«Ormai tutti precari»

Robert Castel, sociologo, è specialista della questione sociale e dei problemi del lavoro. Ha scritto, tra l’altro, Les métamorphoses de la question sociale. Une chonique du salariat (Fayard) e Propriété privée, propriété sociale, propriété de soi (Fayard).
Come spiega la rivolta in corso contro il Cpe, che in effetti non cambia molto alla situazione di precariato attuale? La reazione così determinata è dovuta al fatto che la istituzionalizza, che si tratta di una mossa ideologica?
«Il Cpe arriva in seguito a una presa di coscienza progressiva. A lungo, si è pensato che la crisi fosse più o meno provvisoria. Credo che la reazione sia dovuta al fatto che c’è stata una presa di coscienza sul fatto che la situazione è più grave di quanto non si credesse, che non è solo un brutto momento da passare. Ad aiutare la presa di coscienza c’è stata l’alternanza politica: la gente si è resa conto che l’arrivo dei socialisti in alternanza con la destra non ha fondamentalmente cambiato le cose. C’è stato sì un leggero miglioramento con il governo di Jospin, ma dovuto piuttosto a ragioni economiche, ma la situazione di fondo è rimasta immutata: un 10% circa della popolazione attiva è in una situazione di non impiego. E’ più che della disoccupazione. Difatti, anche la disoccupazione viene pensata come qualcosa in alternanza tra due impieghi. Adesso si è preso coscienza che la gente sarà in permanenza nella precarietà, che il precariato non è più possibile pensarlo come a una forma provvisoria, atipica, che c’è l’impossibilità di ritrovare la piena occupazione, salvo a rinunciare allo statuto del lavoro. La coscienza della sotto-occupazione di massa è più grave della coscienza della disoccupazione di massa. Secondo me, Villepin si è detto: ecco, c’è questa situazione, c’è un problema enorme da cui non si esce a meno di ridefinire la nozione stessa di occupazione. Il Cpe si inserisce in una strategia che si traduce nel tentativo di istituzionalizzare una forma di sotto-occupazione, dei modi di essere impiegati che non hanno tutte le prerogative dell’occupazione nel senso classico della parola nella società salariale, cioè un contratto a durata indeterminata, con l’applicazione del diritto del lavoro, la protezione sociale ecc. Non è una novità, perché sono vent’anni che esistono forme del genere, di occupazione provvisoria a condizioni inferiori a quelle del lavoro classico. Il Cpe si inserisce in questa evoluzione, ma è probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso a livello della presa di coscienza. Villepin è stato maldestro nel presentare il Cpe. Al limite, questa situazione può portare a una società piena di attività, non è una rinuncia al lavoro».

Difatti, la destra stigmatizza chi non lavora, lo accusa di essere un pelandrone, di non adattarsi…

«Sì, a destra soprattutto c’è un discorso sulla necessità del lavoro, c’è una forte spinta per mettere la gente al lavoro, ma al tempo stesso c’è assenza della piena occupazione nel senso tradizionale. Il Cpe è una peripezia che si inserisce in questo contesto».

E’ il modello statunitense, dei working poors, che irrompe da noi?

«In Francia da qualche anno si comincia a parlare di lavoratori poveri. C’è ormai la coscienza che si può essere lavoratori ma con una occupazione che non assicura le condizioni di base per garantire la propria indipendenza».

Quale è l’aspetto politico del momento in Francia ?

«Villepin ha fatto una scommessa – e l’ha persa – ma pensava di essere capace di instaurare una politica adatta a questa nuova situazione: uscire dal non impiego facendo accettare modi di lavorare al di qua del lavoro. Se fosse riuscito sarebbe stato l’uomo poitico che aveva fatto accettare alla Francia le nuove regole del gioco. L’obiettivo era superare Sarkozy e dimostrare che era capace di riformare. Tatticamente non era una scommessa idiota e in un primo tempo sembrava riuscire, perché la reazione è stata lenta, a differenza di quello che era successo con il Cip di Balladur nel ’94, che aveva suscitato una mobilitazione immediata».

C’è una soluzione alternativa? La sinistra sembra a corto di idee anche in questi giorni di lotte.

«Sul piano del mercato del lavoro la situazione è effettivamente grave. Lo sviluppo del capitalismo attuale non è capace di assicurare la piena occupazione, crea ricchezze ma non la piena occupazione, a differenea di quello che ha fatto il capitalismo industriale nel secondo dopoguerra. Allora era stato possibile arrivare a un compromesso, con la protezione sociale, il diritto del lavoro. Ho parlato nei miei lavori delle persone in soprannumero, degli inutili al mondo. Mi sembra che oggi sia purtropo sempre più vero. Si diffonde la consapevolezza che c’è gente che non ha posto sul mercato del lavoro, è in soprannumero, ma al tempo stesso tutti devono essere al lavoro, sono esigenze contraddittorie. La destra dice: il solo modo di uscirne è ridefinire cosa è il lavoro, chiamare occupazione forme di lavoro che sono al di qua del lavoro. La sinistra non ha la risposta: l’unica l’alternativa teoricamente è securizzare i percorsi professionali, che in una situazione di occupazione sempre più mobile, flessibile, le garanzie vengano associate alla persona del lavoratore e non più allo statuto dell’occupazione, come era nel capitalismo industriale, che vengano per così dire rimpatriate sulla persona del lavoratore. E’ applicabile? Come trovare i finanziamenti? Bisognerebbe far pagare i ricchi… ma ora il rapporto di forze è sfavorevole al mondo del lavoro, imporre una redistribuzione di questo tipo è lungi dall’essere evidente».