Padoa-Schioppa: «Peggio che nel ’92»

Peggio che nel ’92. Per chiarire quanto disastrosa sia la situazione dei conti pubblici il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, di fronte alle commissioni Bilancio di camera e senato, sceglie un paragone da brivido: «Confermo che la situazione in cui ci troviamo ricorda quella dei primi anni ’90 e per alcuni aspetti è più grave rispetto al ’92».
Padoa-Schioppa parla, e risponde, per oltre quattro ore. Tratteggia un quadro fosco. Perché il deficit corre e rischia di finire fuori controllo: «In pochi mesi le stime sono passate dal 3,8 al 4,1%. Se procederà a questa velocità, per la fine dell’anno lo scostamento sarà superiore alle più pessimistiche previsioni». Perché il debito netto, attualmente intorno a quota 108%, «è destinato a salire anche nel 2006» e perdipiù in uno scenario internazionale che nel prossimo futuro «rischia di essere meno favorevole». E perché anche se «un po’ di ripresa c’è» il livello di crescita del Pil «è ancora non sostenibile», troppo basso, «nettamente al di sotto dell’area dell’euro».
La malattia, dice il ministro, è grave. La cura dovrà dunque essere radicale, col doppio obiettivo di riportare in discesa il rapporto deficit-Pil, sino a rientrare nel 2007 nella regola dettata da Maastricht, e di raggiungere una «stabile crescita del Pil del 2% per anno». Obiettivi da perseguire non con manovre una-tantum: «Se il problema è strutturale, la soluzione deve essere strutturale». La «correzione strutturale» in questione si tradurrà con una manovra bis pesante, «di almeno 1,6 punti percentuali del Pil nel periodo 2006-2007, di cui almeno la metà nel 2006, e di 0,6 punti negli anni successivi».
Anche se il ministro non qantifica nel dettaglio, ce n’è a sufficienza per affermare che la mazzata sarà pesantissima, nell’ordine della decina di miliardi. Nel merito, per ora, il ministro non entra. La risposta alla domanda fondamentale, «su chi si abbatterà la scure», arriverà solo a ridosso del 7 luglio, data fissata per il varo contestuale della manovra-bis e del Dpef. Padoa-Schioppa si limita a ripetere la formula invocata dalla sinistra radicale, bocciando la politica dei due tempi, prima il risanamento, poi la crescita e la redistribuzione, ma non è affatto detto che la magica formuletta sia destinata a tradursi in scelte concrete.
Quanto alla riduzione del cuneo fiscale, argomento affrontato dal ministro in un colloquio con Montezemolo subito prima dell’audizione di fronte alle commissioni, ci sarà di certo, ma non nei primi 100 giorni: «Per la sua complessità non sarà realizzato nei prossimi mesi: molto probabilmente entrerà nella finanziaria».
La replica del centrodestra arriva subito, affidata al predecessore del ministro, Giulio Tremonti. Anche lui parla a lungo, oltre mezz’ora, e svolge una sorta di controrelazione farcita di frecciate ironiche. «Rifiuto le drammatizzazioni – conclude – e non credo che i problemi siano grandi: forse è il governo a essere piccolo». L’ex ministro contesta la composizione della commissione Faini, sui cui dati si fondano le analisi di Padoa-Schioppa, e ancor più i suoi risultati: «L’obiettivo di limitare il rapporto deficit/Pil al 3,8%, come indicato nella trimestrale di cassa, è assolutamente raggiungibile: basta applicare la legislazione vigente».
«Nessuno drammatizza – ribatte il ministro – la fotografia ereditata dal 2005 è molto grave e mettere le lenti rosa non aiuterà a risolvere i problemi». Poi rivolto al predecessore-rivale: «Studierò con la cura che merita la sua controrelazione», E poi, alludendo alla lunghezza della domanda di Tremonti: «Il tempo è denaro. E’ difficile non sforare nella spesa pubblica come è difficile non sofrare nei tempi degli interventi».
Da Berlino si fa sentire anche Prodi. Concorda «totalmente» con Tremonti, ma si dichiara ottimista: «Ce l’ho fatta nel ’96, ce la faremo anche oggi». Come? «Con il controllo della spesa e una severa lotta all’evasione».
Ma il nodo non ancora nemmeno sfiorato è proprio in quella natura degli interventi, e degli obiettivi da colpire, che né il ministro dell’Economia né il premier hanno sinora neppure sfiorato. La sinistra radicale mette le mani avanti. «E’ora che paghi chi non lo ha fatto negli ultimi 25 anni», afferma il ministro del Welfare Ferrero, mentre il sottosegretario allo sviluppo Gianni, anche lui Prc, boccia la manovra-bis e propone invece la strategia basata su una trattativa con la Ue finalizzata a ottenere la stabilizzazione del debito. Sgobio, capogruppo del Pdci, chiede che il maggior peso della manovra ricada sulle fasce avvantaggiate negli anni del governo Berlusconi e non su lavoratori e pensionati. Per Prodi sarà questa la vera prova decisiva.