Paghino o muoiano di sete

Un risarcimento di 25 milioni di dollari. Questa la richiesta d’indennizzo «per mancato lucro» presentata dall’Edison – che controlla il 27,5% del consorzio multinazionale Aguas del Tunari – e dalla Bechtel allo stato boliviano. Richiesta accolta dal Centro internazionale per la soluzione di controversie relative a investimenti (Ciadi), un organismo della Banca mondiale. La notizia ha messo in allarme la Coordinadora del Agua y la Vida, il movimento che si batte contro la privatizzazione dell’acqua. Tanto che il suo portavoce Oscar Olivera, uno dei leader della rivolta che ha scacciato dalla Bolivia il consorzio multinazionale, è volato in Italia. Obiettivo, presentare alla Edison una richiesta formale: il ritiro della denuncia. 25 milioni di dollari – dice la Coordinadora – corrispondono allo stipendio annuale di 12.000 insegnanti di scuola pubblica ma rappresentano poca cosa nel volume di affari della multinazionale. La posta in gioco, dunque, non è prevalentemente finanziaria, ma giuridica: si creerebbe un pericoloso precedente internazionale e si metterebbero sotto ricatto le proteste popolari.

Un altro capitolo della «guerra dell’acqua». La vertenza venne aperta dalla società Bechtel, principale azionista del consorzio, una grossa pedina nel gioco a incastro delle privatizzazioni multinazionali: Aguas del Tunari è controllata dalla londinese International Waters Ltd, a sua volta sotto il controllo della Bechtel Corporation di San Francisco. E dietro le quinte, la Banca Mondiale, che spinge come una forsennata per la privatizzazione. Un profitto annuale del 16% netto, garantito dai patti stipulati con il governo. Ma la rivolta popolare, scoppiata nel 2000 a Cochabamba e pagata a caro prezzo dai manifestanti, aveva scompaginato i giochi. Operai, studenti, contadini, nativi, cocaleros di Evo Morales, avevano marciato sulla città, sotto la guida della Coordinadora. La Bechtel è obbligata ad andarsene. E nel gennaio 2005, scioperi, scontri e blocchi stradali a El Alto e La Paz. Questa volta sotto accusa per l’aumento delle tariffe (fino al 600%), sono gli interessi della multinazionale francese Suez-Lyonnaise des Eaux, rappresentata in Bolivia dalla filiale Aguas de Illimani. A dirigere il gioco, sempre la Banca mondiale. Anche questa volta, però, i grandi gruppi devono battere in ritirata. Aguas de Illimani deve rinunciare al suo contratto.

Ma adesso ecco la contromossa giuridica, resa possibile dai trattati bilaterali esistenti tra la Bolivia e l’Olanda. Che c’entra l’Olanda? Semplice, è il paese che garantisce a una multinazionale «il mancato lucro», ovvero un risarcimento in caso di rescissione del contratto. Il consorzio Aguas del Tunari si è registrato, per l’appunto, in Olanda.

La Coordinadora torna ad accusare i governi di aver firmato accordi capestro, per garantire gli interessi nordamericani, presenti attraverso la Bechtel, società «legata agli interessi di Bush padre».

Domani mattina alle 11,30, dunque, Oscar Olivera chiederà alla Edison, particolarmente attiva nella vertenza, di ritirare la denuncia. Lo farà a nome della popolazione di Cochabamba e della Coordinadora; ma rappresenterà il sentimento di tutti i popoli che, nel Sud del mondo, patiscono il giogo delle privatizzazioni. «Mayaki», siamo una cosa sola, hanno detto i rappresentanti delle organizzazioni indigene di Colombia, Ecuador, Messico in un seminario organizzato ieri a Roma dalla Rivista Latinoamerica, diretta da Gianni Minà e Alessandra Riccio. «Mayaki», ripeteranno oggi i leader indigeni al centro sociale Esc (via dei Reti, 15). Lì, alle 17,30, Oscar Olivera e la Coordinadora chiederanno ai «movimenti italiani» di sostenere la loro lotta. «Mayaki», risponde Giuseppe De Marzo, portavoce dell’Associazione A Sud, uno dei tre partecipanti italiani all’incontro (insieme a Nunzio D’Erme e a Monica Cirinnà).