Onu, sfida di Chavez a Bush

Che non sarebbe stata una passeggiata era chiaro perché lo scontro fra il Venezuela di Chavez e gli Stati uniti di Bush (per interposto vassallo guatemalteco) sul seggio latino-americano in Consiglio di sicurezza durava da mesi. Ma, arrivati al dunque, ieri, le cose sono apparse ancor più difficili del previsto. Al Palazzo di vetro di New York non c’è stata storia per gli altri 4 seggi in palio per i prossimi due anni: Italia (186 voti, uno «storico» plebiscito: per fare che?) e Belgio per l’Europa, Sudafrica per l’Africa, Indonesia per l’Asia.
La vera partita è cominciata quando si è preso a votare per il posto, occupato finora dall’Argentina, riservato all’America latina nel biennio 2007-2009. Al primo voto il binomio Usa-Guatemala ha avuto 109 dei 192 voti dell’assemblea Onu, il Venezuela 76, con 7 astensioni, fra cui, anche se il voto è segreto, quella dell’Italia annunciata ieri dal ministro degli esteri D’Alema sulla base di un singolare ragionamento che, stando alle agenzie, suona: vista la spaccatura «così netta e aspra» e considerato «che il nostro paese ha un rapporto speciale con il Venezuela (dove vive oltre un milione di cittadini di origine italiana e oltre 100 mila elettori) abbiamo ritenuto che non ci fossero le condizioni per sostenere il Venezuela». Ma neanche «per votare contro». Per cui, astensione e poi si vedrà.
Essendo necessario il quorum dei due terzi, 124 voti, dopo il primo round al ticket Usa-Guatemala sono mancati 15 voti. Nelle 3 votazioni successive confermata la impasse: Usa-Guatemala 114 e Venezuela 74, 110 e 75, 103 e 83 (e 1 al Messico: la svolta?). Si proseguirà a oltranza con quello che Chavez domenica ha definito «il corpo a corpo» al Palazzo di vetro. Tutti citano il caso del ’79 quando Cuba propose la sua candidatura e gli Usa contrapposero il vassallo di turno, la Colombia. Ci vollero 154 votazioni prima che uscisse l’auspicata «alternativa», il Messico.
Un mese fa Chavez, che ha speso tempo e (petro)dollari negli ultimi sei mesi per garantirsi i voti necessari, era sicuro di potercela fare. Era garantito, diceva, l’appoggio dei 4 del Mercosud – Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay – più Cuba e Bolivia, dei 15 del Caricom (i paesi e paesini dei Caraibi), i 22 della Lega araba, una parte dell’Unione africana, più Cina e Russia, India, e l’Iran, la Corea del nord, lo Zimbabwe, la Bielorussia e via discendendo lungo «l’asse del male». Previsioni troppo ottimistiche, fondate sull’efficace diplomazia petrolifera di Chavez e sulla sua esuberanza (a volte controproducente) di «leader dell’opposizione globale» all’egemonia Usa come ha scritto il Washington Post.
Con il Guatemala si sono schierati, oltre al suo sponsor Bush, Canada, Australia, parte degli africani, quasi tutti i 25 dell’Unione europea (perfino la Spagna di Zapatero), quasi tutto il Centramerica ritornato all’ovile e i latino-americani che ruotano intorno agli Stati uniti e sono alle strette con Chavez: il Messico di Fox (definito «il cagnolino dell’impero»), il Perù di Garcia («uno svergognato e corrotto»), la Colombia del filo-americanissimo Uribe. Il Cile del presidente socialista Michelle Bachelet, unito agli Usa da un trattato di libero scambio, ha annunciato solo domenica la sua decisione: astensione in mancanza di un «candidato di consenso» e nei «superiori interessi del paese». Una decisione che ha suscitato polemiche all’interno della coalizione di governo, con i socialisti che sembravano propensi a votare sia pure a malincuore Chavez e i democristiani decisamente contrari («gli stessi che appoggiarono il colpo di stato contro Allende e il golpe in Venezuela del 2002», tanto per gradire).
«La nostra guerra non è contro il Guatemala», ha detto il ministro degli esteri venezuelano Nicolas Maduro. Evidente. Il rappresentante guatemalteco si accuccerebbe sulle ginocchia di John Bolton, l’ambasciatore Usa, e garantirebbe una presenza discreta e «responsabile» contro quella «destabilizzante» di Chavez. Mandare avanti il Guatemala non è stata una buona scelta per Bush. Nel suo intervento all’assemblea generale, in settembre, il presidente Oscar Berger arrivò a dire che era stato Kofi Annan a dirgli «personalmente» che l’elezione del Venezuela avrebbe significato la fine del Consiglio di sicurezza, costringendo il segretario generale a una secca smentita. Poi il Guatemala, 10 anni dopo la fine della guerra civile, è l’esempio della più assoluta impunità per i crimini che provocarono almeno 200 mila morti, con criminali come Efrain Rios Montt e Humberto Mejia che scorazzano liberi mentre la miseria, la delinquenza, il narco-traffico, il crimine organizzato e la corruzione sono in continua crescita. Non è una buon biglietto da visita.
Per questo, a meno di sorprese, in molti aspettano l’auspicato «candidato di consenso». Circolano i nomi di Uruguay, Messico, Cile, Perù, Costa Rica, Repubblica dominicana. Guarda caso tutti nomi che, in seconda battuta, andrebbero bene a Bush. Vedremo.
Forse non si ripeterà la scena dell’82, quando l’ambasciatore Usa all’Onu, la reaganiana Jeane Kirkpatrick, dovette ingoiare scompostamente l’elezione del Nicaragua sandinista in Consiglio di sicurezza, e Bush riuscirà a bloccare la candidatura di Chavez. Ma già ora si può dire che la bocciatura della sua prima scelta testimonia di quanto in basso sia caduto il potere e il prestigio degli Stati uniti.