Ostaggi del petrolio

Il sequestro dei quattro tecnici dell’Agip accende i riflettori di casa nostra sulle remote vicende del Delta del Niger, regione ricca d’oro nero ma priva di ogni altra cosa nel sud-est della Nigeria. Preda fin dall’indipendenza degli appetiti famelici dei governi che si sono succeduti nel paese, terreno di pascolo delle multinazionali del petrolio (fra cui la nostra Agip) l’area rimane da decenni in uno stato di pervicace abbandono. Le variegate offerte di sviluppo e investimenti dei potenti di turno – in ultimo, l’attuale presidente Obasanjo – si sono rivelate per quello che erano, poco più che promesse da marinai. È in questo contesto che è cresciuto il Mend, il gruppo che ha rapito i tecnici e avanzato per la loro liberazione richieste tanto chiare quanto difficilmente esaudibili: non i denari che l’Agip (o qualche emissario del governo locale) avrebbe versato ad ambigui sensali, ma la liberazione di quattro persone originarie della regione. Un sequestro politico, dunque, con precise rivendicazioni politiche.
Oltre la sorte dei tecnici, che sono ostaggio di una guerra più grande di loro, la posta in gioco di questo rapimento sembra essere di più vasta portata. In un mondo assetato di risorse, la lotta del Mend assume una valenza globale: i sequestri, le autobomba, gli attacchi alle installazioni perturbano il mercato del greggio, di cui la Nigeria è l’ottavo produttore mondiale. Ma quella dei ribelli del Delta è una lotta globale anche perché attacca alla radice le politiche neo-coloniali che il mondo occidentale – e, con modalità diverse, l’emergente potenza cinese – persegue ostinatamente nel continente africano. Dalla Nigeria al Ciad, dall’Angola alla Repubblica del Congo, le vecchie e nuove «petrocrazie sub-sahariane» si reggono su un meccanismo di funzionamento che diventa principio guida per le compagnie petrolifere: generose prebende per i governi corrotti e qualche spicciolo in progetti sociali per tenere a bada i giovani più turbolenti. Ma in un pianeta in cui le informazioni circolano a velocità vertiginosa, non è più possibile ammaliare le comunità che siedono su mari di petrolio con specchietti e collanine. Queste rivendicano, a giusto titolo, la loro parte.
Il Mend è un’idea, una sigla in cui si riconoscono gruppi e persone, villaggi e famiglie delle bistrattate comunità del Delta. Il Mend ha seguito. E ha seguito perché pone un problema che è sentito da tutti: quello della distribuzione dei proventi del petrolio. In questo scenario, il governo italiano non può restare a guardare. Deve assumere il ruolo politico cui lo costringe la circostanza di avere tre cittadini prigionieri e proporsi come mediatore per un dialogo che possa smuovere una situazione altrimenti condannata all’impasse: fare pressioni sul presidente Obasanjo perché i problemi sollevati dai rapitori siano in qualche modo affrontati, perché le ricchezze derivanti dal greggio siano ridistribuite, perché si ponga rimedio ai danni ambientali provocati dallo sfruttamento delle riserve petrolifere. E questo non solo per ottenere la liberazione dei tecnici, che tutti auspichiamo avvenga al più presto. Ma anche perché senza un equo modello di sviluppo, non c’è alcun futuro. E perché i mostri creati dalle politiche dissennate di questi anni sono altrimenti destinati a rivoltarsi contro i loro creatori.