Palestina, Hamas chiede una chance

«E’ interesse di israeliani e palestinesi ricominciare le relazioni economiche. Chiediamo a Israele e alla comunità internazionale di dare a Hamas un’opportunità. Quando sapranno quello che il movimento islamico sta facendo, credo che cambieranno opinione». Lancia segnali concilianti Omar Abdel Razek, economista con studi negli Stati Uniti (al Coe College nello Iowa, dottorato in economia nell’Universita’ dello Iowa). Solo una settimana fa era detenuto in un carcere israeliano, ora è il ministro delle finanze nel nuovo governo palestinese, formato da Hamas per risollevare un’economia affossata dalla corruzione e dalla guerra e riallacciare rapporti con l’Occidente e addirittura con Israele. Abdel Razek avrà l’opportunità che ha chiesto? Tutto lascia pensare il contrario. Non solo per l’atteggiamento di chiusura totale di Stati Uniti e, soprattutto, di Israele che ribadisce di non voler contatti con «un governo terrorista» e addirittura minaccia di dichiarare il presidente palestinese Abu Mazen definitivamente «irrilevante» se darà il via libera all’esecutivo di Hamas. Anche da Bruxelles arrivano segnali negativi. L’Unione Europea infatti ha preso tempo sull’invio di nuovi fondi all’Anp. Prima vuole leggere con attenzione il programma del nuovo governo. «Stiamo lasciando la porta aperta (ad Hamas) per una svolta positiva», ha detto ieri il Commissario alle Relazioni Esterne Benita Ferrero-Waldner prima di un vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue. Alla fine giudicheremo in base a cosa (i ministri di Hamas) diranno e a cosa faranno», ha aggiunto. Bruxelles conferma perciò al nuovo governo palestinese le tre condizioni: riconoscimento di Israele, rinuncia alla resistenza armata e rispetto dei vecchi accordi di pace, se non vuole perdere gli aiuti europei (l’Ue con 500-600 milioni di euro è il principale finanziatore dell’Anp). Allo stesso tempo Bruxelles ha dato via libera al versamento di una nuova tranche da 64 milioni di euro dei fondi concessi il 27 febbraio scorso all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, prestito indiretto di emergenza per le dissanguate casse dell’Anp. Sulla strada di Hamas ci sono subito le differenze con la visione di Abu Mazen, contraria a proseguire la lotta armata e ancorata al riconoscimento degli accordi raggiunti in passato con Israele. Il presidente, domenica sera, nell’accettare dal nuovo premier Ismail Haniyeh il programma di governo, ha annunciato che sottoporrà la lista dei ministri – composta da dirigenti di Hamas e da islamisti indipendenti, tranne il cristiano Tannus Abu Eita di Betlemme – e il programma del governo al Comitato esecutivo dell’Olp, dove il movimento islamico non è ancora rappresentato. Una manovra imprevista, che forse punta a guadagnare tempo e rinviare la nascita effettiva del governo a dopo le elezioni israeliane del 28 marzo per ridurre le tensioni o a premere con più forza su Hamas per ottenere un cambiamento del programma politico del governo. Il passaggio successivo sarà davanti al Parlamento palestinese, poi il giuramento. In ogni caso le divergenze tra Abu Mazen e Hamas restano forti e hanno impedito una coalizione di governo con Al Fatah e altre formazioni laiche (alla fine ha rinunciato anche il Fronte popolare). L’ex ministro Saeb Erikat ieri ha aggiunto che se l’Anp si troverà in crisi finanziaria a causa del congelamento degli aiuti internazionali, Abu Mazen potrebbe destituire primo ministro e governo. A quel punto le divergenze potrebbero trasformarsi in scontro frontale con esiti drammatici. Hamas allo stesso tempo deve prendere atto della posizione della maggioranza (75%) dei palestinesi, tra cui tanti dei suoi elettori, che è favorevole al negoziato con Israele. Lo rivela un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (Psr). Il 53% dei palestinesi inoltre è per l’applicazione della Road Map e il 68% pensa che l’Anp non possa fare a meno degli aiuti internazionali. Sul terreno l’emergenza principale riguarda ancora Gaza, stremata dal blocco economico israeliano e segnata da gravi episodi di violenza, come le sparatorie avvenute ieri in tutta la Striscia. Uomini delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, il gruppo armato vicino al partito Al Fatah, hanno occupato a Gaza City uffici dei ministeri delle finanze e degli esteri e hanno attaccato il commissariato di polizia principale. Altri militanti armati hanno occupato brevemente un ospedale e la centrale elettrica di Gaza e hanno bloccato la strada di accesso al valico di Erez per chiedere il pagamento di arretrati cui affermano di avere diritto e l’assunzione nei servizi di sicurezza palestinesi. Dietro gli scontri a fuoco tuttavia molti hanno visto la mano dell’ex ministro e «uomo forte» di Gaza Mohammed Dahlan (Al-Fatah), deciso a mettere in difficoltà il neonato governo di Hamas.