Operai in pentola a pressione

Omegna, la Lagostina in vendita completa la crisi dei prodoti casalinghi. A colloquio con gli operai metalmeccanici sul lago d’Orta, nel cuore della filiera della pentola dove uno degli ultimi marchi italiani, la Lagostina, sta per prendere il volo. In pole position la francese Groupe Seb

Sono le undici del mattino, un paio di operai infreddoliti stanno slegando lo striscione affisso davanti alla fabbrica. Il sindacalista ringrazia gli intervenuti; senza megafono parla a voce alta: «Chiudiamo il presidio, bene o male abbiamo richiamato l’attenzione sul fatto che la vertenza Lagostina è aperta e che serve la solidarietà della città con i lavoratori. Il nostro obiettivo è molto semplice: vogliamo che la fabbrica resti in questo territorio e che ci sia ancora lavoro per tutti noi. Non la faccio lunga, ringrazio davvero tutti quelli che sono presenti, ci vediamo tra un po’ di giorni per le prossime iniziative». Applausi. Le duecento persone che hanno occupato la strada provinciale si allontanano poco alla volta. Le automobili riprendono a circolare.

Arrivano i francesi

La Lagostina di Omegna, nota ditta di prodotti casalinghi – della pentola a pressione in particolare – dopo oltre cento anni di attività è praticamente in vendita. La direzione ha inviato un documento ai lavoratori sostenendo che per affrontare la crisi del settore è opportuno l’ingresso «nell’azionariato societario, anche in termini di maggioranza, di un partner industriale forte». Traducendo in termini comprensibili: cessione del pacchetto di maggioranza, consegna della leadership aziendale a qualche multinazionale e probabili licenziamenti. Ad acquistare sarebbero i francesi del Groupe Seb, leader mondiale dei piccoli elettrodomestici, presente in oltre cento paesi con un fatturato nel 2002 di due miliardi e mezzo. La Seb, come ha scritto Il Sole 24 ore, tornerebbe «a fare shopping in Italia», arricchendo il proprio carnet di marchi prestigiosi (già suoi Rowenta e Moulinex) con quello dell’industria piemontese. «Coloro che comprano – esordisce un operaio – non comprano la pentola, perché la pentola come si può fare qui si può fare a Bergamo, in Cina e in Giappone, a loro interessa il marchio; lo prendano pure ma tengano qua la fabbrica per il futuro dei nostri figli e dei nostri giovani e si ricordino che a fare l’azienda ci sono stati anche cento anni di lavoro operaio».

L’importanza di un marchio è del resto un aspetto noto, specie in questi territori dove tra gli anni Cinquanta e Sessanta è cresciuto il distretto del casalingo e si sono creati prodotti famosi. A quei tempi la fantasia anticipò le tecnologie e soprattutto si credette nel ruolo della pubblicità, specie in quella televisiva, settore nel quale si investirono un bel po’ di quattrini. Renato Bialetti, per esempio, nel secondo dopoguerra sviluppò il progetto paterno della Moka Express, con tanto di omino coi baffi (un po’ la caricatura del proprietario), fabbricando cento milioni di caffettiere; la Lagostina dal 1960 avviò la produzione della pentola a pressione, promossa nei Caroselli televisivi dai disegni di Osvaldo Cavandoli; poi la Girmi, piccoli elettrodomestici anch’essi sostenuti da campagne pubblicitarie televisive, e infine l’Alessi, apprezzata per l’impiego del design di qualità nella creazione di accessori per la casa, pentole comprese.

Bialetti, Girmi, Alessi

Di questo patrimonio oggi non resta molto: la Bialetti è passata di mano, anche se sul territorio è attiva con 150 dipendenti; la Girmi, dopo una lunga crisi ha ormai cessato la propria storia; l’Alessi non se la passa benissimo e così pure le aziende minori della zona. I dati sono più che eloquenti: negli anni Ottanta il settore contava ancora 4.500-4.800 dipendenti, oggi poco più della metà e del futuro non si dice. Il valore attualmente sta nel nome delle aziende, in prodotti entrati nel costume, nella vita quotidiana e che hanno contrassegnato l’originalità del made in Italy. Pubblicizzare un marchio ex novo ha costi proibitivi e tempi lunghi per consolidare i risultati. Meglio acquisirne uno già pronto e poi si vedrà dove e come produrre.

Negli anni Ottanta le lavorazioni asiatiche avevano eroso una parte del mercato senza però determinare gravi difficoltà per questo distretto industriale. Si era riusciti a colmare le perdite di mercato migliorando la qualità del prodotto. Dal 2002 qualcosa è cambiato: la concorrenza cinese si è fatta pressante, sono mancate le risposte e – sostiene il sindacato – si sono smarrite capacità di innovazione e voglia di ricerca.

L’azienda intende garantire la permanenza del sito produttivo in città ma ciò non significa il mantenimento dei livelli occupazionali: quanto si perderà? Perché di posti in passato se ne sono persi a sufficienza. Negli anni Settanta i dipendenti erano 700, scesi nel decennio successivo a 450. Attualmente sono 228, cui va aggiunto l’indotto, pari a un numero almeno doppio se non triplo. E nella riduzione degli effettivi vi è un po’ di storia del lavoro operaio di quest’ultimo trentennio: perdita dovuta non solamente a crisi aziendali ma alla crescita dell’affidamento a terzi di parte delle fasi produttive (pulitura, stampaggio, confezionamento, ecc.) e soprattutto all’introduzione di nuove tecnologie e automazioni. Aspetti, questi, che stimolano il dialogo con gli operai, specie con gli anziani i quali sull’innovazione hanno visto svanire il loro sapere, sempre meno importante di fronte alle macchine. Perdita di sapere che si trasforma in perdita di potere. Non stiamo parlando dell’antico operaio di mestiere ma delle capacità che l’operaio fordista si era ritagliato nel lavoro in catena: miglioramenti produttivi, controlli, riparazioni, ecc. Angelo Pandolfi, in pensione da un paio d’anni, precisa: «Prima l’operaio aveva un maggiore controllo e aveva una maggiore professionalità, perché la tecnologia che è arrivata – io parlo della Lagostina dove ho passato i miei trentatre anni – ha tolto agli operai non dico tutto ma metà di quella professionalità che loro avevano acquisito, perché è stata sostituita dalla tecnologia, questo è scontato. Gli operai sono in linea, pochi sono riusciti a mantenere la loro professionalità e sono pochi i giovani che l’hanno acquisita dai vecchi. Ma non è stata colpa loro. Ripeto, con la tecnologia avanzata che è venuta l’operaio come professionalità è tagliato fuori». Questioni che si riflettono sul futuro di questi uomini. Ribadisce un altro lavoratore: «E’ chiaro che il casalingo sta morendo, infatti se dovesse chiudere la Lagostina non esiste più il casalingo, anche l’Alessi è in difficoltà, la Girmi ormai… rimane Bialetti, però… però siamo alla frutta. Qui diventerà un dormitorio, il Cusio diventerà un dormitorio, questo non è che lo dico io, sono i fatti che lo dicono. Se chiuderà Lagostina, qualcuno usufruirà di ammortizzatori sociali ma per gli altri… c’è poca professionalità spendibile fuori dal settore, a parte qualche nicchia come possono essere i meccanici, i manutentori, qualche impiegato… Ci sono molti giovani, cosa potranno fare?».

I giovani sono davvero parecchi, la stragrande maggioranza dei dipendenti Lagostina è nuova leva operaia, un fenomeno non unico e che interessa parecchi comparti industriali. Nell’ultimo decennio, ma anche prima, hanno avuto il sopravvento almeno due fenomeni: l’uso degli ammortizzatori sociali volto al pensionamento anziché a una reale riqualificazione professionale e, in taluni casi, la sostituzione dei padri, avviati alla pensione, con i figli muniti di contratto di formazione. In poco tempo, quindi, si è avuto un elevato ringiovanimento del personale con evidenti riflessi sulla cultura operaia.

Memoria in via d’estinsione

Gianpiero «Paul» Poletti, operaio cinquantaquattrenne, di quelli che le vicende se l’è viste tutte, è preciso al proposito: «La memoria storica operaia è quasi estinta, io sono uno degli ultimi che hanno vissuto le lotte di trent’anni fa. Però devo dire che i giovani stanno reagendo bene, non hanno il bagaglio anche politico che avevamo noi, chiaramente… speriamo che abbiano il tempo per farselo». Un altro anziano dice la sua: «Dovrei dire che hanno disertato un tantino il sindacato nel passato ma forse la colpa è stata nostra, cominciando dal sottoscritto, perché non abbiamo dato a questi giovani una certa preparazione politica e sindacale. Non siamo riusciti a spiegare loro quali erano i diritti che noi vecchi avevamo acquisito all’interno della fabbrica, cioè le strutture sindacali che sono costate sacrifici a noi vecchi lavoratori della Lagostina». «Questa è un’analisi tutta mia – afferma Franco Tettamanti, segretario della Fiom –. Negli anni Settanta abbiamo avuto grandi conquiste e sembrava che tutto ci fosse dovuto e tutto sarebbe avvenuto non perché qualcuno lo faceva ma perché oramai, siccome eravamo dalla parte della ragione, tutto sarebbe avvenuto comunque. Non abbiamo insistito nello spiegare il perché e il per come delle cose che facevamo. Non siamo stati capaci di tramandare a quelli che arrivavano, dopo la fatica che avevamo fatto per conquistare `ste cose. Gli altri, invece, poteri economici e ampi strati politici, con l’impiego dei media hanno continuato a seminare. Hanno insegnato a non ragionare – per quello bastano loro – hanno insegnato la non cultura, chiamiamola così, hanno offerto lo yuppismo e valori del genere e oggi ne raccolgono i frutti». Non volendo dipingere il presente solo a tinte fosche, il sindacalista prosegue: «Ciononostante, i giovani alle manifestazioni ci sono, eccome! Dalla loro hanno il fatto per l’appunto di essere giovani: radicalità e incazzature, la loro forza è nell’immediatezza, nella lotta breve. Poi si vedrà, intanto accumulano esperienza. L’appuntamento è ad ogni modo con il nuovo piano industriale, lì ci misureremo».

Alla manifestazione davanti agli uffici aziendali, di giovani ce ne sono parecchi e ci sono anche i pensionati e i consigli di fabbrica del circondario. Ci sono semplici cittadini e le istituzioni – Comune e Provincia hanno avviato il dibattito sulla crisi economica – e c’è il sindaco che tiene i contatti con l’azienda e ne sollecita le risposte. Il potere politico, quello della regione di centrodestra e dei suoi parlamentari è assente, o almeno se ne avverte la presenza solo osservando le loro facce che dai cartelloni pubblicitari chiedono voti per Torino. Già.

Cottura trasparente

Meglio tornare alle pentole e chiudere con un sogno: «Bisognerebbe investire in uffici progettazione per mantenere viva questa azienda – afferma un militante Fiom -. Faccio un esempio a mo’ di battuta: una delle cose per cui il comico Massimo Boldi è diventato famoso in questi anni era: `Son contrario alla pentola a pressione perché non si vede la cottura’, no? Beh, nessuno ha mai pensato di far vedere la cottura della pentola a pressione. Perché non cominciare a pensare invece a materiali trasparenti in cui si possa vedere lavorare la pentola a pressione? Questo vuol dire applicarsi, studiare, magari non ci sarà neanche la soluzione ma almeno provarci… Invece non si vuole più… da parte degli imprenditori non c’è più questa volontà, è più semplice farlo fare ad altri, insomma».