Pakistan: il fronte sud del Grande gioco

I drammatici avvenimenti che si susseguono in Pakistan da questa primavera hanno riportato l’attenzione dei media su una zona nevralgica dello scacchiere internazionale. Una zona che comunque, per i grandi decisori della politica estera, è sempre stata di particolare interesse ed a cui la tragedia pakistana non fa che aggiungere elementi di estrema complessità.

Avete detto cambiamento?

Contrariamente alle aspettative diffuse dai media il grande cambiamento prodotto dall’era Obama si è prodotto più nelle parole che nei fatti. Se si guarda oltre le apparenze, nel campo della grande politica, che rimane pur sempre la politica estera, la continuità con le precedenti amministrazioni pare essere al momento indubbia. Certamente sono cambiate le parole d’ordine ma il vecchio proposito egemonico degli Usa non è stato affatto messo in soffitta; anzi, nel discorso tenuto in occasione dei primi 100 giorni del suo insediamento il nuovo presidente ha affermato la sua intenzione di lavorare per un “nuovo secolo americano”, uno slogan questo tristemente noto come sinonimo di volontà imperiale, tentativo egemonico e costruzione di un ordine unipolare nelle relazioni internazionali sin dalla fine della guerra fredda.

L’Amministrazione Bush, per far fronte all’emergere di un equilibrio multipolare, aveva scagliato gli Usa in una corsa contro il tempo caratterizzata dalle avventure militari nel cuore dell’Eurasia col magro risultato di subire una serie di sonori scacchi: la resistenza irakena, l’intesa russo-cinese, il Patto di Shangai e l’espulsione delle basi militari americane dall’Asia centrale ex-sovietica hanno finito per accelerare proprio quella tendenza all’emergere di altre Potenze ed al consolidarsi di intese antiegemoniche che Washington voleva evitare.

Coloro che si aspettavano un nuovo rimescolamento di carte a causa della crisi e della nuova amministrazione Usa sono per il momento rimasti delusi: le tendenze in corso, che segnano una pericolosa crisi dei piani egemonici della Casa Bianca, paiono infatti essere confermate.

In un contesto pur caratterizzato da grande fluidità si possono rintracciare alcuni punti fermi.

Il primo consiste nell’attenzione (altissima ed immutata) che i centri decisionali statunitensi manifestano per l’Asia centrale e per le sue risorse. Il Grande gioco per controllare gli stati ricchi di materie prime ed i paesi limitrofi (come l’Afghanistan) per farvi transitare le pipe-lines è destinato a continuare ed a caratterizzare tutta una fase, contrariamente al parere di chi riteneva di aspettarsi una svolta in tal senso. Ipotizzare un cambio totale di strategia in proposito da parte degli Usa era del resto assai irrealistico. Non a caso uno dei primi big dell’establishment statunitense ad appoggiare la candidatura di Obama è stato proprio quel Brzezinski che fu consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter (in tale veste sponsorizzò la “guerra santa” della CIA e dei mujahiddin in Afghanistan) e che fu autore de “La Grande Scacchiera”, il testo nel quale si propose di delineare le linee guida cui gli Usa avrebbero dovuto attenersi per ottenere l’egemonia mondiale. In tale testo egli rimarcava il ruolo chiave dell’Asia centrale come zona nevralgica sulla quale si sarebbero giocati gran parte dei destini della partita tra le Grandi Potenze.

Non rappresenta dunque un caso se, già dalla campagna elettorale, Obama avesse annunciato di riportare al centro della politica estera l’Afghanistan come primo fronte nella “guerra contro il terrorismo”, slogan col quale la propaganda americana si ostina a dipingere le sue guerre di conquista.

Appena presidente Obama ha inviato altri 17mila uomini in Afghanistan ed ha chiesto un ulteriore aumento delle spese militari (nelle quali erano però incluse anche quelle per il pantano irakeno dal quale, per il momento, il nuovo inquilino della Casa Bianca non vuole, non riesce e non può uscire).

La “distrazione” irakena

Con la sua doppia offensiva verso l’Iraq e l’Afghanistan Bush ha estromesso dalla partita due tasselli del fragile equilibrio geopolitico regionale sull’asse della via della seta. I regimi di Kabul e Baghdad, per quanto diversi tra loro, rappresentavano dei baluardi contro l’influenza iraniana fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979. La loro rimozione ha aperto una falla che rischia di favorire l’Iran, una potenza regionale che per la sua militanza antimperialista è chiaramente ostile ai progetti egemonici e neocoloniali statunitensi. Solo la boria dei neocon poteva pensare di attuare con disinvoltura un cambiamento tanto profondo senza temere di pagare dazio. La cieca fiducia nella superiore capacità bellica della nazione ispirata da Dio ha fatto commettere agli Usa una grave imprudenza. Ora se gli americani lasciassero il paese in fretta e furia il governo fantoccio da loro messo al potere con l’occupazione si scioglierebbe come neve al sole. Le forze della resistenza arriverebbero con ogni probabilità al potere e se anche Washington riuscisse ad attuare un piano di destabilizzazione su vasta scala, continuando nella politica del “divide et impera” che già applica alle comunità irakene, è lecito chiedersi per quanto tempo tale opzione possa arginare lo straripare delle forze legate all’intesa siro-iraniana (il Libano può forse rappresentare un illustre precedente).

Così gli Usa sono inchiodati al suolo. Ed il costo dell’operazione cresce. Il grande battage che è stato fatto alla nuova strategia del “surge”, che altro non è che la riproposizione delle tecniche di controguerriglia in un contesto nuovo, non tiene conto dei dati sul terreno: le perdite degli Usa, della coalizione da loro guidata e delle forze collaborazioniste non fanno che aumentare. Nonostante il silenzio dei media e la grande confusione che viene diffusa in merito agli attentati ed alle azioni è evidente che i casi di attacco contro posti di blocco, centri del potere, per non parlare degli stessi, preoccupanti episodi, di disgregazione della coesione tra soldati americani, i numerosi casi di pazzia, autolesionismo e suicidio di gruppo, le risse sanguinose nella basi trincerate non fanno che aumentare. L’unico modo che presumibilmente resta agli Usa per uscire dal pantano irakeno è accettare il peso e le conseguenze di una sconfitta formato Vietnam.

La “fissa” degli oleodotti

La partita cruciale è volta a tracciare gli oleodotti per attingere dal forziere centroasiatico e tagliare fuori la Russia al fine di danneggiare la cooperazione-integrazione tra Mosca e l’Europa centro-occidentale ed ottenere il controllo diretto delle principali riserve energetiche. A tal fine risultano cruciali gli stessi paesi ex-sovietici detentori di quelle grandi risorse. Il clue del progetto Usa si chiama Nabucco: un oleodotto che dal Caspio dovrebbe portare il petrolio attraverso Azerbaidjian, Georgia e Turchia. La scoperta di giacimenti molto promettenti in Turkmenistan potrebbe potenzialmente realizzare i sogni americani. C’è chi ha fatto notare come la crisi economica in corso abbia prosciugato le riserve russe gettando una pesante ombra sulla possibilità che il Cremlino avrebbe di comprare gas centrasiatico a prezzi europei come ha fatto in questi ultimi anni (è, se non sbaglio, la tesi di Bhadrakumar)[1].

Tuttavia occorre tener conto di alcuni aspetti della vicenda.

In primo luogo la crisi in corso vede il suo epicentro negli Usa e non in Russia, in Cina né altrove. Questo dice già parecchio. In secondo luogo occorre non sottovalutare il processo cooperativo stabilito da Russia e Cina con le repubbliche dell’Asia centrale che (ad eccezione del Turkmenistan) fanno parte della OCS. Mosca inoltre sta affiancando alla OCS altri meccanismi di integrazione dello spazio sovietico (CEEA, TSC) in ambito doganale come in campo militare. Inoltre la Russia può fornire a questi paesi una rotta di smercio già funzionante a prezzo zero. Puntare sui costosi progetti Usa avrebbe inoltre l’effetto evidente di porsi in una zona critica caratterizzata da una forte tensione internazionale: gli eventi caucasici hanno mostrato chiaramente i possibili costi di una scelta simile (lo ha constatato sulla sua pelle il presidente azero Aliev che durante la guerra dell’agosto 2008 in Caucaso ha subito in pochi giorni una perdita rilevante a causa della temporanea interruzione dell’oleodotto BTC).

E poi c’è la Cina: Pechino è l’unica Potenza in grado di investire somme enormi; ed è sempre più incline a farlo, visto la scarsa fiducia con cui guarda al futuro delle sue riserve in USD. Ha così finanziato Kazakistan e Russia, il tutto in chiara sintonia con il suo vicino settentrionale, puntellando così la politica efficacemente svolta dalle due Potenze eurasiatiche in questi anni e volta a sbarrare la strada alla penetrazione Usa nella regione.

Pur senza sottovalutare la dirompente capacità di infiltrazione e corruzione dell’AngloAmerica bisogna ammettere che per il momento le tendenze sin qui delineate non hanno subito alcuna sensibile inversione.

Anzi, il vertice tenutosi a Praga nel maggio 2009 tra Ue, Georgia, Turchia e stati rivieraschi del Caspio mostra il contrario. Al centro dell’incontro stava il protocollo per accordarsi sul progettato Nabucco: né il Kazakistan, né l’Uzbekistan e nemmeno il Turkmenistan lo hanno firmato. Si sono detti “non interessati”. Se non cambieranno parere i progetti americani subiranno un altro, fierissimo colpo.

Certamente questo scacco non porrà la parola fine ai piani Usa ma le prospettive non sono rosee per Washington: la crisi in corso, con la contrazione del mercato europeo, finisce col favorire la Cina in qualità di centro di attrazione e questo rafforzerà probabilmente la tendenza della Russia e dei suoi soci centroasiatici a stringere legami di partnership con Pechino.

La Nato si trova così paradossalmente impantanata in Afghanistan nel momento in cui i paesi che Washington avrebbe dovuto attrarre nella propria orbita e che rappresentavano il vero premio dei suoi sforzi stanno sempre più allontanandosi da lei per stringersi ai suoi antagonisti sino-russi.

Il fronte sud durante la Guerra fredda

Il fianco meridionale del cuore eurasiatico, quel territorio che apre la via al subcontinente indiano, appare sempre più pericoloso e problematico per gli equilibri internazionali. La guerra afghana è ormai tracimata oltre la linea Durand, che un tempo segnava il confine tra l’Impero britannico delle Indie e l’Afghanistan. Oggi tale linea segna il confine con il Pakistan.

Ai tempi della guerra fredda le relazioni tra le Potenze regionali (Cina, India e Pakistan) e le superpotenze (Usa e Urss) si erano intersecate in maniera abbastanza riconoscibile. Dalla rottura sino-sovietica e dal permanente stato di tensione che caratterizzava le relazioni tra i due maggiori paesi del subcontinente indiano era derivato un equilibrio piuttosto stabile. L’Urss aveva stretto i legami con l’India mentre il Pakistan gravitava tradizionalmente nell’orbita anglo-americana, partecipando ai patti militari regionali promossi dagli Usa per estendere le maglie della Nato ed accerchiare l’Urss ed ospitando le basi per gli U-2, gli aerei spia che dovevano sorvolare l’esteso territorio sovietico.

In questo quadro il particolare “neutralismo” sui generis di Nuova Delhi consentiva agli indiani di mantenere comunque relazioni più o meno cordiali con l’imperialismo americano, nonostante tutto.

Quando, a partire dagli anni ’70, Pechino si riavvicinò agli Usa il sostegno dei due paesi al Pakistan fu uno dei tasselli regionali che andarono a completare la rete di relazioni e di intese necessarie al riavvicinamento. Pechino appoggiava Islamabad in funzione sia antisovietica che anti-indiana.

L’Afghanistan non era altro che un piccolo cuscinetto incastonato tra le montagne e schiacciato da questa rete di delicati equilibri tra Potenze che, una dopo l’altra, accedevano all’arma nucleare.

Almeno fino alla rivoluzione del 1978 che rovesciò la monarchia e proclamò una repubblica popolare filo-sovietica.

E’ a partire da quel momento che gli Usa imbastirono una risposta che di fatto gettò le radici dell’attuale caos che sta divorando l’Afghanistan e che rischia seriamente di incendiare il Pakistan.

Per destabilizzare il governo di Kabul gli strateghi americani (in primo piano vi era allora proprio Brzezinski in qualità di Consigliere per la sicurezza nazionale) appoggiarono, finanziarono, addestrarono ed armarono le bande armate dei mujahiddin, ben prima dell’intervento diretto dei sovietici nel conflitto.

Il Pakistan divenne allora il retrovia strategico di una vasta operazione internazionale per sostenere le bande armate afghane e per reclutare al loro servizio mercenari e volontari radicalizzati in senso estremista provenienti da tutto il mondo islamico. Allora furono soprattutto tre i paesi che giocarono un ruolo nel dramma afghano: Usa, Pakistan ed Arabia Saudita.

Islamabad e Washington fornivano assistenza militare e logistica, Washington e Riyad fornivano l’assistenza economica. La monarchia saudita metteva inoltre a disposizione la propria visione wahhabita della religione allo scopo di facilitare una mobilitazione oscurantista in sostegno alla “jihad” della Cia.

Il regime militare pakistano del generale Zia svolse un ruolo di primo piano nel favorire i mujahiddin finendo così per ingerirsi negli affari del piccolo vicino secondo la dottrina della “profondità strategica” che da allora in poi diverrà imperante per i vertici militari di Islamabad. Tale visione implica la satellizzazione di Kabul per avere alle spalle un ampio spazio di manovra in caso di un nuovo conflitto con l’India. L’influenza sulle turbolente vicende afghane era altresì un modo per affermare un ruolo di potenza regionale al “paese dei puri” (questo significa Pakistan).

Ma la politica di Zia radicalizzò anche la società pakistana e favorì l’attecchire della stessa bellicosa ideologia e pratica jihadista che poi avrebbe avuto così tanti strascichi.

La presenza di profughi, l’arrivo di volontari, i traffici legati alle armi e alla droga per finanziare l’operazione, il nuovo volto assunto dalle madrassa: tutto contribuiva a gettare i semi di una situazione esplosiva per il paese, compreso il crescente ed incontrollato potere di cui godevano l’esercito ed i servizi segreti militari, l’ISI, all’interno delle istituzioni dello Stato.

L’ISI divenne uno Stato nello Stato, gestendo i privilegiati rapporti con la Cia e gli Usa, grazie ai soldi in provenienza dall’Arabia Saudita e in virtù del particolare legame tessuto con gli ambienti che poi si sarebbero detti “terroristi”.

Alla fine degli anni ’80, con il ritiro dell’Armata rossa dall’Afghanistan ed all’inizio degli anni ’90 con la caduta di Kabul e la fine della repubblica e con la stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica la situazione geopolitica nella regione mutò radicalmente.

Il fronte sud nella sfida per il dominio globale nel XXI secolo

In politica, come in fisica, il vuoto non esiste: con la fine dell’Urss l’Asia centrale si prestava ormai alla penetrazione di altre Potenze. Washington puntò ben presto gli occhi su questa regione di fondamentale importanza strategica. Nel suo celebre libro, “La Grande Scacchiera”, Z. Brzezinski delineò le linee guida della nuova strategia americana destinata a garantire agli Usa un dominio incontrastato sul globo. Brzezinski vide nell’Eurasia il continente sul quale si sarebbe giocata questa partita perché qui si trovavano le principali potenze che potevano frenare le ambizioni di Washington. Primo scopo era dunque evitare il costituirsi di una coalizione di Potenze in funzione antiegemonica. Assicurarsi il controllo delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale avrebbe portato l’imperialismo americano ad incunearsi profondamente in Eurasia, tra Cina, Russia e subcontinente indiano. E gli avrebbe consentito di mettere le mani su un importante leva energetica.

Questa operazione presupponeva però lo stabile controllo delle aree adiacenti ad ovest ed a sud delle repubbliche ex sovietiche perché era in quelle direzioni che si sarebbero costruiti gli oleodotti che miravano a drenare le risorse centrasiatiche verso l’Occidente tagliando fuori i potenziali antagonisti degli Usa (Russia, Iran e Cina).

Uno dei progetti in corso di elaborazione prevedeva la costruzione di una pipeline dal Turkmenistan al Pakistan, passando per le province occidentali dell’Afghanistan.

Ma, dopo la caduta di Kabul nelle mani dei mujahiddin, l’Afghanistan era tuttaltro che stabile: i signori della guerra che gli Usa avevano appoggiato sino a poco tempo prima avevano cominciato a combattersi tra loro per la supremazia. Questo vero e proprio caos non poteva essere a lungo tollerato dal Pakistan, perché i torbidi ad ovest avrebbero potuto mandare a pallino quella dottrina della “profondità strategica” che Islamabad perseguiva con tenacia.

Fu così che dai laboratori politici e militari dell’ISI uscirono i Talebani, reclutati prevalentemente tra la tribù pashtun che abitano a cavallo della linea Durand.

L’avanzata dei Talebani ed il loro insediamento a Kabul portarono alla proclamazione di un “emirato islamico” riconosciuto solo dai suoi sponsor pakistano e saudita (e dagli Emirati Arabi Uniti). I contatti sotterranei con gli Usa però ci furono e puntarono al sodo: cioè al progetto di oleodotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan cui lavorava l’azienda petrolifera statunitense Unocal (tra i cui consiglieri figurava Kissinger)[2].

Al contempo l’area di crisi e di perturbazione portata dai gruppi terroristici di matrice islamista-wahhabita si allargava ai paesi dell’Asia centrale ex-sovietica travolgendo il Tagikistan, lambendo l’Uzbekistan, destabilizzando la provincia del Turkestan cinese (Xinjiang) e colpendo, oltre il Mar Caspio, la Cecenia.

E’ in questa fase che Russia ed Iran da una parte e Russia e Cina dall’altra hanno iniziato a concertare i loro sforzi per porre un argine alla tempesta. Mosca e Pechino hanno tessuto la loro intesa che poi è servita da motore per l’OCS, che oggi rappresenta una realtà continentale di prima grandezza.

Mosca e Teheran hanno anche sostenuto il piccolo vicino tagiko e le bande dei signori della guerra che ancora resistevano ai talebani nel nord dell’Afghanistan e che si erano riunite in un fronte comune. Per il Cremlino sostenere l’Alleanza del Nord composta dai nemici di ieri ha rappresentato un notevole calcolo di realpolitik, esercizio estremamente necessario nel “Grande gioco” centrasiatico, caratterizzato da sempre dall’eterno oscillare delle tribù afghane e dall’intrecciarsi delle loro rivalità con quelle delle Grandi Potenze interessate alla regione.

L’impantanarsi dei talebani e le iniziali contromosse di Potenze ostili ai tentativi egemonici Usa rappresentano probabilmente le vere ragioni che hanno spinto Washington ad intervenire direttamente nella regione a seguito dell’11 settembre 2001.

L’attacco ai talebani e l’occupazione dell’Afghanistan hanno però posto Islamabad in una posizione difficile. Il Pakistan, che sempre era stato spinto a svolgere una politica di appoggio a gruppi radicali islamisti che operavano in combutta con gli Usa, è stato costretto ad eseguire una sorta di spericolata inversione ad “U” in velocità, ed ha finito col derapare pericolosamente.

Complicazioni pericolose

Negli apparati dello stato pakistani ed ancor più nei servizi di sicurezza questa svolta non è piaciuta a tutti. In un complesso ed oscuro scenario molti devono essersi prestati ad un doppio o triplo gioco. Non solo probabilmente per motivi ideologici quanto per motivi geopolitici: voltando bruscamente le spalle alla sua tradizionale politica di sostegno a gruppi islamisti radicali il ruolo regionale del paese veniva messo in forse ed Islamabad perdeva una importante carta da giocare nella complicata partita con l’India per il Kashmir.

Inoltre gli americani ci hanno messo del loro, come si suol dire. Il comportamento tenuto dalle loro forze di occupazione e le numerose stragi cui si sono abbandonati con i bombardamenti di interi villaggi hanno solo aumentato la loro impopolarità e quella di chi si è accodato alla loro politica, da una parte e dall’altra della frontiera afghano-pakistana.

Muovendosi come un elefante in una cristalleria Washington si è inimicata buona parte delle tribù afghane che costituiscono quell’area grigia tra i talebani e l’attuale “governo” di Kabul che rappresenta la chiave di volta per sciogliere il rompicapo afghano. Così Karzai si trova di fatto assediato in qualche quartiere di Kabul, giacché risulta ormai chiaro che non riesce nemmeno a mettere in sicurezza la capitale dove risiede il suo virtuale governo.

La solidarietà che le bande che sfidano le forze della coalizione internazionale a guida Usa hanno trovato nelle impervie vallate oltre il confine col Pakistan hanno spinto Washington a bombardare i santuari della guerriglia in territorio pakistano tramite i droni (gli aerei senza pilota). Gli Usa hanno così esteso la guerra al territorio del loro alleato pakistano, contribuendo decisamente alla sua destabilizzazione. Mentre i droni falciano vite umane e menomano apertamente la sovranità pakistana il governo di Islamabad perde credibilità.

In un paese con una struttura in gran parte feudale e tribale, con un tenore di vita tra i più bassi, con un radicalismo tradizionalmente diffuso ed un potere tradizionalmente corrotto, in un paese così fragile questa politica della Casa Bianca (che il nuovo inquilino non ha affatto invertito) ha portato il Pakistan sul punto di non ritorno. Washington, nella sua pericolosa boria di dominio, è stata solo in grado di chiedere ai suoi alleati pakistani ciò che essi non potevano fare, pena il suicidio. L’assedio della Moschea rossa ad Islamabad qualche anno fa e l’assassinio della Bhutto sono state solo le avvisaglie di una situazione che si incancreniva. In inverno l’azione che ha portato alla inagibilità del Passo Khyber, unico punto di passaggio tra Pakistan ed Afghanistan su cui transitava la quasi totalità dei rifornimenti Usa per l’Afghanistan, ha mostrato il segno di un pericoloso controllo del territorio da parte delle bande guerrigliere.

A primavera la valanga è arrivata a valle.

Il controllo da parte dei talebani o di chi per loro di interi distretti, la crescente influenza che pare si siano conquistati in numerose località con un’abile politica volta a sfruttare a loro vantaggio le spaccature e le divisioni della società pakistana lungo la frontiera e nelle aree tribali ha spinto il governo di Gilani e Zardari a stabilire una tregua sulla base della quale Islamabad accettava l’adozione della shari’a nel nordovest del paese, lasciando così una più ampia giurisdizione alle aree tribali. Ma questo ha solo rafforzato i talebani ed il loro radicamento ed ha solo favorito l’indebolimento dell’autorità centrale sui territori transfrontalieri.

Quando, tra aprile e maggio, è apparso chiaro che le bande controllavano il territorio e ne utilizzavano le risorse sostituendosi allo Stato, il regime pakistano è stato costretto ad intervenire con l’esercito in modo radicale (probabilmente sotto “consiglio” dell’amministrazione americana). La vallata di Swat è diventata l’epicentro di uno scontro frontale dalle conseguenze imprevedibili e pericolosissime. Perché l’ipotesi che una Potenza nucleare come il Pakistan finisca a pezzi potrebbe non essere più scontata.

Le Potenze al capezzale del Pakistan

Il Pakistan è uno stato “artificiale”, nato dalla dissoluzione dell’Impero britannico delle Indie al fine di raccogliere la popolazione musulmana del subcontinente, anche se questo risultato è stato raggiunto solo in minima parte visto che una fetta consistente di correligionari continua a vivere oltreconfine, nell’Unione indiana. Composto da più etnie (punjabi, pashtun, baluci, etc…) il paese ha come unico collante la religione islamica e le forze armate (che hanno una lunga tradizione di ingerenze nella politica del paese).

Il Pakistan è pertanto strutturalmente assai fragile ed attraversato da gravi contraddizioni, anche sociali. Recentemente i talebani ed i loro alleati in Pakistan si sono presentati come novelli Robin Hood in turbante con l’intento di ingraziarsi i favori delle masse diseredate ed oppresse dalle poche famiglie che rappresentano l’eterna oligarchia del paese. Questo per piegare le oligarchie stesse alla collaborazione o per punirle, se non lo avessero fatto. Secondo alcuni osservatori è questo che ha spiegato il loro fulmineo radicarsi nelle aree tribali e la disinvoltura con cui sono marciati su Buner.

Ma quale è la reazione dei principali protagonisti della partita in Asia centrale alla grave crisi che attraversa il Pakistan e che fa di questa potenza atomica dell’Asia meridionale il nuovo, grande malato della vita internazionale?

Nonostante il ritornello assordante che si sente in Occidente, il rischio che l’atomica pakistana finisca in mano ai talebani (per lo più analfabeti armati) è considerata quasi come ridicola dai centri decisionali strategici di Islamabad. In una caustica intervista un generale in congedo dell’ISI[3] ha ribadito che i codici sono sicuri e si è mostrato maliziosamente incuriosito dall’insistenza con la quale gli Usa vorrebbero ottenere le chiavi dell’arsenale atomico pakistano. Uno scenario di crescente destabilizzazione del paese e possibile frantumazione è però assai più credibile ed altrettanto pericoloso.

Non va dimenticato che Islamabad ha già perso la sua parte orientale (oggi indipendente col nome di Bangladesh) a seguito della guerra con l’India del 1971.

Che vi sia nella regione terreno fertile per cancrene simili, non vi è dubbio. Al di là del solidarizzare tra gruppi pashtun a cavallo del confine afghano, vi è il potenziale problema dei baluci nel sud. Il Balucistan è una regione divisa tra Iran e Pakistan. Nel versante pakistano copre circa la metà del territorio nazionale e vanta un importante accesso all’Oceano indiano. Questo teatro sta diventando strategicamente rilevante per gli assetti mondiali visto che è da qui che passa il petrolio che esce dal Golfo Persico e che si dirige poi verso l’Europa ad ovest e l’Asia orientale ad est. Nell’Oceano indiano stanno convergendo unità di marina da guerra da tutto il mondo con la scusa della caccia ai pirati della costa somala. La Cina, che vanta solidi rapporti col Pakistan, ha finanziato la costruzione di un importante porto di scalo a Gwadar, proprio all’imbocco del Golfo. Pechino sta in fatti progettando di alleggerire la sua dipendenza dalle rotte che fanno transitare il petrolio proveniente dall’Africa o dal Golfo attraverso lo stretto di Malacca, vero e proprio collo di bottiglia. Avere dei porti prima della strettoia di Singapore può essere una buona risorsa in caso di crisi internazionale con una Potenza marittima. La Cina ha anche finanziato i collegamenti sul Karakorum per facilitare gli spostamenti dal confine cinese fino a Gwadar, dove è prevista la costruzione di una raffineria. Una disintegrazione del vicino pakistano porterebbe serio pregiudizio alla stabilità di tutta la via della seta e manderebbe a pallino la scorciatoia trovata da Pechino. Inoltre farebbe sparire un contrappeso che i cinesi hanno sempre ritenuto necessario avere nei confronti dell’India, con la quale non tutte le nubi si sono diradate. E’ in effetti noto come Washington trami per creare dissapori tra i due giganti asiatici e miri ad utilizzare Delhi contro il dragone scarlatto.

Ed agli osservatori internazionali sono note anche altre due cose: le crescenti preoccupazioni americane per lo sviluppo della marina militare cinese ed il sostegno al terrorismo separatista balucio in funzione anti-iraniana.

L’Iran ha già accusato più vote “ambienti stranieri” di aver appoggiato gruppi terroristi che effettuano attentati nel Balucistan iraniano. Questa provincia sud-orientale iraniana è particolarmente colpita dal traffico di droga ed è spesso molestata da atti terroristici, l’ultimo dei quali è avvenuto all’inizio della campagna elettorale presidenziale[4].

Nonostante la propensione statunitense ad utilizzare la carta del separatismo (dal Kossovo alla Bolivia) non vi sono prove che Washington miri ad utilizzare i gruppi estremisti baluci anche contro il Pakistan. Almeno non per il momento. Ma le cose potrebbero cambiare e vi è già, negli ambienti pakistani, il timore che uno scenario di questo tipo possa essere preso in considerazione. Certamente la diffidenza e la sfiducia tra Pakistan e Stati Uniti sono crescenti e possono nuocere gravemente al futuro delle relazioni tra i due paesi.

Inoltre recentemente Teheran ha ospitato un vertice tra Iran, Pakistan ed Afghanistan nel corso del quale, oltre a trattare le questioni pertinenti la stabilità della regione, Ahmadinejad e Zardari hanno trovato l’accordo in merito alla costruzione di un gasdotto che dal giacimento iraniano di South Pars arriverà nel Balucistan pakistano. Questo progetto era stato formulato da tempo ed avrebbe dovuto coinvolgere anche l’India. Delhi si è poi chiamata fuori, rinunciando ad uno strumento che avrebbe potuto contribuire seriamente alla stabilizzazione della regione ed al rasserenamento del clima politico in Asia centrale più di qualsiasi trattativa diplomatica. Ma l’Iran ed il Pakistan hanno deciso di andare avanti lo stesso con una mossa che gli Stati Uniti vedono come il fumo negli occhi.

L’accordo irano-pakistano finisce infatti per moltiplicare l’effetto strategico dell’installazione della Cina a Gwadar a scapito della presa Usa sull’area. Come ha notato un analista, dopo l’incontro di Teheran hanno ottenuto una significativa vittoria: l’Iran, il Pakistan, la Cina ed anche la Russia (perché in fondo il progetto iraniano si risolve in un altro colpo contro il Nabucco), vale a dire l’OCS, mentre a subire un duro scacco sono stati proprio gli Stati Uniti[5]. Ciò aumenterà senza dubbio la stizza di Washington e contribuirà ad alzare l’attenzione del Dipartimento di Stato verso il Balucistan.

L’America appare inoltre sempre più interessata ad ingraziarsi l’India onde scongiurare il saldarsi di un triangolo strategico Mosca-Pechino-Delhi che da tempo viene preconizzato dagli strateghi russi. Pare che su questo fronte gli Usa abbiano portato a casa un risultato: avvicinare l’India e distanziarla dal blocco eurasiatico in via di saldatura. Sono molte le teste pensanti che oltreatlantico accarezzano l’idea di allargare la rete delle “alleanze” dell’America cooptando Delhi e giocando una Potenza contro l’altra al fine di creare seri disturbi alla nuova Asia in ascesa. L’India è così vista come un contrappeso alla Cina e vari esponenti dell’establishment americano ne parlano apertamente in questi termini.

Ma l‘avvicinamento dell’India non può non porre questioni circa il futuro delle relazioni tra Usa e Pakistan. Durante i fatti di Bombay Washington è stata particolarmente incline ad ascoltare più le ansie indiane che quelle del suo storico alleato pakistano. Certamente oscillando tra i due può rischiare sul lungo periodo di scontentare entrambi. In quei giorni Islamabad ha potuto contare i suoi veri amici ed a potuto indicare nella lista solamente Pechino. La Cina aveva avvertito, durante la tragedia di Bombay e subito dopo, che era opportuno usare prudenza e non alzare la temperatura, già bollente, delle relazioni indo-pakistane. Erano i giorni in cui persino i politici del Partito del Congresso facevano a gara con gli estremisti indù del BJP nell’additare i mandanti del commando terrorista in Pakistan e nel formulare richieste esigenti ad Islamabad, giocando col fuoco.

Successivamente, non a caso, i contatti tra Pakistan e Cina si sono rafforzati. Pechino fornisce aiuti al suo vicino in tutti i campi, fortemente preoccupata per la sua sorte e per le conseguenze della politica americana nella regione, che alcuni funzionari cinesi hanno criticato ormai apertamente. La Cina aveva ottenuto che Pakistan ed India sedessero all’interno della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come osservatori ma oggi le relazioni tra i due avversari di ieri sono tornate pessime ed entrambi scrutano l’uno le mosse dell’altro con profonda diffidenza. La Cina in ogni caso è determinata a non mollare il Pakistan alla deriva.

Ecco perché i politici pakistani, il cui esercito è in gran parte equipaggiato con sistemi d’arma cinesi, dipingono in modo idilliaco le relazioni con il dragone scarlatto, non rinunciando ad utilizzare termini poetici: “un’amicizia profonda come le acque di questo Oceano [Indiano]” l’aveva definita Musharraf, “alta come le vette dell’Himalaya” l’ha di recente stigmatizzata Zardari.

Pechino è l’unico punto di riferimento che può restare al Pakistan in mezzo alla tempesta. Certo finché il paese disporrà liberamente dall’arsenale nucleare la tentazione di vederlo andare in frantumi potrà essere tenuta a freno dalla paura di complicazioni più grandi, che nessuno potrebbe calcolare. E’ per questo che i vertici politici e militari di Islamabad tengono le mani ben salde sulla valigetta nucleare rassicurando il mondo e guardando con sospetto alle crescenti ed ambigue attenzioni americane per il loro dispositivo atomico ed alla campagna mediatica scatenatasi in Occidente in merito al probabile “pericolo” dell’atomica pakistana in mano ai “terroristi”.

Finché il Pakistan tiene stretto il suo tesoro atomico può sperare che nessuna Potenza sia così pazza ed irresponsabile da accettare o favorire la sua scomparsa in quanto Stato.

Nel frattempo la tragedia nella valle di Swat e nelle aree tribali prosegue: con l’esercito che affronta le bande guerrigliere e bombarda i villaggi e le montagne e con ondate immense di profughi che lasciano le aree devastate dalla guerra verso stracolmi campi profughi. Ma questa gente abbandonata in gran parte a se stessa, che ha perso ogni cosa, costretta nei campi senza il necessario, senza speranza, senza futuro, che guarda il suo paese dilaniato da una guerra che ormai si è allargata e che rischia di travolgere ogni cosa, che vive sulla sua pelle i costi di una pazzia imposta da Washington alla regione cosa potrà mai pensare?

Intanto gli attentati scuotono il Pakistan e per la prima volta vengono presi di mira anche gli uffici dell’ISI. Segno che qualcosa è cambiato e che il costo che la regione dovrà pagare per questa guerra rischia di essere molto, molto più alto di quanto oggi non appaia.

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[1] Ex diplomatico indiano, esperto di questioni internazionali, collabora con Asia Times Online ed altre riviste.

[2] Si veda A. Rashid, Talebani; Milano, Feltrinelli 2001, pp. 197-213

[3] Ci si riferisce qui ad Assad Durrani, che ha anche ricoperto in passato il significativo incarico di ambasciatore in Arabia Saudita. Si veda la sua intervista rilasciata a Sayed Saleem Shahzad per “Asia Times online” del 12 gennaio 2008.

[4] Si tratta dell’attentato perpetrato alla moschea di Zahedan, nel sudest dell’Iran, che a fine maggio ha mietuto 19 vite e ferito 80 persone.

[5] Pepe Escobar, La battaglia globale per il gas: la svolta irano-pakistana; in: www.medarabnews.com 01/06/2009