Oro nero e oro di carta

Nell’attuale guerra in preparazione contro l’Iraq il petrolio c’entra moltissimo, non soltanto nella sua valenza quantitativa ma anche per la sua connessione con i circuiti finanziari americani. Il rapporto tra petrolio e finanza giocò un ruolo centrale nella guerra del Golfo di undici anni fa. L’indebolimento dell’Iran e dell’Iraq causato dalla guerra tra i due paesi, mefistofelicamente sostenuta da tutto l’occidente, aprì le porte alla possibilità di una diretta presenza militare Usa nella penisola arabica e quindi ad un altrettanto diretto controllo fisico dei giacimenti petroliferi. E’ indicativo e interessante il fatto che appena finita la guerra contro l’Iran nel 1988, l’Arabia saudita e gli staterelli del Golfo Persico iniziarono una manovra di lento strangolamento economico dell’Iraq, indebolito dal conflitto contro il regime `fondamentalista’ di Khomeini, rifutando la richiesta di Baghdad di aumentare il prezzo del petrolio. Fu in questo contesto che il regime iracheno arrivò alla decisione di invadere e annettere il Kuwait dopo aver praticamente ottenuto luce verde dall’ambasciatrice americana a Baghdad. I regimi nazionalisti del terzo mondo benché nati con l’intento di cambiare le condizioni economiche, hanno dato sempre molta più importanza alle alchimie politiche che alla realtà materiale. Allorché il governo iracheno volle sondare la reazione di Washington a un’eventuale invasione del Kuwait gli interessi materiali cozzavano con l’atteggiamento di passiva comprensione assunto dall’ambasciatrice degli Usa.

L’occupazione e l’annessione del Kuwait avrebbe significato la nazionalizzazione, o comunque il controllo, da parte dell’Iraq di una parte cospicua dei flussi finanziari che dalla penisola arabica si riversano sulla piazza di Londra e che da questa – che agisce da spalla al mercato di Wall Street – vengono in gran parte incanalati verso gli Usa. Si tenga ora in mente che sia il controllo diretto della risorsa petrolifera sia i flussi finanziari ad essa collegati hanno costituito un asse portante della politica estera americana che risale alla fondazione stessa dell’Arabia saudita e della società petrolifera Aramco. La disponibilità mostrata dall’ambasciatrice Usa era una trappola in cui far cadere l’Iraq esangue, alfine di estendere la presenza imperialista all’insieme della regione.

Il crollo dell’Unione sovietica nonché la prospettiva di poter diversificare le fonti rispetto ai giacimenti sauditi sollecitò gli appetiti americani verso l’Asia centrale. In tale contesto la presenza militare Usa nel Golfo, il rafforzamento di quella già esistente in Turchia – paese di punta nella espansione americana verso l’Asia centrale e importantissimo per chiudere il cerchio intorno all’Iraq – si combinava benissimo con la strategia militare iniziata da Reagan: fare dell’Oceano indiano una base della proiezione Usa verso l’Urss (Asia centrale) e al tempo stesso di servirsene come dell’anello di congiunzione alla presenza Usa nel Pacifico e a ridosso della Cina.

Non è forse vero che la base di Diego Garcia giocò un ruolo importante nella guerra del Golfo? Ed oggi non è forse la base principale per gli attacchi all’Afghanistan? Scriveva Anthony Sampson, autore di un ottimo libro sulle sette sorelle, sull’Observer dell’11 agosto: “Gli interessi petroliferi occidentali influenzano direttamente le politiche militari e diplomatiche e non è un caso che mentre le compagnie americane gareggiano per accedere al petrolio dell’Asia centrale, gli Usa costruiscono basi militari in tutta la regione”. E sull’Iraq, sempre Sampson osservava: “Se Saddam dovesse venir abbattuto, le società petrolfere occidentali, guidate dalla Exxon, si attendono un molto più rapido accesso a quelle riserve, rendendosi così meno dipendenti dai giacimenti sauditi e dal futuro della famiglia reale saudita”.

Queste politiche imperialistiche ampliano la sfera dollarizzata dell’economia mondiale, tanto attraverso i flussi, denominati in dollari, generati dalle compagnie americane che si impadroniscono dei giacimenti, quanto dalla dollarizzazione delle economie locali e limitrofe. I centri di ricerca della Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, trattano ormai il dollaro come un’attivita avente valore strategico. Compito della politica monetaria è di facilitare il soddisfacimento della crescente domanda mondiale di dollari. Perché cresce la domanda di biglietti verdi? Risponde la Federal Reserve “la domanda estera [di dollari, nda] è influenzata principalmente dalle incertezze politiche ed economiche, associate a certe monete estere che contrastano con l’alto livello di stabilità del dollaro” (“Opportunites and Challenges of the U.S. Dollar as an Increasingly Global Currency: A Federal Reserve Perspective”, Federal Reserve Bulletin, September 2001).

Negli ultimi venti anni almeno, sicuramente dalla grande crisi messicana del 1982, l’instabilità e l’incertezza che sostengono la domanda mondiale di dollari provengono dalle politiche Usa e dal Fondo monetario internazionale. Guerra e instabilità come fattore di domanda di dollari per usare le risorse al fine di mantenere un modello di produzione e consumo non sostenibile continuando a non pagare il deficit estero. Questi sono gli Usa di fronte ai quali si inchinano i nostri politicanti, ulivisti compresi.