Padoa Schioppa fuori di testa?

L’espressione popolare «dare i numeri» per significare che qualcuno è uscito di testa ben si attaglia a uno dei titoli usciti ieri sulla stampa italiana a proposito del «costo» delle pensioni. In sintesi: se si osasse abolire lo «scalone» della ‘riforma’ congegnata dall ex ministro berlusconiano Maroni – che dal 2008 porterà bruscamente da 57 a 60 anni l’età in cui un lavoratore potrà godere della pensione «di anzianità» da lavoro (pur se ha accumulato contributi per ben 35 anni)- e non si volesse alzare tale età «pensionabile», nei prossimi vent’anni il «costo a regime» sarebbe i 164,1 miliardi.
Se poi non si rifiutasse anche di aggiornare i «coefficienti di trasformazione» – quelli che, in base all’allungarsi della «speranza di vita» abbassano l’entità delle pensioni per chi è sottoposto al «sistema contributivo», ossia per i giovani e le donne («coefficienti» già previsti dalla legge Dini, e purtroppo scritti nello stesso memorandum col governo firmato anche dai sindacati l’autunno scorso), bene, il costo del mancato «aggiornamento sarebbe di 35 miliardi di euro.
In conclusione, se qualcuno osasse sostenere che per le pensioni non sono queste le priorità, o contestasse l’assunto del costo miliardario, sostenendo che per la previdenza «le risorse ci sono», sarebbe subito tacciato di rovinapaese, reo di affliggere il pubblico bilancio di un prezzo complessivo di «200 miliardi di euro». L’operazione del giornale (Repubblica), che ha lanciato la «bomba», è curiosa: attribuisce infatti a Padoa Schioppa l’allarme sui «200 miliardi», senza mai citare un virgolettato attribuibile al ministro dell’Economia su questo preciso punto, bensì invece interpolando sue dichiarazioni con i «conti sulle pensioni» dedotti dal dossier elaborato dalla Ragioneria dello Stato.
Disinvolta operazione giornalistica? O uso da parte del ministro di un portavoce ‘non autorizzato’, o meglio ‘ufficioso’ ma autorizzatissimo, per far trapelare i suoi intenti senza prendersene direttamente la responsabilità?
Fatto sta che fino a ieri sera non appariva sulle agenzie di stampa alcuna smentita di Padoa Schioppa in merito all’allarme sui «200 miliardi» che gli è stato attribuito. E’ perciò ben comprensibile, in questo caso, la dura reazione del segretario della Cgil Guglielmo Epifani: «Se dietro questo articolo c’è Padoa Schioppa, il ministro è venuto meno a un impegno che anche lui si era assunto» – quello di inziare con chiarezza e trasparenza il confronto ai “tavoli di concertazione” tra governo e «parti sociali». Sbotta infatti Epifani rivolto al governo: «Che ci diano finalmente i numeri, noi li abbiamo chiesti e non ce li vogliono dare».
Con l’occasione, il segretario della Cgil, ribadita l’avversione sia all’aumento dell’età pensionabile che all’abbassamento dei «coefficienti», conferma che chiederà «formalmente» al tavolo col governo un «contributo di solidarietà» prelevato dalle stock options dei grandi manager – «ce ne sono alcune che valgono quanto il guadagno di 35 vite lavorative» – per sostenere il fondo pensioni dei dirigenti, confluito nell’Inps col bagaglio di un miliardo di deficit.
Sarcastici sui conti della Ragioneria dello Stato, il segretario della Cisl Bonanni, e della Uil Luigi Angeletti: «Se i criteri sono gli stessi con cui erano state previste le entrate fiscali del 2006 e l’andamento della spesa pubblica» – entrambe errate – «possiamo tare tranquilli». Mentre il diregente Fiom Cremaschi della Rete 28 aprile Cgil rifa centro su Padoa Schioppa: se quelle sono le sue dichiarazioni, si tratta di «un vero e proprio atto di intimidazione nei confronti del sindacato».
Senza pretendere particolari competenze, si può avanzare una considerazione concreta: a parte che i «conti dell’Inps» non paiono volgere in tragedia, come si giustifica la proiezione su «vent’anni» dei costi delle pensioni da lavoro di «anzianità», quando nessuno più, già nel prossimo futuro, potrà vantare una tale continuità di lavoro da accumulare 35 anni di contributi?