Ordinaria globalizzazione

A Napoli, una settimana fa: un tema nobile e multiforme, quello del fossato digitale tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione e chi ne è tagliato fuori totalmente, viene azzerato da alcuni stupidi manifestanti mascherati e da molti poliziotti esagitati e mal condotti. Finisce male e si perde, per il momento, la possibilità di fare qualche passo avanti significativo: chi la vede esclusivamente come una questione di tecnologia, di finanza e governi, continuerà per la sua strada. Chi pensa che la tecnologia sia solo dominata dai Bill Gates miliardari, proseguirà imperterrito. Eppure esistono segnali e episodi, spesso ambigui (nel senso che hanno una doppia faccia e che possono prendere diverse strade), che indicano che le cose non sono necessariamente così. Li abbiamo organizzati in un piccolo viaggio, attraverso episodi grandi e piccoli.
Le scarpe Nike (1)
In un campo di profughi Hutu, un bambino desidera moltissimo le calzature dei grandi atleti, quelle con il baffo. Così, con la penna biro, disegna quel simbolo ormai universale sulle sue scarpette da pochi soldi. E’ la dimostrazione più clamorosa di quanto sia potente e pervasivo il simbolico, nel creare desideri, stili di vita, consumi. E il circuito si amplifica se si pensa che la foto di quei piedini Hutu calzati è apparsa sulla rivista Colors del gruppo Benetton, ben noto per le sue campagne meritevoli e politicamente corrette, ma che sono pur sempre (e inevitabilmente) al servizio di quel marchio e della crescita dei suoi mercati. E’ un segno globale anch’esso, come il baffo di Nike, al punto che a chi scrive è capitato di sentirsi chiedere, persino con una certa insistenza, se era interessato a cedere la sua maglietta Colors, in cambio di moneta. La richiesta veniva da una hostess delle linee aeree Thai che, pur essendo tutto sommato benestante, aveva evidentemente una gran voglia di sentirsi occidentale e di tendenza.
Le scarpe Nike (2)
Sul sito Internet della Nike, è possibile ordinare scarpe personalizzate, con una scritta a piacimento. L’operazione corrisponde al desiderio di far salire gli accessi al sito, con una novità interattiva che va nella direzione, oramai teorizzata e praticata, dei consumi di massa personalizzati. Rifiutate naturalmente le scritte oscene o razziste, ma quello che la Nike non prevedeva era la richiesta che le è arrivata dal giovane Jonah Peretti, 27 anni, studente al prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston. Jonah ha ordinato un paio di scarpe modello Zoom XC a 50 dollari, chiedendo che su di esse comparisse la scritta “sweatshop”, che si potrebbe tradurre “azienda sfruttatrice”. Il riferimento era alle condizioni di lavoro dei bimbi che fabbricano Nike in giro per il Terzo Mondo. Ne è seguita un intenso scambio di lettere elettroniche tra la Nike e il richiedente, nel quale l’azienda di abbigliamento sportivo, con fermezza ma crescente imbarazzo, motivava il suo rifiuto-impossibilità a soddisfare quel desiderio di personalizzazione.
Ma siamo nell’epoca dell’Internet, appunto, la cui caratteristica è anche di dare voce a chi non ce l’ha, e di saltare tutti i confini geografici. Così un episodio significativo, ma piccolo, diventa universale. L’intera corrispondenza si trova oggi su di un sito web (http://shey.net/niked.html), e continua a propagarsi, saltando da un mezzo di comunicazione all’altro. Per esempio oggi è finita su queste pagine.
L’Africa Diesel
Dunque il pensiero critico nasce e si sviluppa solo a partire da certe condizioni di benessere, e non già in automatico tra i più poveri e diseredati. Questi ultimi – “ultimi” appunto – non possono in genere permettersi di tutelare l’ambiente (la legna in Africa serve per cucinare, almeno finché le bombole di gas non siano disponibili e accessibili a prezzi adeguati), né hanno, automaticamente, la forza di reagire. Desiderando di vivere meglio, incontrano solo modelli altri di consumo e di cultura. La campagna di un’altra famosa casa di abbigliamento, l’italiana Diesel, enfatizza esattamente questo fenomeno, proponendo un paradossale rovesciamento. Si basa infatti su immagini di giovani neri e su titoli di giornale del tipo: “Le multinazionali del tabacco africane cercano di convincere i poveri d’Europa a fumare di più”. Oppure: “I paesi africani decidono una campagna di aiuti per il dilagare dell’Aids in Europa”. E’ un modo per rammentarci che cosa stiamo facendo (la diffusione di consumi dannosi che creano assuefazione) e che cosa non stiamo facendo (medicinali a prezzi abbordabili per le malattie del continente africano).
Da Seattle all’India
Il mese scorso il più famoso magazzino di vendita attraverso Internet, Amazon.com, ha deciso di risparmiare un po’ di soldi perché, malgrado la molta enfasi profusa sulla New Economy, oggi gli investitori di borsa non si accontentano più di speranze future, ma vogliono vedere degli utili. Tra gli altri provvedimenti ha deciso di licenziare 1300 lavoratori, tra l’altro chiudendo il suo call center di Seattle. Ma poiché i call center sono un elemento essenziale delle vendite per corrispondenza e quel servizio va comunque erogato, le attività dei ragazzi e delle ragazze che rispondono al telefono con voce gentile e ritmi infernali, verranno decentrate in India. Le reti di comunicazione lo consentono: per effetto della concorrenza sono ormai a basso costo e questo è uno degli effetti positivi del mercato globale – non lo si può negare.
L’India è particolarmente adatta perché la conoscenza dell’inglese, retaggio del colonialismo, è ben diffusa; e del resto in America, a differenza che in Inghilterra, tutti sono abituati a sentire le pronunce più strane e più esotiche: basta capirsi ed essere gentili. E gli indiani lo sono. E’ uno di quei fenomenti di decentramento verso paesi terzi che i sindacati americani osteggiano, paventando la perdita di posti lavoro in patria. Anche per questo parteciparono alle manifestazioni di Seattle. Ma è difficile solidarizzare con questi sindacati benestanti, perché l’ansia di profitto di Amazon ha comunque l’effetto positivo di portare lavoro decente e magari persino abbastanza regolato, in paesi che ne hanno un’enorme necessità. Se in Corea del Sud ci sono oggi alcuni tra i sindacati metalmeccanici più forti al mondo è anche per effetto di tali processi di internazionalizzazione; Marx li studiò a suo tempo, e non senza interesse.
Dall’India al Vietnam
Quello dei call center non è un gran lavoro, anche se ad esso si può affidare possibilità di vita e di crescita, almeno agli inizi, ma l’India è anche nota e analizzata da tempo, come nuova potenza del software. Cominciò tutto una quindicina di anni fa, quando l’Internet non era ancora esplosa: grazie a link satellitari tra Asia e America, alcune aziende statunitensi cominciarono a commissionare pezzi di software a piccole imprese indiane, soprattutto nella zona di Bangalore che oggi è un vero distretto industriale informatico. Software a pezzi (singole routine), software in subappalto a un paese che offriva un buon sistema scolastico, la padronanza della lingua anglosassone e una forte tradizione di matematici e fisici. L’esplosione del fenomeno avvenne più tardi, grazie alla rete Internet appunto, ma anche grazie al millennium bug: in occasione del baco del 2000 che minacciava di far saltare la gran parte dei computer del mondo per via di un semplice cambiamento di data, le aziende indiane ricevettero commesse mondiali per rileggere, rivedere, reinterpretare i vecchi programmi gestionali e adattarli al nuovo secolo. Fatturati alle stelle e persino scarsità di mano d’opera.
Ma è una cuccagna che non necessariamente durerà all’infinito, perché altri paesi dell’Asia si preparano ad offrire le stesse prestazioni in subappalto, mettendo sul piatto comparabili competenze tecniche e però, soprattutto, salari ancora più bassi. Quello che in America costa 100, viene comprato a 20 in India e magari sarà offerto a 5 in Vietnam e Cina. Se il vantaggio consiste solo nel differenziale di prezzo della forza lavoro, esso sarà inevitabilmente eroso da, chi avendo più bisogno, offre lo stesso lavoro a minor costo.
Per questo diverse aziende indiane stanno seriamente considerando di arricchire di valore le proprie prestazioni: non più linee di codice a cottimo, ma servizi completi, anche di consulenza sistemistica, da proporre anche ai grandi clienti del primo mondo. La concorrenza è spietata, ma il bisogno aguzza l’ingegno e già alcune grandi aziende occidentali testimoniano di trovarsi benissimo con gli analisti e i consulenti indiani – lo ha raccontato di recente la rivista Business Week.
Il viaggio continua, domenica prossima.