Ora la Cosa rossa si scopre a sinistra

Doveva essere l’S day, ovvero il giorno della nascita della Cosa rossa («la Sinistra» dicevano i più entusiasti); sta diventando invece il giorno – non l’unico, in verità – della sua spaccatura. Doveva essere, almeno per i promotori, l’occasione per dire «uno spostamento a sinistra è possibile» ed è diventato, anche se i promotori (ma non i partecipanti) lo negano, un’occasione d’attacco ai sindacati prima ancora che al governo. Ma una cosa ormai è certa: dopo le primarie del Pd e la consultazione dei lavoratori, Rifondazione, il 20 ottobre, è alla prova del primum vivere. E non è un caso che la macchina del partito sia al lavoro a ritmi febbrili: pullman da ogni dove, una nave dalla Sardegna, manifesti, volantini, un sito ad hoc e due quotidiani che dall’estate martellano sull’iniziativa (il manifesto e Liberazione). Dicono dall’organizzazione di Rifondazione: «Sono mobilitati tutti i nostri 2.500 circoli e abbiamo anche chiesto a Trenitalia di aggiungere altri vagoni. Va che è una meraviglia».
Ma questa volta, per Giordano&Co, la coperta potrebbe essere corta. Non solo Sd e Verdi non sfileranno, ma le nutrite minoranze del suo partito mostrano una certa insofferenza sulla Cosa rossa e sul governo e preparano la resa dei conti. Il punto di saturazione una parte non piccola di Rifondazione lo ha raggiunto quando il segretario ha lanciato l’idea di un tesseramento di tutte le forze della sinistra-sinistra (fredde, a loro volta, sull’idea). E mentre i promotori sono alla ricerca di slogan che attutiscano (quanto basta) la linea critica verso il governo, da «Siamo tutti un programma» – come è scritto sui manifesti – a «Laviamo i vetri al governo» – come ha scritto Sansonetti -, i partecipanti usano meno perifrasi, sia verso l’esecutivo sia verso i sindacati. E la piazza, a oggi, si preannuncia più di lotta che di governo.
Giorgio Cremaschi, ad esempio, spiega: «Per dirla con Moretti, mi sono chiesto: fa più male al governo se vado o non vado? E ho deciso di andare. Il 20 rappresenta infatti il primo passaggio della costruzione sociale del no al Protocollo. In piazza ci sarà chi è contro questo governo e vuole organizzare un progetto alternativo, nel sindacato e nella politica, a partire da quel milione di no». Il leader dei Cobas Piero Bernocchi invece non ci sarà: «La piattaforma della manifestazione è insulsa sia sui temi del welfare sia sulla guerra. La verità è che è fallita l’idea di Bertinotti di spostare a sinistra il governo sulla base dei movimenti e ora il Prc tenta di fare la spalla politica della Fiom».
Ma è soprattutto dentro Rifondazione il cuore del terremoto (che verrà). Fosco Giannini dell’area dell’Ernesto annuncia battaglia su tutta la linea: «Il 20 sarà una manifestazione di popolo volta a cambiare radicalmente l’accordo del 23 luglio e una giornata di lotta contro la deriva liberista di Prodi e le sue politiche. Basti pensare che in Finanziaria nell’articolo 22 comma 2 sono stati previsti 140 milioni di euro in più sulle missioni militari. E un modo per chiedere il rifinanziamento ma nessuno ne parla». E la Cosa rossa? «La proposta di tesseramento comune è la pietra tombale sulla nostra storia. Daremo battaglia anche perché i segnali della liquidazione di Rifondazione già si vedono nelle politiche antipopolari sul welfare e in quelle subordinate ai voleri di guerra americani».
Salvatore Cannavo, dell’area Sinistra critica (peso congressuale: circa 6 per cento), è in disaccordo totale con Giordano. «Rifondazione è ormai una scatola vuota. Il 20 non ci sarò perché non serve tentare una pressione da sinistra a un governo che ha chiuso il suo ciclo e ha deluso le aspettative. La Finanziaria risarcisce i padroni e dà ai poveretti 150 euro l’anno, sull’Afghanistan siamo stati presi in giro e il protocollo in alcuni aspetti peggiora la Maroni. Io e Turigliatto voteremo contro anche se pongono la fiducia».
In attesa del congresso, dunque, una parte di Rifondazione vuole marcare più nettamente il profilo antagonista. E affila le armi. Uno
stop a Giordano arriva anche da Claudio Grassi dell’area Essere comunisti (peso congressuale: 20 per cento circa) che, pur sostenendolo nel partito, non ha affatto gradito l’idea del tesseramento comune: «Ormai si va avanti a chi la spara più grossa. Giordano promuove gli stati generali ma non si sa né dove né quando si faranno, Diliberto propone invece di unire le segreterie. Giordano parla di tesseramento comune. Io vedo che sia al consiglio dei ministri sia in piazza Mussi è da una parte e noi dall’altra. Non ci sono le condizioni per un unico partito». E sul 20, anche in questo caso, l’obiettivo è cambiare il protocollo. Aggiunge Grassi: «Se ci sarà la nostra gente, il 20 useremo quella forza per chiedere modifiche sia sul welfare che sulla politica estera».