“Ora la priorità è quella di essere uniti come palestinesi”

Cominciamo dal parere del FPLP sull’amministrazione Obama e sul nuovo governo israeliano. Pensa che la nuova amministrazione americana porterà qualche cambiamento al conflitto israelo-palestinese?

Noi non riteniamo che i singoli possano fare molto per la politica di un paese. Credo che Obama non porterà alcun cambiamento sostanziale, almeno per quanto riguarda la politica estera americana. Stiamo parlando di politiche istituzionali e non di quelle dei singoli. Naturalmente, ogni presidente, ogni partito ha un approccio diverso sul modo di attuare la politica estera, e non ci saranno più le folli politiche come quelle portate avanti da Bush, ma Obama non può cambiare il sistema, e le contraddizioni sono all’interno del sistema stesso: il sistema economico capitalista, la visione imperialista che ha portato all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan.

Verso il Medio Oriente e, in particolare, riguardo la causa palestinese, parlano ancora di “processo di pace”, che per noi non significa nulla. Non è un vero processo di pace e credo che la priorità per gli Stati Uniti ora sarà la crisi finanziaria ed i problemi economici all’interno del sistema capitalistico stesso. Pertanto, non siamo ottimisti, Obama non modificherà il sistema e, di conseguenza, per i palestinesi la situazione non cambierà di molto.

Riguardo il governo israeliano? Sembra al momento che non si impegnerà nella soluzione dei due Stati…

Il governo israeliano? Le elezioni dimostrano che il governo israeliano sta andando sempre più verso l’estrema destra. La novità è che Lieberman è riuscito ad ottenere un maggiore consenso ed una poltrona nel governo come ministro degli Esteri. Egli stesso rappresenta apertamente, ora a livello ufficiale, il razzismo, le politiche di pulizia etnica del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Sta aumentando il numero di insediamenti e delle demolizioni di case a Gerusalemme. Quindi, parlare o non parlare con loro? Io appartengo ad un partito che fin dall’inizio va dicendo che questo processo di pace non porterà a nessuna pace o giustizia per i palestinesi. Abbiamo chiesto di interrompere qualsiasi tipo di negoziazione con i governi israeliani, con questo in particolare. Noi non crediamo in un processo di pace sulla base dei colloqui personali, individuali, senza che si applichino autenticamente le risoluzioni internazionali relative alla causa palestinese ed il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Io non parlo solo del diritto di creare uno Stato palestinese pienamente indipendente, ma anche del diritto all’autodeterminazione e del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Non vi è alcuna necessità di discussioni o compromessi su tali diritti fondamentali inalienabili, che dovrebbero realizzarsi soltanto attraverso una conferenza internazionale sulla base del diritto internazionale e delle relative risoluzioni ONU.

Colloqui del Cairo: pensa che una qualche riconciliazione tra Hamas e Fatah sia realistica?

Sono pessimista sulla possibilità di una riunificazione. Non credo che ci siano delle reali trattative tra i due partiti in materia di riunificazione, ma colloqui individuali. Ciascun partito utilizzerà il suo potere per creare i meccanismi al fine di ottenere più potere e dominare l’area che già controlla. Pensiamo che ci debba essere una discussione, senza interferenze esterne e precondizioni, su come dovrebbe essere formato il nuovo governo. Come partiti politici palestinesi, noi abbiamo in comune la condizione di essere sotto un’occupazione: per questo dovremmo rispettarci a vicenda e utilizzare solo strumenti democratici per risolvere i problemi, invece di controllare le cose attraverso l’uso della forza. Abbiamo bisogno di tenere le elezioni, di cambiare la legge elettorale, per dare a tutti i partiti politici la possibilità di partecipare. Dobbiamo porre fine a questo terribile meccanismo per cui il feudo Hamas-Fatah, anche grazie alle interferenze esterne, controlla ogni cosa.

Un numero crescente di critici e dissidenti verso la dirigenza dell’Autorità Palestinese (AP) sta diventando un obiettivo per l’apparato di sicurezza dell’AP in Cisgiordania. Pensa che l’AP stia diventando sempre più autoritaria e le sue forze di sicurezza militarizzate? E cosa pensa del loro coordinamento con gli israeliani?

Questo aspetto è parte dell’accordo della Road Map. Rifiutiamo categoricamente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e israeliane e pensiamo che debba essere immediatamente interrotto. Tutte le forze di sicurezza dovrebbero aiutare i palestinesi nella loro lotta e difendere i diritti dei propri cittadini, invece di collaborare con l’occupante. Questa è una delle questioni ora sul tavolo del dialogo. Siamo contrari a qualsiasi tipo di forze di sicurezza legate ai partiti politici, come è adesso in Cisgiordania e Gaza. Sono molto preoccupata per la violazione dei diritti umani dei palestinesi: sia in Cisgiordania che a Gaza ci sono prigionieri politici, omicidi, chiusure delle istituzioni del partito rivale. A Gaza, Hamas non permette a Fatah di tenere la normale attività politica e, a parti invertite, accade la stessa cosa in Cisgiordania. Le prime vittime di queste politiche sono i diritti umani degli stessi palestinesi.

L’Autorità Palestinese continua a ritenere che i negoziati di pace siano il modo migliore per raggiungere la pace e la giustizia per i palestinesi. Pensa che l’ANP rappresenti gli interessi del popolo palestinese?

Appartengo ad un partito che si è opposto al cosiddetto processo di pace sin dall’inizio. Non siamo d’accordo con il percorso dei negoziati isolati e continui e chiediamo che l’AP ponga fine a questa politica che non porta da nessuna parte. Noi vediamo che Israele usa i negoziati di pace come uno strumento e una copertura per le sue azioni sul terreno, per le costanti aggressioni ed attacchi contro i palestinesi e la loro terra.

C’è la necessità di un’altra forma di rappresentanza per i palestinesi? L’OLP non è forse sorpassato dai tempi?

Non abbiamo bisogno di creare un’altra istituzione. Noi vediamo l’OLP come una rappresentanza politica dei palestinesi dentro e fuori la Palestina ed il simbolo della loro lotta. L’ANP non rappresenta tutti i palestinesi, la maggior parte dei quali sono i rifugiati all’estero, dovrebbe solo essere un’istituzione che aiuta i superstiti palestinesi sotto occupazione. Quindi, abbiamo bisogno di una rappresentanza politica: ritengo che si debba salvare l’OLP riformandolo. Prima di tutto una politica di revisione è necessaria: dobbiamo imparare dalla lezione del passato e fermare la politica dei negoziati e degli accordi di pace vani. In secondo luogo, ci deve essere una riforma democratica all’interno della stessa OLP. Elezioni per un Consiglio Nazionale Palestinese [il parlamento dell’OLP, NdT] dovrebbero essere tenute in modo da dare a tutto il popolo palestinese la possibilità di essere adeguatamente rappresentato. Da queste elezioni saranno creati un Comitato Centrale e un Comitato Esecutivo.

Vede, un altro aspetto del conflitto tra Hamas e Fatah è la questione della rappresentanza: Fatah non vuole che Hamas entri nell’OLP al fine di mantenerne l’egemonia. Al contrario, Hamas vuole avere una forma alternativa di rappresentanza, perché ha vinto le elezioni. Noi vediamo nell’OLP la casa di tutti i palestinesi e uno strumento di rappresentanza nella lotta per l’autodeterminazione.

Parliamo della sinistra palestinese. Può una sinistra divisa rappresentare una terza via realistica tra Hamas e Fatah?

Le critiche alla frammentazione dei partiti di sinistra sono giuste: essa è fonte di grande debolezza. Noi riteniamo che la sinistra debba essere unificata. Non sto parlando di un nuovo partito o di una immediata riunificazione, ma di una coalizione di tutti i gruppi di sinistra e progressisti, delle organizzazioni di base e dei singoli intorno ad una piattaforma politica minima. Questo potrebbe essere il primo passo di un processo che conduca verso una sinistra unitaria. In caso contrario questa situazione, in cui Hamas e Fatah controllano tutto, ci accompagnerà per lungo tempo. Solo se i partiti palestinesi di sinistra e democratici, insieme con le singole persone, si unificano in una coalizione, la sinistra può rappresentare una terza via. Stiamo lavorando su questo. In alcuni consigli studenteschi si sono già tenute già tenute elezioni unitarie, i movimenti femminili di sinistra stanno discutendo un documento per formare una coalizione …

Quali sono gli ostacoli concreti all’unificazione della sinistra?

I principali ostacoli sono di carattere politico. Per esempio abbiamo opinioni diverse sul processo di pace: alcuni partiti sono d’accordo con gli accordi di Oslo, la Road Map, ecc. Tuttavia, come ho detto prima, questo non deve impedirci di trovare un accordo su una agenda politica minima.

Mi sembra che i gruppi di sinistra in generale, e il FPLP, siano di fronte ad una crisi di consenso nella società palestinese: Perché? Dove è andata la sinistra? Cosa state facendo per essere più presenti e visibili nella società civile palestinese (organizzazioni non governative, organizzazioni di base, movimenti popolari)?

Questa è la sfida: nessun partito politico di sinistra può fare molto da solo. Ora i gruppi di sinistra si trovano ad affrontare una situazione difficile: non abbiamo potere, né denaro, né sostegno internazionale. Anche nel mondo arabo, i gruppi islamici fanno la parte del leone. Ci troviamo di fronte a problemi interni, come quello economico. Siamo partiti poveri e, se si vogliono aumentare i programmi sociali, si ha bisogno dei soldi per farlo. Come si può competere con Hamas, che ha infrastrutture e fondi in gran quantità? La gente non vuole solo parole, ma azioni sul piano sociale.

Abbiamo anche bisogno di poter contare sull’aspetto volontario. Qui si pone la domanda: come incoraggiare il volontarismo quando si devono affrontare così tanti ostacoli geografici? A livello internazionale, soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbiamo perduto il sostegno, la copertura, e qualsiasi tipo di protezione. Ci sentiamo vulnerabili: se si dice di essere un membro del FPLP, si finisce in carcere il giorno stesso. Ma la sua critica è giusta, dobbiamo rivedere la nostra politica, tornare nei movimenti di base, essere più presenti…

… come nella resistenza popolare nonviolenta contro il Muro…

Abbiamo già condiviso le attività a Bil’in, Ni’lin, al-Ma’sara, siamo dentro questi comitati popolari.

Avete rapporti con il movimento israeliano e internazionale contro l’occupazione?

Noi pensiamo che la nostra lotta nazionale abbia bisogno del sostegno attivo del movimento di solidarietà internazionale. Per quanto riguarda i movimenti israeliani, noi chiediamo a loro il pieno riconoscimento dei diritti palestinesi…

Non crede che sia giunto il momento per il FPLP di indirizzare maggiori energie alle lotte di base e popolari, e di attribuire meno importanza al confronto militare?

Il FPLP crede in tutti i tipi di resistenza e, naturalmente, la principale è la resistenza popolare (il boicottaggio delle merci, il boicottaggio accademico e culturale, le manifestazioni pacifiche contro il muro e gli insediamenti). Nessun partito sostiene solo la resistenza militare. La lotta armata può essere condivisa solo da singoli individui, e si modifica a seconda della situazione, ma la lotta popolare è la parte più grande e ad essa può unirsi moltissima gente. Non critichiamo in linea di principio la resistenza armata, perché siamo di fronte ad una occupazione per niente benevola, bensì ad un’occupazione militare. Concordo sul fatto che si dovrebbe aumentare la nostra resistenza popolare contro il muro, gli insediamenti, ecc. C’è un collegamento tra i due tipi di resistenza.

Forse non è il momento giusto per una terza Intifada, anche vedendo che la reazione in Cisgiordania durante l’attacco israeliano su Gaza non è stata così forte come ci si sarebbe potuto aspettare…

La reazione non è stata forte a causa del ruolo svolto dalle forze di sicurezza palestinesi e perché, e questo è il motivo principale, siamo divisi a livello nazionale. Vede, l’Intifada ha bisogno di leader, ma non abbiamo leader. Ha bisogno di essere unitaria, ma non c’è la minima unità. Penso che il momento per una terza Intifada verrà, il popolo non aspetterà il peggioramento senza fine dell’occupazione, ma ora la priorità è quella di essere uniti come palestinesi.

Il FPLP è un partito laico e marxista ma avete posizioni politiche molto più vicine ad un partito religioso come Hamas piuttosto che agli altri partiti laici. Come spiega questa contraddizione?

Non credo che politicamente siamo così vicini ad Hamas. Ad esempio, critichiamo il suo approccio politico e la sua convinzione su un cessate il fuoco a lungo termine come modo per porre fine all’occupazione. Ci sono delle similitudini, naturalmente: siamo entrambi contro gli accordi di Oslo, la Road Map, la trappola dei negoziati di pace. E come per altri movimenti rivoluzionari, per esempio in America Latina, possono esserci in alcuni momenti storici alcuni tipi di rapporti tra marxismo e religione. Dobbiamo definire la fase in cui ci troviamo per stabilire le priorità: come palestinesi, ci troviamo di fronte ad una lotta nazionale e democratica. Si deve guardare all’agenda politica in relazione all’occupazione: ora la nostra lotta nazionale unitaria deve essere la priorità, altre volte le questioni sociali e democratiche saranno in cima all’agenda politica. Prima di tutto, penso che si debba lavorare per creare un fronte nazionale unitario tra tutti i partiti per far cessare immediatamente l’occupazione.

* Khalida Jarrar è membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e del Consiglio Legislativo Palestinese [parlamento dell’ANP, NdT]

** da AIC – www.alternativenews.org/english/1921-an-interview-with-khalida-jarrar-of-the-popular-front-for-the-liberation-of-palestine-pflp.html
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare