Oltre il colonialismo, l’Africa nei lager di Hitler

«Prigionieri neri, e intendo dire prigionieri francesi, la Francia non è dunque più la Francia? Il nemico le ha rubato il suo volto? L’odio dei banchieri ha comprato le sue braccia d’acciaio? E il nostro sangue non ha forse bagnato la nazione dimentica della missione di ieri?». Sono le angosciose domande che nel 1940, quando le truppe della Wermacht invadono la Francia, si pone un africano che dopo la guerra diventerà uno degli uomini politici più conosciuti del Senegal, si tratta infatti di Leopold Sedar Senghor e del suo poema “Au Guelowar! ”.
Prigionieri neri, africani delle colonie, afro-tedeschi, antillani, neri-americani che durante il secondo conflitto mondiale vennero internati dai nazisti nei campi di concentramento che in molti casi si trasformarono in luoghi di sterminio. Quanti furono i neri che, usando ancora i versi di Senghor, rimasero presi nelle reti, abbandonati alle barbarie dei civilizzati. Quanti uomini? Quante donne? Probabilmente migliaia anche se in numero esatto non è stato ancora fissato.

La storia del popolo nero, nell’accezione più larga del termine, non è stato mai oggetto di studi approfonditi, una lacuna che in Italia ha tentato di colmare almeno in parte l’Editrice Missionaria Italiana di Bologna attraverso la pubblicazione di Neri nei campi nazisti (pp. 160, euro 12, 00) un libro del giornalista e scrittore francese Serge Bilè. E’ avvenuto un vero e proprio olocausto degli africani e il libro di Bilé aggiunge un elemento che mancava al quadro storico a noi tristemente noto.

Nell’Europa che ha visto e lasciato compiere l’eliminazione silenziosa di portatori di handicap, lo sterminio degli zingari e degli ebrei, i massacri dei prigionieri russi, le stragi delle popolazioni civili, si è verificata una un’altra persecuzione, un altro sterminio, quello di persone con la pelle nera. Il libro chiama a riflettere sulle radici e sulle cause di questa persecuzione. L’importanza della ricerca compiuta da Bilè assume ancora più valore vista la scarsa diffusione che l’argomento ha tra il grande pubblico, anche tra gli africani stessi ancora intenti a riflettere e a fare i conti con la memoria della schiavitù orientale, compiuta dagli arabi tra il IX e il XIX secolo, e quella atlantica praticata dagli europei per tre secoli. Persino durante la Conferenza dell’Onu contro il razzismo tenutasi a Durban, in Sudafrica, nel 2001, pochi delegati africani o della diaspora hanno evocato questa pagina sconosciuta dei crimini nazisti.

Neri nei campi nazisti parte da lontano, dai primi del ‘900 quando i tedeschi fanno della Namibia, in Africa, una loro colonia reprimendo la orgogliosa resistenza del popolo Herero; su di esso viene compiuto un vero genocidio che culmina con l’annientamento e l’internamento in veri e propri campi di concentramento, quei “konzentranzionlager” attraverso i quali viene sperimentato per la prima volta l’annullamento dell’essere umano. In Namibia si rintracciano dunque i prodromi sconvolgenti della futura marea nazista. Ma nonostante tutto saranno moltissimi gli africani che sceglieranno di servire nell’esercito germanico durante il primo conflitto mondiale, stabilendosi in seguito sul suolo tedesco e diventando degli afro-tedeschi. Forse ciò avrebbe potuto determinare la nascita di un’altra Europa ma la storia andò diversamente. I tedeschi sono stati umiliati nella prima guerra mondiale dall’esercito francese, composto da moltissimi africani delle colonie d’oltremare che nell’immediato dopoguerra stazioneranno in Renania, il pericolo per i tedeschi è costituito da tutti quei bambini nati dai soldati coloniali e da donne germaniche. La “razza bianca”, nelle teorie razziste che forniranno il materiale para-ideologico di Hitler, rischia di essere inquinata, ecco perché è necessaria la persecuzione dei neri in Germania anche se di nazionalità tedesca. La conclusione tragica poteva essere solo una: la sterilizzazione dei bambini. In seguito, nel 1935, con le leggi di Norimberga, vera culla spirituale del nazismo, verrà definitivamente sancita la discriminazione e la persecuzione di neri ed ebrei.

I campi di concentramento sono dunque una mostruosa creatura di alcuni anni precedenti la Seconda guerra mondiale e le pagine di storia inedita rivelate da Serge Billè sono scritte attraverso la testimonianza dei sopravissuti, il tramite è costituito anche dalle esperienze di guerra di coloro che sarebbero diventati i leader della causa nera: Nelson Mandela, Martin Luther King, Leopold Sédar Senghor o ancora Aimé Césaire. Molti di questi personaggi furono internati, torturati, alcuni morirono non solo per il colore della loro pelle ma soprattutto per l’attiva partecipazione alla resistenza contro il nazismo. I francesi delle colonie africane o gli antillani della Martinica o di Haiti si sacrificarono e lottarono per istinto di libertà. L’universo concentrazionario rappresenta per loro l’immagine della schiavitù subita per secoli. Ma nonostante ciò alla fine della guerra la maggior parte non fu ricompensata per il proprio impegno. I soldati ivoriani o senegalesi dovettero lottare duramente per avere la stessa pensione di guerra dei loro commilitoni bianchi e francesi. Le potenze vincitrici non si preoccuparono neanche di tenere un conto dei neri caduti in combattimento o nei campi nazisti. Forse è proprio questo il nodo centrale del libro di Billè: non potrà mai essere sconfitto del tutto il pericolo di chi nega l’uguaglianza fra gli uomini, finché sussisterà la tentazione coloniale. In questo senso, la realtà odierna sembra in qualche modo confermare le più oscure previsioni.