Pace al primo posto. Anche sotto elezioni

Mai così in basso, negli States, la popolarità della guerra proprio mentre la Casa Bianca e il Pentagono festeggiano il terzo compleanno dell’occupazione dell’Iraq con la più massiccia operazione aerea. Due terzi dei nordamericani, infatti, pensano che non solo non sia stato raggiunto l’obiettivo ma che con l’invasione in Iraq sia cresciuto il rischio di guerra civile. Dati, questi, pubblicati ieri dal “Pew Research Center for the People and the Press”, uno dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa.
Numeri “italiani”, verrebbe da dire, visto che da noi la guerra non ha mai fatto breccia se non nell’animo di chi siede tra Palazzo Chigi e Via XX Settembre, sede della Difesa, e che ha lasciato impantanare uomini e mezzi nel pantano iracheno facendo carta straccia della Costituzione.

Nessun sondaggio, nessuna chiamata alle armi (vi ricordate la figuraccia di Ferrara, nel 2001, quando convocò una manifestazione pro Washington in una Piazza del Popolo semivuota?) ha mai incrinato, da queste parti, il senso comune di ripudio della guerra, senza se e senza ma. Nemmeno la cortina di silenzio fatta calare, in campagna elettorale, sui temi della pace e del disarmo.

Benvenuti di nuovo a Roma, stavolta non era scontato, per le iniziative della giornata mondiale contro la guerra che vedrà anche negli Usa almeno 50 manifestazioni e cortei a Londra, Berlino, Atene, Madrid, Istanbul, Caracas, La Paz, in Giappone, Corea e nelle Filippine. Alle nostre latitudini si comincia alle 9.30, a Palazzo Valentini, con il confronto tra soldati che si oppongono alle guerre in corso e familiari di caduti. Potrete ascoltare, tra le altre, la testimonianza di Salvatore Pilloni, padre di un militare ammalato di leucemia per colpa dell’uranio impoverito, dell’israeliano Ory Yossur e del suo fratello palestinese Raed Al-Haddar, del refusnik Yonathan Shapira e del veterano Usa Joseph Wood, di Lou PLammer che ha un familiare in trincea. Alle 14, 30 tutti a Piazza Esedra per muovere poco dopo verso Piazza Navona secondo un percorso classico: via Cavour, Piazza Venezia, Botteghe Oscure. Gli universitari, alla fine, dirotteranno nella vicina Piazza Farnese per un sit in di solidarietà con i loro colleghi francesi in lotta contro la precarizzazione. Gli altri, alle 18, 30, andranno all’Eliseo a sentire giovani musicisti palestinesi cresciuti nei campi profughi.

Non saremo pochi, questo il sentore della vigilia, anche se la politica italiana «ha un ombelico che sembra una voragine», scrive Gigi Sullo, direttore di Carta, a proposito di distinguo, tattiche e mezze adesioni che hanno disturbato la vigilia dell’event pacifista.

Il compitato promotore della giornata – che coincide all’incirca con il gruppo di continuità del Fse – ha respinto ogni tentativo di annacquare o, peggio, di far slittare la manifestazione in omaggio alla tenzone elettorale. L’autonomia del movimento non può essere sacrificata, né strumentalizzata. Ce n’è per tutti: sia per chi si rigioca la carta della criminalizzazione dei movimenti – il governo – sia per chi, marginale ed estraneo, non vede l’ora di sussurrare slogan truci e bruciare bandiere di fronte ai paparazzi (a proposito oggi saranno al lavoro solo crumiri dei giornali di destra visto che il sindacato dei giornalisti ha proclamato un’altra giornata di sciopero contro la precarietà in redazione) e ce n’è anche per chi si nasconde dietro i fumi milanesi per non spiattellare la sua contrarietà a una piattaforma che mette in imbarazzo chi chiama umanitaria la guerra e polizia internazionale gli eserciti occupanti. Vannino Chiti, numero 2 ds, dice anche che la piattaforma è incompleta, perché mancherebbe la condanna esplicita del terrorismo ma non riesce a dissipare il dubbio che, a guardarla dal Botteghino, quella piattaforma sia fin troppo completa.
“La pace al primo posto”, dirà dunque lo striscione d’apertura, “anche se si vota di qui a poco” è il sottotesto sottinteso. Dietro l’ormai consueto viavai di sigle “imprescindibili”: Arci, Attac, Emergency, Libera, Pax Christi, Cobas, Rdb, Beati i costruttori di pace, pezzi di Anpi e di Girotondi, Sincobas, Fiom, Rifondazione comunista, Verdi, Un ponte per, Giovani comunisti, Cgil scuola che ora si chiama Flc. C’è da scommettere che, anche senza vessilli e dirigenti, ci saranno molti elettori e iscritti delle sigle assenti. A cominciare dai ds che si defilarono pure a Genova. Giorgio Mele, Gloria Buffo e Fulvia Bandoli, pezzi da 90 delle sinistre ds, hanno annunciato la loro presenza a titolo personale. «Ma sarebbe importante – spiega Gennaro Migliore, della segreteria nazionale Prc – che anche gli altri ci ripensassero perché il corteo di oggi è diventato ancora più importante dopo le bombe su Samarra». «E’ necessario che tutti i leader dell’Unione riposizionino ai primi posti del dibattito il tema della pace», avverte anche la deputata Prc Elettra Deiana. «Samarra è la Guernica del XXI secolo – dice Alfio Nicotra, responsabile pace a Viale del Policlinico – e rischiamo di diventare la retrovia di una guerra senza quartiere decisa dalla Casa Bianca». E le pressioni dell’Ulivo sui sindacati (la Cgil aderisce solo al dibattito e al concerto) vengono definite «irresponsabili nel prospettare uno scenario equivoco sulla guerra da parte del possibile governo di centrosinistra» dal capogruppo al Senato del Prc, Gigi Malabarba, che solleva il velo sul cambio delle regole di ingaggio per i “nostri” ragazzi a Kabul: «Non se ne parla ma lì le truppe italiane combattono, ossia sono formalmente impegnate in un unico teatro che comprende anche l’Iraq: il ritiro (come domanda la piattaforma del corteo, ndr) non potrà che essere immediato e riguardare l’intero scacchiere». Da dicembre, in Afghanistan, è in corso la Fase 3: «E il governo, bypassando il parlamento, sta per inviare sei caccia Amx, ufficialmente per coprire le operazioni di sradicamento dei papaveri da oppio ma l’Amx ha anche capacità di attacco al suolo – spiega Francesco Martone, senatore Prc – il contingente Nato si sta spostando verso Sud».

Tornando alla vigilia italiana, le agenzie provano, invano, a domandare a Francesco Caruso, candidato no global col Prc, un vaticinio sugli scontri, unico evento che potrebbe far finire i pacifisti su certe prime pagine. Il dibattito politico, però, registra molte prese di posizione. Come quella di Claudio Grassi, leader dell’area dell’Ernesto: «Se il centrodestra esprime già il suo appoggio preventivo ai futuri attacchi all’Iran, l’mpegno dell’Unione deve essere completamente diverso. Per quanto ci riguarda è una ragione costitutiva dell’alleanza». L’Unione, «che non parla di ritiro immediato ma di ritiro dilazionato» è, per Marco Ferrando, di Progetto comunista, «una gabbia da cui bisognerebbe uscire». Come lui, anche Luca Casarini non si meraviglia della defezione della quercia: «La loro assenza – dice – sarà una liberazione per molti che non dovranno assistere a nessuna parata elettorale». I disobbedienti del nordest saranno a Roma solo con una delegazione, gli altri andranno a Gradisca d’Isonzo a presidiare la sede della cooperativa che ha preso in gestione il Cpt. Non mancheranno i verdi del Sole che ride con bandiere arcobaleno e foto di Ghandi, Martin Luther King. E ci saranno anche le insegne del Pdci che prima chiede di revocare o immobilizzare il corteo supponendo sicure infiltrazioni (Diliberto) poi si meraviglia (Venier) per la defezione dei ds.