alle ambasciate “occidentali” Se tu potessi tornare indietro, cosa avresti fatto… gli chiediamo. “Tornando indietro? Le cose cambiano, le condizioni politiche e i processi mentali cambiano. Tornando indietro… è difficile valutare…”

Di Bilal notiamo subito il passo svelto e agile e lo sguardo sveglio, vigile. “Se sto giù o muoio o vado in carcere. E io voglio vivere, come tutti. Per questo sono qui”, ci dice.
“Ho 34 anni, sono nato nel campo profughi di Balata nei pressi di Nablus, e ho iniziato a fare politica col gruppo giovanile di Al Fatah negli anni ’80. Vivevo lì quando scoppiò la prima intifada: ero uno di quei ragazzi che tiravano le pietre. Tutto iniziò nel dicembre del 1987, quando degli irregolari beduini e drusi, alleati degli israeliani, entrarono nel campo, uccisero 4 persone e ne ferirono circa 200. L’intifada iniziò lì, a Balata. E poi si diffuse nei campi vicino, a Nablus, nelle università di Najah e Bir Zeit. Il coprifuoco durò per mesi interi, si poteva uscire solo una volta alla settimana per due ore, appena il tempo di rifornirsi di viveri. La repressione era terribile: ogni giorno morivano 2 o 3 persone, senza sosta. E poi c’erano le retate dell’esercito israeliano: a centinaia venivamo portati nel carcere del Negev”.
Bilal in carcere c’è stato, quando aveva solo 14 anni. “La Palestina indipendente? Noi la facevamo dentro il carcere. C’era uno Stato dietro le sbarre, con veri e propri ministri e portavoce e elezioni. Organizzavamo da soli studio, dibattiti e attività sportive. La nostra arma di lotta era lo sciopero della fame, era l’unico modo per sostenere le nostre richieste: cibo, tv. L’ “ora d’aria” era di solo 30 minuti al giorno, solo dopo due mesi di carcerazione avevamo il diritto di sapere dove ci trovassimo e di vedere un avvocato”.
“Ecco perchè sono qui”, continua Bilal. “Perché essere profugo dentro casa tua è una cosa schifosa, non hai diritto a niente, magari hai studiato, sei laureato, ma non puoi trovare un lavoro. Mia madre è contenta che io sia partito, che abbia seguito la strada di mio fratello che lavora in America”.
“Sono partito nel 2000, con un permesso di studio. Ho frequentato le lezioni di un’accademica di massaggi shiatsu, qui a Roma. Poi ho iniziato a lavorare, prima alle dipendenze di una società. Poi mi sono messo in proprio. Ho una partita Iva, un po’ di clienti, nella mia casa ho sistemato un piccolo studio”. Ma, scappato dall’esercito israeliano, Bilal non riesce a fuggire dalla legge Bossi-Fini: “Da Settembre sono senza permesso di soggiorno. Il mio permesso di studio è scaduto, e ora, secondo loro, dovrei andare via. Ma io qui lavoro, pago le tasse. Perché dovrei andare via, tutto ciò non ha senso…”

Miriam e Sharif hanno 24 e 32 anni. Sono i figli della diaspora palestinese in Italia, la seconda generazione. “Ho conosciuto la questione palestinese quando avevo 16 anni, e ho cominciato a fare domande a mio padre. Fino ad allora sapevo solo che lui era palestinese, ma non mi chiedevo cosa volesse dire. Allora vivevamo in un paesino in Campania, e solo a capodanno incontravamo il resto della comunità. Poi, quando ci siamo trasferiti a Roma, ho cominciato a cercare contatti con altri palestinesi e ho cominciato a frequentare la comunità”.
Nel luglio del 2004 Miriam e Sharif organizzano una cena tra giovani palestinesi, in un ristorante a S. Giovanni. “Eravamo preoccupati, molti di noi si vedevano lì per la prima volta. Invece fu un grande successo, una serata straordinaria. Da allora abbiamo deciso di continuare a vederci”. Nasce così l’associazione culturale italo-palestinese Wael Zuaiter.
“I nostri padri non ci parlavano della Palestina”, continua Sharif. “ Mio padre credo non lo facesse per proteggermi: era vicedirettore dell’Olp a Roma e allora l’aria era proprio brutta, poteva capitare che gli Israeliani facessero un attentato. Solo quando avevo 25 anni, dopo la morte di mio padre, ho iniziato a interessarmi. Nel 1999 sono stato in Palestina per imparare l’arabo, ho visto le condizioni in cui è costretto a vivere il nostro popolo, e ho deciso di impegnarmi per smascherare la vergogna dell’occupazione israeliana”.
“Certo, tra noi e i nostri padri ci sono grandi differenze, noi siamo nati in Italia, non siamo legati ai partiti palestinesi. Ma ci sentiamo palestinesi, e vogliamo tramandare la nostra cultura, non perdere le nostre tradizioni. E poi, dopo aver tirato fuori le nostre radici, vogliamo fare politica, reclamare i nostri diritti”, spiega Sharif.
Le loro famiglie come quelle di tanti altri palestinesi rappresentano un microcosmo culturale: “mia madre è cattolica praticante, e mio padre ha cominciato a celebrare il Ramadam dopo essersi sposato. Io rispetto le loro religioni, festeggio la Pasqua con mia madre e il Ramadam con mio padre. E credo in Dio, punto: quale dio, è un problema secondario”, spiega Miriam.
A Sharif e Miriam chiediamo cosa ne pensino del terrorismo e della vittoria di Hamas: “Credo che gli attentati contro i civili siano terrorismo. Ma non sono terroristi solo i gruppi che Unione Europea e Stati Uniti definiscono tali. Anche gli Stati usano il terrore per perseguire i loro obiettivi: l’occupazione militare di una terra, le guerre che colpiscono i civili sono terrorismo. Per questo non mi vergogno del terrorismo palestinese più di quanto non debba vergognarmi, ad esempio, di ciò che fa l’Italia in Iraq”, afferma Sharif
“Non dimentichiamo che per le Nazioni Unite la resistenza di un popolo sotto occupazione non è reato”, precisa Miriam, che studia Scienze Politiche e prepara una tesi sull’ANP. “Un movimento di liberazione ha diritto di difendersi e di resistere con la lotta, se necessario. In Palestina, come in Iraq”.