“Padroni all’arrembaggio. Serve una Cgil di lotta”

Sul salario siamo alla guerra di cifre tra Cgil e Confindustria. Dove sta l’inghippo?
Il fatto che la Confindustria imbrogli così clamorosamente sui soldi indica che ha paura. Non c’è un lavoratore in Italia che creda davvero che avrà più salario. Il centro studi della Confindustria è gente poco seria. Mescolano statistiche con promesse. Le stesse dell’abolizione della scala mobile. Questo accordo separato taglia i salari e distrugge il contratto nazionale.

Nel merito?
Taglia i salari perché assume come riferimento rigido e obbligatorio un indice di inflazione dato da un ente esterno e depurato dai costi dell’energia. Questa è matematicamente la riduzione del salario. E’ bene ricordare che l’inflazione programmata del Governo era più o meno la stessa cosa, solo che allora c’era la possibilità di non tenerne conto quando non fosse stata concordata. Così invece avremmo una inflazione programmata che diventa obbligatoria. Per fare un esempio sul contratto dei metalmeccanici, l’ultimo accordo ha dato 127 euro su due anni e mezzo. Se avessimo dovuto applicare il nuovo accordo, dove tra l’altro si dovranno prendere a riferimento per gli aumenti paghe più basse di quelle che abbiamo preso a riferimento noi, avremmo avuto un aumento tra i 70 e gli 80 euro su tre anni.

Confindustria trucca le carte?
Sono degli imbroglioni. E l’imbroglio purtroppo verrà fuori alla prima trattativa contrattuale perché loro calcolano come se tutti i lavoratori lavorando di più guadagnassero di più. Nella sostanza, tagliano i soldi del contratto nazionale promettendo che azienda per azienda lavorando di più prenderanno di più. E’ tutto finto. Mentono sapendo di mentire.

E comunque hanno un’arma in più, la deroga. Giusto?
Il principio della deroga al contratto nazionale è incostituzionale. Mi vergogno per quei sindacalisti che l’hanno firmato. Sottoscrivere che a livello aziendale e territoriale si possono fare accordi, nel nome dell’occupazione, che non applicano più i minimi salariali, gli orari, i diritti previsti del contratto nazionale, significa distruggere l’essenza stessa del contratto nazionale e cioè che esso vale sempre e comunque e per tutti e tutte. D’altra parte il senso dell’accordo è quello di cambiare la Costituzione del sistema sindacale, dagli enti bilaterali all’arbitrato alla centralizzazione burocratica delle relazioni sindacali si scrive un nuovo modello autoritario. Autoritario anche nella forma, visto che viene concordato escludendo la Cgil e negando il diritto dei lavoratori a decidere.

Questo sembra essere un accordo senz’anima. E se ce l’ha è nera. Almeno nel ’93 c’erano degli obiettivi.
Quest’accordo è solo peggiorativo del ’93. Quello del ’93 andava migliorato. Qui si risolvono in peggio i punti critici. A livello aizendale non si estende di un centimetro quadrato l’area della contrattazione aziendale che resta esattamente quella di prima, ma in più si vincola il salario alla produttività. E’ una vittoria su tutta la linea degli industriali più aggressivi cioè, per essere chiari è un disegno sociale che dice che la crisi la pagano i lavoratori con il loro costo della lavoro e che la competitività si fa tagliando i salari e aumentando lo sfruttamento.

Se si esce dalla crisi si esce dalla porta di servizio?
Questo è l’accordo della complicità. Si punta all’idea che imprese e lavoratori azienda per azienda devono essere complici dimenticando qualsiasi diritto universale. Nella sostanza questo accordo è il proseguimento delle politiche liberiste che stanno fallendo in tutto il mondo. E’ come se alla borsa di New York non fosse successo nulla.

Evidentemente, in Italia le notizie di New York non arrivano…
In Italia è stato possibile per l’arroganza e l’arretratezza del padronato, perché abbiamo al governo una destra che per sua natura nega la crisi e, soprattutto, le sue cause; e perché una parte del sindacato e gran parte dell’opposizione politica sono ancora totalmente subalterni all’ideologia liberista che ci ha portato al disastro.

La politica sembra volersi tenere distante dal merito di questo accordo separato…
Mi ha colpito l’intervista di Veltroni sul Sole 24 ore dove sostiene che per pagare la cassa integrazione ai precari bisogna tagliare i rendimenti delle pensioni. Se il segretario dell’opposizione è più berlscuoniano di Berlusconi è chiaro perché si finisce in questi accordi. L’Italia è un paese dove l’unico conflitto che si vuole impedire ed esorcizzare è quello dei lavoratori contro le imprese; mentre si alimentano tutti gli altri conflitti. Un accordo così ridicolo e pericoloso è possibile solo perché la politica e una parte del sindacato italiano sembrano ancora la succursale di propaganda della Lehman Brothers.

Succederà come con l’Alitalia, per la Cgil ci sarà un secondo tempo?
E’ su questo che sta provando Veltroni. Dio ce ne scampi e liberi. La verità è che la Cgil si è trovata nella posizione di interpretare un ruolo molto più ampio, quello di rispondere a tutta quella parte dell’Italia, che non è solo nel mondo del lavoro, che non crede più alle ricette berlusconiane e che è molto più ampia di quello che appare nelle istituzioni. Proprio per questo la tenuta della Cgil è ciò che può scardinare il disegno liberista. Che può funzionare solo con la complicità di tutti, altrimenti salta. Ripeto, le imprese hanno paura che l’accordo non funzioni e per questo sperano che nel giro di qualche mese la Cgil torni all’ovile sottoscrivendo domani quello che oggi respinge.

Però in Cgil c’è molto dibattito proprio su questo.
E’ chiaro che c’è stata una evoluzione nelle posizioni della Cgil, che è sciocco negare. Così come è sbagliato dimenticare gli errori anche gravi fatti. Insomma, la Cgil è entrata dentro questa trattativa con una linea di prudente concertazione che è stata travolta dai fatti, e che ora la pone di fronte a un bivio. O fare un po’ di chiasso e poi andare a Canossa, oppure costruire una linea di conflitto sociale duratura che facendo saltare l’accordo della complicità apra la via a un diverso modo di affrontare la crisi. E’ chiaro allora che la lotta contro l’accordo è assolutamente parallela a quella contro i licenziamenti, il precariato, la chiusura delle aziende, le privatizzazioni. Su entrambi i fronti, quello del salario e dell’occupazione ci battiamo contro lo stesso disegno liberista di politica economica e sociale.

Questo accordo con la Fp/Cgil che prospettive apre?
Fiom e Funzione pubblica hanno il merito di aver detto basta per primi, credo che un po’ alla volta lo faranno anche altri. Sotto questo aspetto il 13 febbraio va considerato non solo come, giustamente, il primo appuntamento del no all’accordo della complicità, ma anche l’avvio di un processo più ampio di ricostruzione del conflitto e della solidarietà nel mondo del lavoro.