Oltre la Crisi. Note sul congresso della CGIL

La CGIL è rimasta l’unica grande organizzazione di massa a portare avanti una resistenza di classe in questo Paese.

Nell’epoca di una crisi del capitale gestita dai neoliberisti, se non siamo in grado di prospettare delle alternative di sistema non andremo mai oltre la declamazione di slogan giusti -“la crisi non la paghiamo noi”- ma che rischiano di apparire un inutile esorcismo, perché la crisi la stanno continuando a pagare integralmente i lavoratori.

Questo XVI Congresso della CGIL ha questa incognita davanti a sé: come confermare e rendere riconoscibile un progetto di classe per superare da sinistra questa crisi.

Una crisi che è crisi di sovrapproduzione, crisi di bassi salari, e che dunque non può essere risolta -bensì alimentata- da logiche di moderatismo salariale, quella logica dei due tempi, eredità avvelenata dell’accordo del luglio ’93 e della “politica dei redditi” che ancora permeava le politiche dell’ultimo governo Prodi. Per la CGIL non può essere più tempo di ambiguità; la CGIL pone con forza l’obiettivo dell’uscita dal neoliberismo, “estremo” o “temperato” che sia.

Uscire dal neoliberismo

Nel modello contrattuale questo si traduce nella necessità di realizzare anche per via contrattuale una redistribuzione -in favore dei lavoratori dipendenti – della ricchezza nazionale. Ed è un impegno non generico ma con obiettivi dichiarati: riportare il monte salari italiano, dall’attuale 42%, oltre il 50% del PIL, come nella media europea, recuperando quanto in questi decenni è stato sottratto ai lavoratori a beneficio di profitti e rendite.

Nel mercato del lavoro, la riduzione a sole 3 tipologie occupazionali non a tempo indeterminato, e l’estensione dell’articolo 18 anche al di sotto della soglia dei 15 dipendenti, con l’introduzione del concetto di lavoro economicamente dipendente, possono dare l’idea della qualità degli obiettivi che ci si propone.

Sul welfare universale la difesa della previdenza pubblica solidaristica (ovvero a ripartizione), viene esposta in maniera molto articolata: la denuncia verso il continuo innalzamento dell’età pensionabile che diventa sofferenza e precarietà in un contesto in cui i lavoratori over 50 sono buttati fuori dalla produzione come rottami; la contestazione dell’idea che la maggiore speranza di vita sia un problema per la società e non una conquista del lavoro, e quindi la richiesta del ripristino della flessibilità in uscita; la corretta revisione dei coefficienti che non danneggi il tasso di sostituzione, che comunque non deve essere inferiore al 60% dell’ultima retribuzione, anche ricorrendo alla fiscalità generale; la perequazione interna ed esterna al sistema, ed il riconoscimento dei lavori usuranti.

Sullo sviluppo la domanda che viene posta è: come fare per riprendere la strada di uno sviluppo che non abbia le contraddizioni e gli squilibri di quello precedente?

Dobbiamo uscire dal paradigma del libero mercato regolato, lottare contro le privatizzazioni, quelle già realizzate e quelle in fase di esecuzione, perché non esistono ambiti protetti -né la sanità, né l’istruzione e nemmeno l’acqua o l’aria – come premessa per una nuova affermazione di beni e servizi comuni. L’intervento dello Stato è necessario e strategico nella Banda Larga ed in tutte le Reti infrastrutturali.

Sulla pace e sulla guerra: dobbiamo uscire dall’Afganistan e chiediamo “una Conferenza internazionale di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite [..], per il ritiro delle truppe internazionali [..] nel più breve tempo possibile”. Se l’obiettivo di questa guerra era quello di distruggere i talebani e “Al Qaeda”, questa guerra non li ha distrutti, semmai li ha rafforzati e diffusi. La guerra è persa a meno che il vero obiettivo della guerra non fosse proprio quello di estendere l’instabilità di quella regione in modo da giustificare una escalation nel presidio militare di zone geopoliticamente sempre più strategiche.

Davvero, e per fortuna, si vede in queste tesi congressuali che è passata molta acqua sotto i ponti, quei ponti distrutti in Serbia da una “contingente necessità”.

Così come possiamo marcare la siderale distanza dagli accordi del 1993 che ci portarono nella palude dell’inflazione programmata.

I due documenti congressuali

Basterebbero questi brevi accenni a qualificare come fortemente innovativo questo congresso della CGIL.

Gli esempi citati sono estrapolati dal primo documento “i diritti e il lavoro oltre la crisi”, ma sono in buona parte sostanzialmente rintracciabili anche nel documento “la CGIL che vogliamo”.

Ovviamente – benché le parti identiche o simili siano prevalenti – fra i due documenti ci sono anche differenze che però sono andate riducendosi dalle stesure iniziali; ad esempio ben opportune correzioni hanno eliminato dal secondo documento alcuni posizionamenti regressivi come l’ambigua posizione sulle centrali nucleari di nuova generazione o i fondi per la non autosufficienza pagati con i soldi dei lavoratori.

Alcune delle differenze rimaste prospettano potenzialmente cambiamenti significativi nella natura del sindacato italiano: ad esempio, quando il secondo documento pone il problema del modello partecipativo duale (“cogestione” alla tedesca?), oppure quando ipotizza una riduzione dei contratti nazionali a tre macro aggregati (industria, servizi privati, servizi pubblici), oppure quando chiede di sperimentare rapporti di integrazione tra SPI e categorie di attivi che conservino l’identità di provenienza.

Sono ovviamente argomenti delicati che meriterebbero sedi seminariali di approfondimento, piuttosto che un immediato schieramento in assemblee contrattuali; sono argomenti posti con una eccessiva genericità che non permette una chiara collocazione, essendovi molte interpretazioni “progressiste” come altrettante “moderate”; sono argomenti infine che meglio avrebbero figurato in una Conferenza di Organizzazione, come quella che lo scorso anno la CGIL ha realizzato, senza che nessuno degli attuali proponenti avesse posto al confronto nessuno di questi elementi.

Questa perplessità fa coppia con la ricorrente critica che viene rivolta ai sottoscrittori del secondo documento, che si propongono come i “veri innovatori”: quella di essere pienamente corresponsabili delle scelte assunte dalla CGIL negli ultimi anni.

Le grandi questioni assenti

Infine, ci sono anche delle disattenzioni, che coinvolgono entrambi i documenti:

Non c’è in nessun documento un chiaro riposizionamento sui fondi negoziali, che ne delimiti con rigore al funzione integrativa e l’adesione esclusivamente volontaria. Certo si chiedono più garanzie contro i rischi di mercato in particolare durante i momenti di crisi; si prevede un possibile investimento di questi fondi in settori innovativi. Ma in un periodo in cui le bolle finanziarie esplodono sui proletari, sarebbe stata opportuna una riflessione su quale coerenza di classe ci sia nella messa a disposizione del mercato finanziario di masse economiche ingenti provenienti dai redditi da lavoro dipendente. Anzi, nel secondo documento, “la Cgil che vogliamo”, c’è una dichiarazione che va nella direzione opposta a questa riflessione, chiedendo un “aumento della massa critica dei fondi pensione integrativi”.

Anche sulla democrazia, per quanto abbondino i richiami ad una democrazia partecipata e rappresentativa nei luoghi di lavoro (dove applicheremo comunque il voto certificato sempre, oppure il referendum) e nella società, non è chiaro quanto l’organizzazione si sia messa al riparo da ogni fascinazione del sistema bipolare, recuperando il grande contributo storico del movimento operaio al sistema elettorale a suffragio universale nella sua forma più vera e coerente, quella proporzionale; non possiamo omettere dalla nostra analisi che i progressivi restringimenti degli spazi democratici sono andati di pari passo con la sterilizzazione della rappresentanza. Addirittura nel secondo documento, si vuole trasferire al sindacato il principio delle primarie.

Rompere con pratiche burocratiche e autoconservative

In conclusione, entrambi documenti, come è ormai noto, sono di sintesi larga, fra aree eterogenee; con una differenza che non va sottaciuta: nel primo documento la sinistra di classe che si è riconosciuta nel progetto di “Lavoro e Società” porta un contributo in maniera organizzata, ha avuto un ruolo nell’introdurre posizionamenti avanzati e si propone di ricostituirsi in aerea programmatica subito dopo il congresso.

Nel secondo documento, invece, è evidente tutto il peso di segretari di categorie importanti, o di importanti dirigenti nazionali che hanno ricoperto ruoli di segreteria, mentre risulta difficilmente leggibile il ruolo dell’altra area programmatica di sinistra – la “Rete 28 Aprile”- oltre a qualche compagno, ad esempio a Bologna ed in Liguria, uscito da “Lavoro e Società”.

Una discontinuità con pratiche burocratiche rigide, chiuse ed autoconservative, si costruisce solo con una forte sinistra di classe, trasversale alle categorie ed alimentata dalle lotte dei lavoratori. Questo sarà il compito che comunque ci troveremo di fronte dopo il congresso.

*sindacalista SLC-CGIL, Bologna