Omar Sharif: «Cinema debole, tv orrenda»

Potrebbe sembrare l’ennesima promozione turistica del cinema, quella che si è conclusa alle porte di Roma, tra Anagni e Alatri. La prima edizione del SaturnoFilmFest ha visto tra i protagonisti anche Omar Sharif. Al centro della rassegna, tra proiezioni e tavole rotonde, l’invito alla memoria, i temi del tempo, della storia e del mito, il rapporto con l’Islam e la Shoah. Sono intervenuti ospiti come Pasquale Scimeca, Citto Maselli, lo scrittore iraniano Bijan Zarmandili e il direttore esecutivo di History Channel, Sherin Salvetti. Questo lo scenario in cui è stato invitato Omar Sharif. Nato cristiano, convertito per amore alla religione musulmana, egiziano di nascita, il famoso Dottor Zivago fu premio Oscar nel 1962 per la sua interpretazione in Lawrence d’Arabia di David Lean. Maechel Shalboub, – questo il suo vero nome – si racconta con sincerità divertita e divertente. Un mito del cinema. Ha lavorato con Fred Zinneman, Anthony Mann, Sidney Lumet, Alejandro Jodorowsky e con l’istrionico Blake Edwards ne Il seme del Tamarindo.

Carriera incredibile. Quale ruolo ha amato di più?

Lawrence d’Arabia l’ho amato molto ma, per esempio, il Dottor Zivago era troppo sentimentale. Per un attore la mia era una parte terribile, troppo enfatica. Recitavo senza musica, lo avessi saputo non ci avrei messo così tanto di me. Un poeta, che suonava pure il piano! Non potevi far altro che piangere. La mia sofferenza è aver fatto troppi film brutti, recitato troppi dialoghi stupidi, sopportato troppi registi incapaci. Il mio accento è difficilmente adattabile ai ruoli più richiesti. Ma con il tempo sono diventato più saggio, più accorto. Forse da quando mandai mio nipote a vedere Hidalgo, pensando che un film d’azione così potesse piacergli. Tornò a casa e mi disse “Nonno, che film stupido hai fatto! “.

Quindi è diventato più selettivo con l’età?

Non solo. Ero uno che spendeva troppo. Mi giocavo tutto, anche i compensi dei film successivi. Ricordo gli incontri ai casinò con Vittorio De Sica. “Ciao Vittorio, come va? “. “Omar, mi sono giocato anche l’anima”. “Anch’io”. Voglio vivere ancora a lungo. E bene.

Film storici. Il cinema può essere ancora educativo?

Purtroppo credo di no. Fuoco su di me (il prossimo film, ndr) è molto attuale, ma farà riflettere al massimo qualche decina di persone. Troppo poco. Questo ruolo può averlo solo la televisione, per diffusione e potere. Perché questo accada dovrebbero mettersi d’accordo tutti e dedicare un giorno alla settimana alla cultura, al dialogo, alla comprensione. I media dovrebbero parlare e far conoscere veramente India, Siria, Pakistan. Scopriremmo che la cacciata di Musharraf è più pericolosa della sua permanenza. Perché i fondamentalisti islamici che salirebbero al potere, che probabilmente proteggono Bin Laden, hanno la bomba. Invece ora la tv è solo pericolosa. La nostra generazione è stata fortunata. In Egitto arrivò quando io avevo già 28 anni. Mi avevano già cresciuto Verne e Stevenson.

Lei è una delle tante vittime dell’intolleranza…

E’ una cosa che fa paura, davvero (è stato minacciato da un chatter su un sito arabo, che invocava il suo assassinio per l’interpretazione recente di San Pietro, ndr). Ma sono una vittima dell’ignoranza. Quella occidentale e quella orientale. E della fame. Di chi mi minaccia. Prima della cultura è necessario togliere dalla miseria le popolazioni, istruirle. I veri nemici sono l’ignoranza e la fame. Chi studia, mangia, si veste bene dovrebbe impegnarsi perché tutti possano farlo. I paesi economicamente più sviluppati, che hanno certe possibilità, hanno l’obbligo morale di condividerle con chi non è altrettanto fortunato. Chi mi ha minacciato non capisce che io sono un attore, non il personaggio che interpreto. La folle dottrina delle crociate di Bush, poi, ha solo inasprito gli animi. La tv orrenda di questi tempi, non voglio ripetermi, spesso, poi, costituisce un terreno fertile per lo sviluppo di certi pregiudizi.

Le fa piacere essere premiato in questo contesto?

Assolutamente. Mi rende orgoglioso essere qui come testimone e alfiere del dialogo. Anche perché sono pessimista, e molto, per il mondo. Ma ottimista se penso ai giovani. Loro possono salvarci.

Quali progetti riserva il suo futuro?

Fuoco su di me, un film di Lamberto Lambertini, un film particolare, esistenzialista e politico, sulla Napoli di Murat. Recito in italiano, non sai quanto ci tenevo. Amo la storia, è inevitabile, sono nato in un paese che ne è intriso profondamente. Sono un grande amante dell’ellenismo, ho addirittura fatto una strana scommessa con me stesso. Studiare il greco antico un’ora la settimana. Così o vivrò abbastanza a lungo da averlo appreso, oppure morirò imparando una cosa bella e inutile. Infine una sorta di telenovela di 30 puntate, da me scritta e interpretata e ispirata dalla mia vita. Andrà in onda durante il Ramadan (periodo di massimo ascolto televisivo nei paesi arabi, ndr), in Egitto. Volevo fare qualcosa per il mio paese.