Operazione sperpero

L’operazione Antica Babilonia pesa come un macigno nelle tasche dei contribuenti italiani. Un fiume di denaro che è servito a mantenere per tre anni e mezzo in zona di guerra un contingente di 3.200 soldati con tremila mezzi al seguito. Una somma pari a quella stanziata da tutta la Finanziaria 2007 per i nuovi armamenti o al buco che sta portando Trenitalia sull’orlo del fallimento. E che solo in minima parte è stata utilizzata per distribuire aiuti e creare condizioni di normalità in un Paese che, con più di 655.000 vittime, ha già perso il 2,5 per cento della popolazione.

Se “esportare la democrazia” in Iraq costa agli americani qualcosa come 380.000 dollari al minuto, gli italiani hanno bruciato un miliardo e 700 milioni di euro in 42 mesi di missione (poco meno di 3.300 miliardi di vecchie lire). Cioè, un milione e 350.000 euro al giorno. A fronte di appena 20 milioni di euro, utilizzati per portare a termine 330 progetti di aiuto. Poco più dell’uno per cento del costo dell’intera operazione militare, destinato a ricostruire le infrastrutture distrutte durante la guerra, recuperare risorse idriche, reti fognarie, strade, ponti, scuole, a garantire una parvenza di assistenza sanitaria (in tre anni e mezzo sono stati curati trentamila iracheni, mille i ricoveri) e anche a rimettere in piedi il museo “virtuale” di Baghdad (800.000 euro).

Una goccia nel mare dei bisogni primari di un Paese devastato. Con l’aggiunta di una cifra impossibile da contabilizzare alla voce Intelligence. Che secondo alcuni è servita in gran parte a pagare i riscatti per la liberazione degli ostaggi italiani. Se per il giornalista Enzo Baldoni non si fece in tempo a portare a termine alcuna trattativa, il Sismi e il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli sarebbero riusciti, a suon di milioni di euro, a riportare a casa Simona Pari e Simona Torretta, come pure la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Un rapporto del Ros dei Carabinieri, consegnato alla Procura di Roma, documenta il comportamento tenuto da Palazzo Chigi in quelle ore difficili e le «somme ingenti» versate ai rapitori per il rilascio degli ostaggi. In una intercettazione telefonica si accenna pure alle cifre sborsate. «Se per la libertà delle due ragazze (Pari e Torretta, ndr) sono stati pagati cinque milioni, come fate a chiederne dieci per una donna soltanto?», protesta un collaboratore di Scelli riferendosi all’operatrice umanitaria inglese Margaret Hassan, rapita a Baghdad il 19 ottobre 2004. E in un’altra nota si dice anche che il rilascio di Giuliana Sgrena venne pagato «non meno di quanto sborsato per la liberazione delle due Simone». Altri quindici milioni di euro da aggiungere al costo della missione?

In Iraq sono passati circa trentamila militari italiani. Uomini di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri con funzioni di polizia. E, nella prima fase della missione, anche specialisti del Nas, il Nucleo antisofisticazione, fino ad allora esperti solo in analisi di laboratorio. Tutti hanno ricevuto un’indennità giornaliera che oscilla tra 141 e 174 euro, a seconda del grado. Portando a casa, in media, tra 4.000 e 5.000 euro al mese, contro una paga media di 1.300-1.500 euro.

Un anno dopo l’inizio della missione, il Parlamento italiano ha stanziato i fondi anche per il Cimic, la cooperazione civile e militare in situazioni di conflitto. Quattro milioni di euro, di cui 510.000 utilizzati per medicinali e attrezzature sanitarie, compresi i sieri antiveleni, cinquantamila per le attrezzature sportive destinate alle palestre, più di due milioni e mezzo per costruire scuole, 160.000 per dotarle di cancelleria e altri centomila per arredarle.

Una bolletta salata a cui il contribuente ha concorso anche con una quota consistente dell’8 per mille destinata allo Stato per gli interventi umanitari e la conservazione dei beni culturali (80 dei 100 milioni di euro devoluti solo nel 2004). Una scoperta che ha creato non poco imbarazzo al governo Berlusconi, visto che la missione Antica Babilonia non è stata né decisa in Parlamento e tanto meno condivisa dai cittadini. Che, anzi, si sono opposti a quella che hanno sempre considerato la partecipazione a una guerra e non un’operazione di peace-keeping.

Ma l’ultimo esborso di denaro pubblico è stato deciso appena quattro mesi fa. Da destinare soprattuto al rimpatrio delle truppe. Ma anche – dice il provvedimento legislativo – agli «interventi umanitari, di stabilizzazione, di ricostruzione e di cooperazione». Tra le voci di bilancio, dunque, 130 milioni di euro sono stati stanziati per il rientro dei soldati. E 33 milioni sono andati alla missione umanitaria. Anche qui, il rapporto tra spese militari e aiuti umanitari è sbilanciato a favore della prima voce.

Si riuscirà a recuperare, almeno in parte, questa valanga di denaro? Se i militari hanno abbandonato il suolo iracheno, non lo stanno facendo i civili impegnati nella ricostruzione. E le nostre imprese hanno già cominciato a fare affari con l’instabile governo iracheno. Come ad esempio la Fincantieri, che si è aggiudicata la costruzione di quattro pattugliatori per la Marina militare che saranno consegnati nella prima metà del 2009. Un affare da 80 milioni di euro, concluso nel 2004 «grazie alla proficua collaborazione dei ministeri italiani della Difesa e degli Affari esteri, attraverso l’ambasciata di Baghdad», come ha precisato la stessa Fincantieri.

Ma la partita più grossa si chiama Nassiriya, dove erano stati mandati i nostri soldati per la “missione di pace”. Nel sottosuolo della città, a 375 chilometri dalla capitale irachena, c’è un immenso giacimento di petrolio, uno dei più grandi del mondo, che renderebbe l’Iraq il secondo Paese produttore dopo l’Arabia Saudita: 15 miliardi di tonnellate, con riserve che superano i 200 miliardi di barili.

Proprio in queste settimane in Iraq si sta scrivendo la nuova legge per lo sfruttamento del petrolio, che prevede che le compagnie straniere che scopriranno nuovi giacimenti potranno sfruttarli in Production Sharing Agreement, cioè contratti che garantirebbero alle società estere anomali tassi di ritorno dell’investimento, tra il 42 e il 162 per cento. Ad esempio, con questo genere di contratto, la Società italiana – che per il 32 per cento è di proprietà dello Stato – potrebbe ottenere sei miliardi di dollari di maggior guadagno. Oltre allo sfruttamento del giacimento petrolifero.

Se si tiene conto del consumo italiano di petrolio (1,9 milioni di barili al giorno), la capienza del giacimento (tre miliardi di barili sono sufficienti a coprire il fabbisogno per quattro-cinque anni), il costo finale del barile (dieci dollari), e il prezzo a cui viene rivenduto sul mercato (circa 50 dollari), ecco forse che la missione in Iraq potrebbe trovare una sua giustificazione. Banalmente (o biecamente, secondo qualcuno) economica: in cinque anni di sfruttamento, il guadagno per l’Eni sarebbe pari a 120 miliardi di dollari. Contro il miliardo e settecento milioni di euro spesi per Antica Babilonia. Non male. Ammesso che uno faccia finta di dimenticare che, conto salato a parte, questa missione è costata soprattutto la pelle a 39 cittadini italiani.