Ora il vero problema è svincolarsi

Dopo la manovra correttiva ad alta efficacia mediatica (positiva, ma non priva di incongruità), al Governo, con il Dpef, si ripresenta il compito di fronteggiare una situazione economico-sociale obiettivamente complicata. L’impostazione di perseguire contestualmente la crescita, il risanamento del bilancio pubblico e il riequilibrio sociale è condivisibile; ed è opportuno il richiamo alle carenze non congiunturali del nostro sistema produttivo legate alla maturità della sua specializzazione settoriale e alla loro scarsa propensione all’innovazione. Tuttavia lascia perplessi che a fronte di obiettivi di natura strutturale si enfatizzi più del necessario il vincolo del bilancio pubblico che rimane pur sempre uno strumento e non un obiettivo della politica economica. D’altra parte, imporsi di portare il rapporto Deficit/Pil sotto la soglia del 3% già nel 2007 produce l’effetto di frenare il tasso di crescita dello 0,3% e i consumi delle famiglie dello 0,5% rispetto all’andamento tendenziale. Contraddittoria con l’esigenza d’innovare il nostro sistema produttivo è anche la riproposizione di ridurre il costo del lavoro, una politica più funzionale alla competitività di prezzo auspicata dai settori arretrati. L’obiettivo di ridurre il cuneo fiscale si presta a qualche confusione anche riguardo a chi potrà avvantaggiarsi della sua redistribuzione. Con gli equilibri di forza contrattuali dati, un aumento delle buste paga sarebbe presto riassorbito dalla dinamica dei salari di fatto. Inoltre la fiscalizzazione del cuneo fiscale implica un aggravio di bilancio da finanziare o con maggiori entrate o con minori spese; in entrambi i casi è forte il rischio che il reddito da lavoro dipendente ne sia penalizzato. Rimane poi che impiegare risorse pubbliche per ridurre il costo del lavoro pregiudica le già scarse possibilità di finanziare politiche di sostegno all’innovazione e alla spesa sociale.
In campo previdenziale, una misura già annunciata è l’abolizione dello “scalone”, ma solo per diluirne l’entità e anticiparne l’applicazione in misura graduale. In realtà è una misura che, specialmente se diluita, non avrà un grande impatto sul bilancio, ma è contraddittoria rispetto ad altri obiettivi. Ritardare il pensionamento nel lungo periodo potrà anche compensare l’aumento della vita media e dell’invecchiamento della popolazione; ma nelle condizioni attuali di elevata disoccupazione si avrà l’effetto di aumentare la disoccupazione giovanile, di contenere il rinnovamento e la produttività della popolazione occupata e di aumentare il costo del lavoro per unità di prodotto. D’altra parte per i dipendenti pubblici, verificati i guasti del blocco del turn-over, si vuole favorire le uscite e non certo ritardarle.
Dopo le riforme degli anni ’90, la copertura pensionistica sarà inadeguata anche per i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, mentre sarà del tutto insufficiente per le nuove figure di lavoratori parasubordinati. Il necessario miglioramento delle prestazioni deve però tener conto del bilancio pubblico. Sono compiti non convenientemente perseguibili con un’elevata crescita della previdenza privata la quale non solo aumenterebbe l’instabilità e i costi di gestione della copertura pensionistica, ma determinerebbe un ingente trasferimento di risparmio previdenziale all’estero, poiché già adesso i fondi pensione riescono ad investire in azioni italiane solo l’1,7% dei contributi che incassano.
Si dovrebbe invece riconoscere ai lavoratori anche la facoltà (attualmente negata) di aumentare la contribuzione al più affidabile sistema pubblico; impiegando anche il Tfr che, dunque, non dovrebbe essere utilizzabile solo per i fondi pensione. Con 5 punti di contribuzione aggiuntiva si recupererebbe buona parte della copertura persa con il passaggio al contributivo, ma si avrebbe anche il rilevante effetto di migliorare il bilancio pubblico per circa un punto di Pil, generando risorse per l’innovazione.