Oppressi in nome della libertà

Viene in mente il piccolo villaggio di cui parlava Stephen King trent’anni fa in Salem’s Lot, i cui abitanti di giorno si mostravano – seppure non senza ambiguità di superficie visibili a uno sguardo attento – alla stregua di cortesi e urbane persone, pronte però ad assumere, di notte, le fattezze di terribili vampiri. Oppure, come fa Domenico Losurdo nella sua Controstoria del liberalismo, si può citare la felice e affascinante espressione di Hegel: «Ciò che è noto, proprio perché è noto, non è conosciuto. Nel processo della conoscenza, il modo comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e di accettarlo come tale». A leggere l’ultimo libro di Losurdo, di cui in questi giorni esce per Laterza la seconda edizione a pochi mesi dalla prima (pp. 376, euro 24), gli autori liberali e la storia del liberalismo in genere appaiono infatti come un qualcosa di noto che, proprio per questo, non è conosciuto. Almeno non integralmente. E questo perché il liberalismo diurno, per proseguire nella metafora, è pressoché imperante in tutti i manuali di storia della filosofia e nelle ricostruzioni della teoria che sono state avanzate. Limitazione dell’attività governativa, equilibrio dei poteri, difesa della dimensione individuale, tolleranza e rispetto delle diversità e dei diritti dell’uomo appaiono come i vestiti buoni del dì di festa degli autori liberali, così che il liberalismo in genere ha finito per diventare quella teoria che ha reso possibile la superiorità della civiltà occidentale, incaricata di diffondere nel mondo i medesimi valori. Agiografia imperante Con un profondo lavoro di scavo sui testi più o meno noti del liberalismo, facilitato dalla decennale confidenza con l’argomento, Losurdo decostruisce l’«agiografia» imperante sul liberalismo, evidenziandone aporie e contraddizioni sia sul piano teorico che su quello storico. Ecco allora che John Locke, di giorno padre della libertà individuale e della limitazione del potere governativo contro ogni forma di assolutismo, nella notte illuminata da Losurdo diviene l’autore (fra l’altro proprietario di schiavi) che, partecipando alla redazione della costituzione della Carolina, teorizza che «ogni uomo libero» di tale stato deve avere «assoluto potere e autorità sui suoi schiavi negri, negri, qualunque sia la loro opinione o religione », mentre nella sua Inghilterra propone che mendicanti e poveri siano marchiati con un «distintivo obbligatorio» che ne renda immediata l’individuazione e la ghettizzazione. Ancora più sorprendente il caso del filosofo scozzese David Hume, il quale, pur impregnato di ideali illuministi e individualisti e quindi fermamente critico dell’istituto della schiavitù, non si esime tuttavia dall’affermare che le «nazioni europee» costituiscono quella parte del globo che nutre sentimenti di libertà, onore, equità e valore superiori al resto dell’umanità, tanto che c’è motivo di credere che «i neri sono per natura inferiori ai bianchi », in quanto privi di ogni barlume di ingegno. Evidentemente, i neri e i non europei in genere non erano rubricabili sotto la categoria di «individuo» così celebrata dalla teoria liberale. Persino i tanto declamati padri degli Stati Uniti vengono smascherati da Losurdo nei loro proclami più «illiberali»: è il caso di Washington, il quale, se nei discorsi ufficiali (riferendosi ai «pellerossa») dichiarava di voler apportare le benedizioni della civiltà e la felicità a una «razza non illuminata», nella corrispondenza privata si esprime nei loro confronti parlando di «bestie selvagge della foresta». Bestie selvagge che, rincara la dose Franklin (evidentemente poco propenso ad assumersi le responsabilità dirette), rientra tra i «disegni della Provvidenza estirpare per fare spazio ai coltivatori della terra». Il caso di John Stuart Mill, liberale con sfumature fortemente di sinistra, è evocativo della realtà odierna. Questi, magnifico assertore della libertà degli individui e primo filosofo a denunciare l’ingiusta sudditanza delle donne, non esita a giustificare il «dispotismo» dell’ Occidente sulle «razze» ancora «minorenni», tenute a osservare un’«obbedienza assoluta» in modo da essere avviate sulla strada del progresso e della civiltà. È così che il libro di Losurdo solleva un grande problema: quale valore si può attribuire a delle idee politiche (nella fattispecie quelle liberali) che non trovano realizzazione nella realtà concreta, che da un lato teorizzano una serie di libertà degli individui e dall’altro convivono serenamente con patenti «clausole di esclusione» e contraddizioni? I pellirossa di Dublino Nel fare ciò l’autore alterna in maniera sincrona l’analisi delle principali idee liberali con la ricostruzione storica del contesto in cui esse sono state partorite e discusse. In tal senso il libro fonde efficacemente analisi critica e ricostruzione dei fatti, almeno dal 1600 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. L’evoluzione dei grandi paesi liberali (Usa e Gran Bretagna), porta così allo scoperto eventi e significati troppo spesso rimossi e Losurdo realizza una vera e propria «controstoria» quando rivela che la «gloriosa rivoluzione inglese» fu condotta sulla scorta delle tragedie e dei soprusi imposti agli irlandesi (i «pellerossa inglesi »), ottenendo come primo risultato di togliere alla Spagna l’asiento (il monopolio della tratta degli schiavi neri verso l’America). Oppure quando ricostruisce con precisione il genocidio degli indiani, la feroce schiavizzazione dei neri e persino l’esportazione della schiavitù (nel 1848 l’America strappò il Texas al Messico e vi istituì per legge la schiavitù, già abolita dai messicani molto tempo addietro) su cui sono stati costruiti gli Usa. La tesi più forte a cui perviene Losurdo è quella del «parto gemellare» del pensiero liberale e della schiavitù, schiavitù che raggiunge il suo apice proprio nel momento di massima evoluzione del liberalismo classico. A leggere questa «controstoria» dell’Occidente si apprendono molte cose utili anche per i giorni nostri e, forse, si può trovare qualche spunto utile per dare risposta alla domanda sempre più diffusa sul «perché ci odiano tanto?».